Dal 25 agosto 2010 "Ai confini tra Sardegna e jazz"

Sabato, 28 Agosto, 2010

Immagine spiaggia di Santa'Anna Arresi

Al via la venticinquesima edizione del Festival Internazionale "Ai confini tra Sardegna e Jazz"

Si svolge da 23 al 30 agosto 2010, nella cornice unica di Piazza del Nuraghe di Sant’Anna Arresi  la venticinquesima edizione del Festival internazionale "Ai confini tra Sardegna e Jazz", sempre in grado di offrire ad un pubblico di appassionati grandi occasioni di musica di  qualità. Tutti i concerti hanni inizio alle ore 21.

Informazioni sul sito  dell'Associazione Punta Giara, promotrice e organizzatrice del Festival:    www.santannarresijazzfestival.it

La presentazione del Festival 2010

Poco meno di trent’anni fa – era il 25 novembre 1970 – il corpo di Albert Ayler fu  ripescato nelle acque dell’East River, a Brooklin. Una morte, la sua, certamente improvvisa e inattesa, attorno alla quale sono aleggiate le più disparate ipotesi: oggi, tuttavia, i biografi sono pressoché concordi nell’attribuirla ad un gesto suicida o a un tragico incidente. Sia Valery Wilmer che Jeff Schwartz, autori di due ricchissime ricostruzioni della vita e dell’opera del saxofonista di Cleveland – vi era nato il 13 luglio di 34 anni prima – mettono in evidenza alcune testimonianze provenienti da persone a lui vicine, da cui si deduce uno stato di stanchezza psichica, prima che fisica, vissuta da Ayler nelle ultime settimane della sua esistenza, oltre che atteggiamenti quanto meno bizzarri. Come il cospargersi il corpo di una sostanza oleosa – le fotografie scattate alle Nuits de la Fondation Maeght, risalenti a quattro mesi prima della morte, ne sono un esempio – come protezione dalle «vibrazioni del mondo». 
Non sorprenda che, nel tratteggiare la vicenda umana e artistica di Albert Ayler, si possa principiare dal punto più basso della sua parabola. Si scorge infatti in quell’evento tragico, casualmente avvenuto o deliberatamente scelto, uno spettro simbolico che si aggancia alla biografia e all’estetica ayleriana. Un finale in contraddizione rispetto a una vita condotta senza conflitti personali, seppure in contraltare con una musica decisamente “conflittuale”: oppure, un filo che si spezza quando lo sforzo immane dell’artista, qualità estetica della sua espressione, finisce per fare i conti con lo stremo delle forze.
Vi è chi ha legato il sound potentissimo del tenore di Ayler, le trame ritmiche dei contrabbassisti e batteristi che hanno operato insieme a lui, ai rumori della rivolta degli anni Sessanta. Il travisamento è evidente nei titoli “spirituali” delle composizioni del Nostro: una visione ormai superata e che potrebbe fare il paio con certi giudizi relativi al Coltrane degli anni Sessanta, con quella definizione a dir poco obsoleta che voleva “hungry young tenormen” quei tenorsaxofonisti che non hanno mai confuso estremismo estetico con rabbia sociale.
«Lui è partito, forse, là dove mi son fermato io», diceva non a caso lo stesso Trane nel novembre 1966, additando Ayler come uno dei suoi eredi: due punti fermi che sono nel medesimo istante anche due punti di partenza. Ayler, nel magmatico movimento della new thing, è senza dubbio l’innovatore estremo: potenza sonora, scelta di materiali tematici oscillanti fra la cifra grottesca e ambientazioni “fanfaresche” della tradizione delle brass band militari – dall’esperienza in divisa di stanza in Europa – e della musica afroamericana primitiva, richiami nella titolazione ad una spiritualità che supera l’ultimo Coltrane e si porta perfino dentro una sorta di animismo “inconsapevole”. Innovazione tradizione ancestralità: Ayler è decisamente un apax nella storia della musica afroamericana, anche se la lezione estetica è tutt’altro che rimasta senza eredi.
Vi sono esempi mirabili già nelle espressioni strumental-estetiche degli anni Settanta, di marca AACM, e recuperi successivi, più espressivi che emozionali, negli Ottanta e Novanta. Con riproposizioni disposte sul versante espressionista di quello che già poteva definirsi esteticamente “aylerismo”, che vanno dispiegandosi negli anni del nuovo millennio. Questo decennio ha mostrato che la lezione di Ayler non è legata al contesto sociale e culturale degli anni Sessanta: affonda in esso le radici, in profondità, ma si pone oggi come linguaggio universale, esteticamente in piena dialettica con la contemporaneità. Non meno “fuori dal tempo” della lezione di Ornette, vivo quanto (o, forse, perfino di più) quello del padre fondatore del free jazz.

Il programma di concerti, come quello che l’Associazione Culturale Punta Giara propone per il XXV Festival Internazionale “Ai confini tra Sardegna e jazz”, che si ponga l’obiettivo di un omaggio ad Albert Ayler, parte in primo luogo da questa considerazione: che non propone la tematica di una semplice (e semplicistica) “attualità” del Nostro, ma, appunto, l’argomento della universalità della sua musica. Legatissima, come è da sempre la musica afroamericana, al momento storico in cui essa si dispiega, capace altresì di proporsi come struttura atemporale: come sistema linguistico “assoluto”. Ed è poggiando su questo assunto, ormai assodato nell’esegesi dell’opera ayleriana, che è stato costruito il cartellone dell’edizione del “quarto di secolo” del Festival di Sant’Anna Arresi.

Prima di entrare nel merito degli appuntamenti che, fra il 23 e il 30 agosto prossimi, possono comprendersi fra quelli più propriamente dedicati alla figura musicale e culturale di Albert Ayler, vanno segnalati due momenti che si legano in maniera inscindibile alla temperie in cui l’arte del Nostro ebbe i suo sviluppo – gli anni Sessanta della New Thing.
Il primo è senza dubbio la performance (26 agosto) del quartetto guidato da Archie Shepp, figura centrale di quegli anni di lotta sociale e culturale per la libertà e l’uguaglianza degli afroamericani. Uno dei grandi leader della Cosa Nuova cresciuta già alla fine degli anni Cinquanta e che prese il simbolico abbrivio dalla pubblicazione del disco-manifesto Free Jazz, registrato il 21 dicembre 1960. Shepp è senz’altro figura chiave della cultura dei Neri d’America: artista a tutto tondo, musicista, poeta, commediografo, interessato a connotare di nervature sociopolitiche la propria produzione; esponente di punta dell’avanguardia ma in costante riferimento con la grande tradizione della musica nera (particolari, al proposito, le sue riletture ellingtoniane); intellettuale tanto raffinato quanto engagé. «Il jazz – spiegava Shepp in un’intervista rilasciata a Down Beat nel 1965 – è uno dei più significativi contributi sociali ed estetici dell’America. Certi l’accettano per ciò che è: un contributo significativo, profondo, per l’America in quanto è contro la guerra; contro quella del Vietnam; perché è per Cuba, per la liberazione di tutti i popoli. È questa la natura del jazz. Senza andare molto lontano. Perché? Perché il jazz è una musica nata essa stessa dall’oppressione, è nata dall’asservimento del mio popolo». Il suo costante perseguire un progetto in cui si assume sia la varietà stilistica del jazz sia il suo contenuto “rivoluzionario”, ha fatto di lui uno dei musicisti più adatti ad esprimere la dialettica fra musica e storia afroamericana.
Altra ricorrenza che, quest’anno, viene celebrata al cospetto del Nuraghe Arresi, è quella (30 agosto) del quarantennale della storica incisione, guidata da Max Roach, della We Insist! Freedom Now Suite. Uno dei capolavori del grande batterista che, attraverso questo lavoro, si inserì a pieno titolo fra i più attivi artisti e intellettuali in prima linea nel sostegno alle lotte per i diritti civili del popolo afroamericano: con lui, in quella celebre seduta di registrazione per l’etichetta Candid, ai Nola Penthouse Sound Studios di New York, il 31 agosto e 6 settembre 1960, la sua compagna d’arte e di vita Abbey Lincoln – strepitoso il duo voce batteria del ‘Triptych: Prayer/Protest/Peace’ – gli ottoni Booker Little e Julian Priester, le ance di Walter Benton e del “veterano” Coleman Hawkins, James Schenck al contrabbasso, Olatunji, Ray Mantilla e Tomas DuVall alle percussioni. Ma soprattutto, con Roach, aveva lavorato nei mesi precedenti, con gli Stati Uniti scossi dalle manifestazioni di protesta dei neri, Oscar Brown jr., poeta, commediografo, songwriter, intellettuale impegnato in prima linea nella battaglia per i diritti civili: sarà lui a firmare i testi di ‘Driva Man’, ‘Freedom Day’ e ‘All Africa’, tre dei cinque “episodi” in cui è suddivisa la suite. Titoli – l’ultimo, ‘Tears For Johannesburgh’, rinvia, addirittura, alla vergogna dell’apartheid – dai rimandi espliciti quanto l’intestazione dell’opera tutta, come mai era avvenuto fino ad allora in ambito jazzistico. È anche questo uno dei motivi che fanno collocare la We Insist! Freedom Now Suite fra i momenti più significativi nella storia della musica afroamericana, al di là degli indubbi valori artistici statuiti dall’aderenza di significati e significanti e dalle prove dei singoli, su tutti quel Coleman Hawkins, sulla breccia, allora, da più di trent’anni ma prontissimo a gettarsi nella mischia assieme le generazioni più giovani, come già era avvenuto all’avvento del bebop. A farsi carico della doverosa (per importanza dell’evento) e preziosa (per la materia che si intende tramandare e vivificare) rievocazione, un grande del jazz contemporaneo, protagonista a Sant’Anna Arresi negli ultimi anni: si parla di Ernest Dawkins, leader della Association for the Advancement of Creative Musicians, quella AACM culla della cosiddetta “avanguardia di Chicago”. Nell’ensemble spicca la presenza di Dee Alexander, voce che ha già incantato l’anno scorso la platea del Festival: (per lei, il 28, anche un altro set, con il suo Quartet) ma soprattutto l’inserimento di due launeddas: l’occasione per scrivere una nuova pagina, fra le innumerevoli già promosse nella storia del Festival,  nelle contaminazioni fra i suoni e i timbri della musica popolare sarda e la Great Black Music from Ancient to the Future, per citare la fortunata definizione di marca Art Ensemble of Chicago.

Passando alle tranche “ayleriane” della Rassegna numero 25, si può ben partire dalla serata del 24 agosto e i due set previsti. Songs Of Albert Ayler è il titolo del primo appuntamento, a cura di una band guidata dalla singolare figura del saxofonista Charles Gayle: ne fanno parte esponenti del jazz contemporaneo del calibro di Hamid Drake, Harrison Bankhead, Chad Taylor e Jean-Paul Bourelly. Gayle è portatore di una trama biografica a dir poco inconsueta: il suo primo ingresso in sala di registrazione risale avviene nel 1988, quando ha quasi compiuto 50 anni, mentre in precedenza aveva condotto un’esistenza da homeless, musicista underground in senso letterale. La sua proposta estetico-timbrica rimanda con precisione “filologica”alla temperie della New Thing, e si nutre della spiritual unity in contatto gli astri Albert e Trane: senza farne tuttavia dei comodi feticci, ma costruendo sopra quella lezione un linguaggio idoneo a parlare ai contemporanei senza ricorrere al manierismo.
Toccherà poi a uno che, di Ayler, potrebbe ben dire «io lo conoscevo bene»: si parla di Alan Silva, compagno al contrabbasso di alcune delle più significative opere del Nostro, oltre a farsi notare anche in formazioni guidate da Cecil Taylor, Sun Ra, Sunny Murray , Archie Shepp, e ad essere della partita nella famosa performance d’avanguardia passata alla storia come October Revolution in Jazz, e organizzata dal compianto Bill Dixon nell’ottobre, appunto, del 1964. Con Albert Ayler va in studio di registrazione in occasione di Love Cry, ed è della partita, assieme a Bill Folwell, per le meravigliose ‘For John Coltrane” e ‘Change Has Come’, fermate in presa diretta il 26 febbraio 1967 al Village Theatre di New York e riversate in Albert Ayler In Greenwich Village. Per il progetto da lui diretto, Silva ha chiamato a sé un altro “ayleriano” nonché concittadino e quasi coetaneo – a Cleveland ci è nato il 21 ottobre 1935 – Bobby Few, che ha scritto assieme al saxofonista le pagine importanti contenute nell’Impulse! Music Is The Healing Force Of The Universe, una delle ultime apparizioni di Ayler in uno studio recording. Il titolo della produzione, progetto originale del Festival, è Bells Of Sant’Anna: il richiamo a Bells, significativo lavoro ayleriano del 1965, è palese. Si segnala nella formazione la presenza di Evan Parker, uno dei grandi epigoni europei dell’Ayler più radicale, e la chitarra di On Ka’a Davis, figura particolare di quell’ambito musicale più propenso alla sintesi fra le differenti espressioni della musica afroamericana e africana contemporanea.  
Davis tornerà il 25, alla guida di una band alle prese con la musica di uno dei suoi più fortunati lavori discografici, Seeds Of Djuke, proposto con un organico ridotto rispetto a quello assai corposo che è entrato in sala di registrazione. Si tratta, come accennato poco sopra, di un prodotto di sintesi che amalgama musiche e stili provenienti dalla grande tradizione del jazz nero dagli anni Sessanta in avanti – da Coltrane a Sun Ra, nelle cui file On Ka’a ha militato – con la musica popolare e pop dell’Africa contemporanea: lavoro in equilibrio fra episodi di astrazione e dissonanza e momenti in cui prevale un groove diretto e godibile.
Tornando al fil rouge ayleriano, nella stessa serata, Charles Gayle si esibirà in un piano solo, in cui mostrerà il proprio eclettismo polistrumentistico. Altra tranche, il 26, per gli appassionati del pianoforte, è la performance di Bobby Few in trio. Musicista legato alla temperie della New Thing, da cui ha sviluppato uno stile percussivo, martellante, fatto di estesi assieme di accordi  di sovrapposizioni di cluster. Oltre alla partecipazione alle citate registrazioni con Ayler, è stato a lungo tempo collaboratore di Steve Lacy.
Due sax che dalla lezione di Albert Ayler hanno sviluppato quel tratto estetico “radicale” che ne ha contrassegnato fin dal principio i moduli espressivi: si parla del già citato Evan Parker e di Peter Brötzmann, ai fiati in un quartetto in programma il 27. Una radicalità che ha in comune con Ayler in particolare il tratto energico posto al servizio di un’espressione rigorosa, coerente, libera, che trova non raramente piena espressione nel contesto live. 
Proveniente dal movimento di avanguardia Fluxus, Brötzmann ha seguito severamente gli assunti dello  sperimentalismo sincretico di questa corrente artistica. Più che saxofonista può definirsi polistrumentista, vista la sua predilezione, oltre che per ogni tipo di sax – compreso il disusato basso – per i clarinetti e altri aerofoni decisamente poco consueti, come l’ungherese tárogató. Nella sua lunga carriera, in cui ha siglato pagine importanti nelle vicende dell’avanguardia jazzistica europea e tout court, ha saputo più volte rintuzzare i rilievi che certa critica gli ha imputato, relativamente ad una certa “monoliticità” espressiva e strutturale, ponendosi non raramente alla testa di progetti capaci di gettare un ponte verso un futuro tutto da costruire. Quanto a Parker, ilmodo migliore di accostarsi alla sua musica è senza dubbio quello di ascoltarlo dal vivo. Seppur glaciale e immobile nella sua concentrazione, non potrà non sorprendere il suo tipo di relazione mentale con l’ambiente sonoro in cui viene chiamato ad eseguire la sua musica. Sia in gruppo, che in solo, Parker non smette di ricercare strade di nuove possibili iterazioni con altri musicisti o con la dimensionalità dello spazio che lo circonda, in una ricerca costante di stimoli controllati, come si è accennato prima, da una sorta di feedback mentale. Le frasi o le brevi cellule ritmico/melodiche vengono in continuazione rimesse in discussione mediante revisione e riproposta immediata. In questo senso i pattern di qualsiasi tipo di struttura predefinita vengono negati a favore di una improvvisazione libera da vincoli strutturali ed espressivi.
Partner dei due fiato saranno Harrison Bankhead e Hamid Drake, per una produzione esclusiva che si annuncia indimenticabile.
Tanto si può dire, senz’alcun dubbio, del duo che, il 28, sarà il clou della serata. Sul palcoscenico David Murray e Milford Graves, rispettivamente al sax tenore e clarinetto di Si bemolle e alla batteria. Troppo noto il primo, anche al pubblico del Festival, per doversi dilungare sulle sue qualità: se ne ricorda un duo dal fascino denso di contrasti con il pianoforte, ad una delle sue ultime esibizioni, di Mal Waldron, nell’edizione 2002; nonché la scintillante esibizione nel 2006, nell’anfiteatro di Monte Sirai a Carbonia, con il più famoso dei combo di cui è stato protagonista, il World Saxophone Quartet, rimpolpato per l’occasione dal trombone clamoroso di Craig Harris. Ad ogni modo, è sufficiente rimarcare come il suo marchio strumentale e musicale concitato, lussureggiante, torrenziale, abbia tratto dalla musica di Albert Ayler ben più che un mero indirizzo stilistico. Nella sua cifra, per altro, si legge una traccia capace di connettere Ayler con Coleman Hawkins e Ben Webster, con un gioco di rimandi timbrico-ritmici di intenso significato.
Graves, dal suo canto, è legato al clima “battagliero” degli anni Sessanta: si tratta senza dubbio di uno dei grandi maestri della batteria free. La sua innovazione comporta la rottura con tutti gli schemi tecnico-espressivi portati alle estreme conseguenze sia dai Blakey e dai Roach che dai Blackwell e dagli Higgins: il lavoro su tamburi e piatti si indirizza sul suono della percussione, sulla vibrazione innescata dall’idiofono colpito, sulla costruzione di una trama ritmica che non riconosce nel beat un valore estetico-strutturale.
L’omaggio ad Ayler del polistrumentista Paolo Botti, specialista di cordofoni di vario genere – dalla viola alla chitarra, dal banjo al dobro – è di quelli capaci di destare grande curiosità negli appassionati della musica del Nostro: lo strumento a corda, per altro, richiama ad un precedente riuscitissimo, il lavoro discografico ad Ayler dedicato da Marc Ribot nel 2001, quel Saints campionario di assolo strepitosi da parte del chitarrista di Newark, New Jersey. L’uso della chitarra elettrica per la rilettura di una musica così particolare destò sorpresa e interesse, oltre che forti apprezzamenti: interesse e, ça va sans dire, apprezzamenti è destinato ad ottenere Botti, per un ampliamento del catalogo di cordofoni che è intenzionato a porre al servizio della sua proposta: nel maggio scorso, a Milano, la sua performance, “battezzata” dall’esperto critico Claudio Sessa, ha riscosso meritati apprezzamenti.
All’ensemble Zu è stata affidata l’apertura della Rassegna, il 23 agosto: una band assai apprezzata nel circuito della musica alternativa, che in questa occasione amplia il proprio combo, un trio, con le ance di Peter Brötzmann. C’è da giurare che l’orgoglio di ospitare una special guest di tal portata non si farà sopraffare dall’emozione: la band di Luca Mai, al sax baritono, Massimo Pupillo, al basso elettrico, e Jacopo Battaglia, alla batteria, ha al suo attivo, praticamente in ogni lavoro in studio e assai spesso nelle performance dal vivo, interazioni con partner del calibro di Eugene Chadbourne, Ken Vandenmark, Mats Gustafsson, Mike Patton, Roy Paci. La musica del gruppo sposa le forme fra le più estreme del panorama contemporaneo: fonde hardcore punk, metal, math rock, jazz prossimo alle produzioni più “estreme” di John Zorn e di certa avanguardia che, cogliendo il lato più radicale della New Thing e delle avanguardie degli anni Settanta, ne ha spinto gli assunti verso conseguenze “terminali”. Il legame con le atmosfere ayleriane è ben più che accennato, men che meno casuale.
Si può ascrivere alla traccia principale della Rassegna, infine, anche l’altro set della prima serata: il Trio Special Project di Stephen O’Malley, chitarra, Massimo Pupillo al basso, e Bobby Previte. Una formazione che si muove lungo i tracciati delle forme più estreme del jazz e del rock – black metal, doom, zornismi, avanguardia jazz dei Sessanta e dei Settanta – di cui i tre sono esponenti di punta nelle rispettive esperienze costruite in anni di fortunate carriere, in ambiti non certo “di cassetta” ma di nicchie espressive capaci di dispensare a profusione semi di futuro. I ghosts ayleriani, se ne è certi, avrebbero dialogato profondamente con queste espressioni dell’arte musicale del nuovo millennio. O’Malley, va detto, è una figura centrale di un certo rock che, muovendo dal metal più estremo, ha assunto forme doom e black metal per scartavetrarle, scarnificarle, farne un “absolutum”, sperimentale senza soluzione di continuità. Il nome di Bobby Previte si lega decisamente alle atmosfere di un certo sperimentalismo jazz newyorkese degli anni Ottanta e Novanta che ebbe come esponenti di punta John Zorn, Elliot Sharp, Wayne Horvitz: l’estremismo espressivo di questa corrente ha avuto non pochi legami con la lezione di Albert Ayler.

Momento forte del cartellone è la Conduction© No. 192 – Possible Universe, guidata dal grandissimo Lawrence “Butch” Morris, ormai quasi un appuntamento fisso da qualche anno a questa parte, sul palco della Piazza del Nuraghe. Colui il quale può a buon titolo essere considerato uno dei massimi innovatori, non già del jazz o della musica afroamericana, bensì della musica universalmente considerata, ripropone il proprio originale sistema di organizzazione delle performance musicali, la Conduction© per l’appunto,  secondo cui egli sperimenta la sintesi fra esigenze compositive e libertà espressive. I cosiddetti Music Observatory vengono condotti lungo queste “convergenze parallele” attraverso un sistema semantico-gestuale che supera il limiti della notazione tradizionale, per ovvi motivi inadeguata in tale contesto. La formazione che “Butch” guiderà è di gran vaglia: Meg Montgomery, Riccardo Pittau, tromba; Tony Cattano, Joe Bowie, trombone; David Murray, Evan Parker, Greg Ward, Pasquale Innarella, saxofoni; Alan Silva, pianoforte; Jean-Paul Bourelly, On Ka’a Davis, chitarra; Harrison Bankhead, contrabbasso; Chad Taylor, vibrafono e batteria; Hamid Drake, batteria.

Per finire, quanto alla musica, il 30 agosto si ascolterà il cantante Napoleon Maddox, straordinario, affermato poeta ed improvvisatore nel campo del rap e dello hip-hop, generi che egli preferisce affrontare in chiave puramente acustica, affiancando grandi figure del jazz. Nel recente passato si è fatto ascoltare in compagnia di “pezzi grossi” come Archie Shepp e Oliver Lake: nel frangente invece spicca nell’ensemble la batteria di Hamid Drake. Il resto della formazione è tutta di estrazione chicagoana: collaboratori di Drake e delle più avanzate situazioni artistiche della Città del Vento. In programma, musica che intende connettere reggae, tradizione giamaicana, musica afroamericana e jazz.

Si segnalano, quest’anno, nel programma, tre proiezioni di film legati in vario modo alle tematiche del Festival. Una “variante” che già nel recente passato – basti pensare al grande successo della proiezione del film di Enrico Pitzianti Piccola pesca, con il commento musicale dell’ensemble guidato da Riccardo Pittau – ha aggiunto un valore estremamente significativo alla più tradizionale produzione di musica.
Si parte il 24 con My Name Is Albert Ayler, documentario di 79 minuto montato da Kasper Collin, preziosissimo tesoro di immagini che raccontano la breve vita, umana e artistica, del Nostro: da Cleveland al viaggio in Europa, fino alla New York che sarà culla della maturità artistica e delle più controverse incisioni, con le testimonianze di familiari, amici, musicisti e inedite performance. Uno delle pochissime, per ciò stesso estremamente importante, testimonianze visive di un musicista che ha fondato la propria arte anche sulle prove in presa diretta.
Il 28 agosto il concerto del duo Murray-Graves sarà arricchito dalle immagini di un altro documentario, Speaking In Tongues. Un interessante compendio filmato dell’arte di questi due grandi musicisti appartenenti a due grandi generazioni dell’arte musicale afroamericana contemporanea.
Per finire un documento di grande valore artistico: gli Appunti per un’Orestiade africana girati da Pierpaolo Pasolini. Si tratta del risultato dei sopralluoghi effettuati dal regista a cavallo tra il 1968 e il 1969 in Uganda e Tanzania e da lui stesso filmati con una camera Arriflex 16 mm a spalla, in vista di una trasposizione africana della Orestiade di Eschilo. Le parole del grande tragediografo della Grecia classica furono affidate al canto degli afroamericani Archie Savage e Ivonne Murray e al sassofono di Gato Barbieri: la prima proiezione pubblica avvenne alle Giornate del cinema italiano di Venezia, il 1° settembre 1973.