Itinerario attorno al Carnevale di Tempio Pausania

Itinerario attorno al Carnevale di Tempio Pausania

Il carnevale di Tempio

 Il carrasciàli timpièsu (il Carnevale di Tempio Pausania) si basa sull’allegria e la fantasia istrionica. Qui prendono il sopravvento le maschere di cartapesta ispirate a personaggi in vista, sui quali si appuntano gli strali dell’ironia, suscitando l’ilarità della popolazione che circola indossando costumi multicolori.

Il personaggio incontrastato del Carnevale Tempiese è “Giorgio”, ieri “ Jolgliu Puntogliu” oggi invece “Sua Maestà Re Giorgio”. La sua maschera, ieri fantoccio imbottito di paglia ed infilato in un palo, oggi enorme figura assisa su un trono, rappresenta il potere in tutte le sue forme grandi e piccole.

Per sei giorni Sua maestà Re Giorgio viene osannato, onorato e adulato. Il Martedì grasso, quando il giorno volge al tramonto e la gente è al parossismo del divertimento, il Re, colpevole di tutto, colpevole anche di esistere, viene processato e bruciato sulla pubblica piazza. Si ripete così l’antico rito del fuoco che preannuncia la fine dell’inverno e l’arrivo di una primavera ancora tardiva.
Il giorno di giovedì grasso, il fantoccio di Ghjòlglju (Re Giorgio) parte dalle fonti di Rinaggiu accompagnato dai cortigiani. Il corteo arriva in città dove il re deve cercare, fra le popolane, la sua sposa Mannèna. Il matrimonio si svolge la domenica successiva, ma dura appena tre giorni. Infatti, il martedì seguente Re Giorgio ripudia la moglie suscitando l’indignazione dei cortigiani i quali, dopo averlo deposto, lo processano attribuendogli un lungo elenco di misfatti che, in realtà, sono critiche al governo ed all’amministrazione locale. Nel processo è presente anche il “pubblico ministero di Carnevale”, che pronuncia una dura requisitoria a conclusione della quale viene emessa la sentenza di condanna al rogo. Lo stesso destino è riserbato alla moglie Mannèna. 

Ghjolglju è il simbolo del potere e del sesso, anche se i significati rituali del passato si sono attenuati. Probabilmente di ciò si rendono conto in pochi, mentre la grande massa preferisce rivolgere le attenzioni alle feste da ballo che si susseguono una dopo l’altra e richiamano, oltre ai residenti, numerosi forestieri. Un fenomeno che scaturisce dal desiderio di divertirsi, ma anche dal superamento delle divisioni di casta. Secoli addietro, infatti, a Tempio i carnevali erano due: uno per la classe privilegiata e l’altro per il popolo, salvo un congiungimento nelle giornate conclusive. Questa prassi si è modificata solo intorno agli anni Trenta. Per la realizzazione dei carri e dei costumi si mette in moto in città una gigantesca macchina organizzativa che vede coinvolte migliaia di persone di ogni ordine e grado e di ogni età. Centinaia di giovani, da mesi, nelle ore libere o durante la notte, lavorano alla realizzazione dei carri che hanno ovviamente un tema ed una allegoria ben precisa. Sono solitamente, carri realizzati in carta pesta su una struttura in legno. Attorno a questi carri, circa una ventina, sfileranno migliaia di figuranti nei loro sgargianti costumi realizzati da centinaia e centinaia di sartine, che per mesi hanno pensato solo a tagliare e cucire. E’ un’attività frenetica, bellissima da vivere e nella quale si coinvolgono anche i bambini. Le sfilate, cui partecipano anche quaranta/cinquantamila spettatori si svolgono il giovedì grasso, con l’ingresso in città di sua maestà, domenica con lo sposalizio del Re ed infine, martedì con il processo e la condanna al rogo.

Fino a cinquant'anni fa le sfilate mancavano di precise allegorie ed erano più che altro, un’esibizione di costumi stravaganti fatti di vecchi abiti ed acconciature strane. Fra tutti risaltava il così detto “Linzolu Cupaltatu” un vero e proprio lenzuolo che avvolgeva la donna da capo a piedi, nascondendole viso, corpo e forme tanto da rendere il soggetto assolutamente irriconoscibile.

 

 

 Tempio Pausania

Il primo nome di “Tempio”, indicato col termine “Templum”, si trova in un documento ecclesiastico del 1173 nel quale sono riportate le condizioni di un accordo amministrativo tra il Vescovo di Civita e il procuratore di Santa Maria di Pisa.  Oggi il nome di “Tempio” riferito alla città è accompagnato dal nome “Pausania”, un accostamento che risale a Papa Gregorio XVI (1831-1846) che ha voluto così recuperare e conservare l’antico nome della Diocesi, facente capo al territorio di Olbia che, tra il 400 e il 600 d. C., andò via via spopolandosi fino a trasferire (per ragioni di sicurezza) il vescovo e chiudere la sede. La parola “Phausania”, come si scriveva allora, ha origine dal toponimo “Pasana”, un fiume che scorre nella valle di “Terranova” e sfocia nel mare del “Golfo di Olbia”. Tempio è città dal 1837, con Decreto firmato da Carlo Alberto, Re di Sardegna, che ha avuto modo di visitare il centro abitato quando, ancora giovane Principe, ha voluto visitare i diversi Stati del suo Regno, e comprendere, già da allora, il valore strategico del sito, in rapporto al territorio, e l’utilità di servizio socio-amministrativo che da quel centro sarebbe scaturito a beneficio dell’economia della Gallura.

I monumenti

La Cattedrale

La chiesa sorge su un primitivo impianto del 1400. La ristrutturazione dell’antico edificio risale ai primi dell’Ottocento. La facciata principale, molto semplice, è movimentata dal portale strombato e dalle due finestre centinate della parte superiore. La facciata laterale appare più articolata; ha aperture timpanate, oculi e la superficie scandita da lesene binate. L’interno, a navata unica coperta da volta a botte, presenta quattro cappelle per lato; quelle vicine al presbiterio, più profonde, formano quasi un transetto sul quale s’innesta l’ampia zona presbiteriale rialzata e absidata. Nella cappella n.2 si trova l’altare ligneo del Santissimo. La cappella n.3 apparteneva alla nobile famiglia dei Capece; in essa è sepolto il vescovo Monsignor Diego Capece (1855). Al centro della volta dell’abside si vede un dipinto raffigurante il patrono S. Pietro; è opera del pittore Paglietti (1907).

 

L’Oratorio di Santa Croce

La chiesa, la cui facciata è orientata verso il Monte Limbara, presenta un sobrio prospetto segnato nei due livelli da lesene e concluso da un timpano triangolare. L’interno è a navata unica ricoperta da una volta a botte, rinforzata con archi a tutto sesto. Un recente restauro ha messo a nudo la struttura a mattoni lasciati a vista, a sottolineare il contrasto cromatico tra il grigio del granito e il rosso del cotto. L’altare maggiore, in granito presenta un retablo barocco ligneo che conserva il Cristo Crocifisso. Pregevole la deposizione lignea secentesca esposta sul lato destro.

 

L’Oratorio del Rosario

La sua costruzione risale probabilmente all’epoca pisana (1200). Elegante architettura la cui fronte presenta motivi stilistici aragonesi (portale) e settecenteschi (Timpano ricurvo dentato), associati a un fregio di gusto tardo romanico ad archetti pensili. Nel 1927, sul Bollettino della Diocesi di Tempio, venne avanzata l’ipotesi che questa chiesa sia sorta dove prima esisteva un tempio romano, dedicato a Castore e Polluce. A loro volta i Romani, sconfiggendo i Sardi nuragici, si erano insediati nel sito di Monti Pinna, dove sorgeva un antico nuraghe del quale rimane ancora visibile qualche traccia.  Attorno al tempio sorse poi un centro abitato, considerato il primo nucleo dell’attuale centro storico cittadino.  La tradizione popolare ha individuato nelle due statuette, collocate in cima alla facciata, la raffigurazione delle antiche divinità pagane dei Dioscuri.

 

Museo Bernardo De Muro

Il Museo in onore del cantante lirico locale Bernardo De Muro (1881-1955), formatosi presso l'Accademia di Santa Cecilia di Roma e, divenuto famoso a livello nazionale ed internazionale soprattutto per l'interpretazione delle opere del Mascagni, in particolare dell’Isabeau. All’interno è custodita la raccolta di costumi di scena, oggetti personali, foto e ritratti, manifesti e locandine degli spettacoli. Si possono ascoltare tutte le incisioni discografiche del repertorio.

 

Biografia Bernardo De Muro

Cantante lirico. Nacque a Tempio Pausania nel 1881. Studiò presso la prestigiosa accademia musicale di Santa Cecilia di Roma, a partire dal 1902, come baritono. In seguito studiò privatamente come tenore. Debuttò l'11 maggio del 1910 al Teatro Costanzi di Roma, interpretando il ruolo di Turiddu nella Cavalleria Rusticana di Mascagni. Nel gennaio del 1912, cantò per la prima volta alla Scala di Milano l'Isabeau di Mascagni, opera destinata a diventare il suo cavallo di battaglia ("Ascoltando un simile Folco si capisce perché Iabeau sia sparita dal repertorio e perché non ci ritornerà. Senza Bernardo De Muro è impossibile", G.Landini) Il cantante sardo fu anche un ragguardevole interprete verdiano, in particolare dei personaggi di Manrico, Alvaro, Radames, Don Carlos; interpretò anche Otello, solo su disco ("La sua interpretazione lascia semplicemente ammirati", G.Landini). La fama del De Muro varcò i confini nazionali: nel 1913 fece la sua prima tourneé in Sud America, paese in cui tornò altre quattro volte, sempre con grande successo. Nel 1925 sposò l'americana Helen Wait, che lo rese padre di una figlia, Dina. Ebbero così inizio i suoi soggiorni negli Stati Uniti, dove si esibì in molti teatri. Cantò anche in Spagna, Messico, Cuba, Montecarlo, Parigi e Berlino. Il 1928 segnò il ritiro dalle scene, con la sua ultima interpretazione a Roma, presso le Terme di Caracalla, dell'Isabeau, sotto la direzione dello stesso compositore Mascagni. Si spense a Roma nel 1955. Il suo corpo fu sepolto nel cimitero di Tempio, in un'originale tomba a piramide da lui stesso fatta costruire.

 

 

Percorsi archeologici nei dintorni di Tempio e il Monte Limbara

Tomba dei giganti di Pascaredda

La tomba di giganti è il monumento funerario tipico della Civiltà Nuragica. La tomba di giganti di Pascaredda, che dista circa 5 Km da Tempio Pausania, è situata in un sito di straordinario interesse paesaggistico ed archeologico, poiché è posta ai piedi di Monte di Deu ove sussistono diverse testimonianze di epoca nuragica. La tomba di Pascaredda risale al XIV secolo a.c. ed è costituita da una esedra di forma semicircolare ottenuta con lastre di granito infisse a coltello, di dimensione scalare rispetto all’elemento centrale, la stele, della quale manca la parte superiore. Nella parte inferiore di quest’ultima, che presenta la tipica cornice a rilievo piatto sui lati verticali, si apre il portello, superiormente arcuato, che simboleggia la porta di ingresso all’oltretomba. Il corridoio tombale, di pianta rettangolare allungata, è lungo m 12,15. Le sue pareti, costituite da blocchi di granito, sono sormontate da tredici lastre. Una lastra orizzontale posta sul fondo del corridoio costituisce una sorta di mensola, probabilmente destinata all’appoggio di offerte funerarie.

Come arrivare - Da Tempio si esce sulla S.S. 127 verso Calangianus e dopo circa cinque chilometri, arrivati al bivio per Nuchis, che si trova a sinistra, si svolta a destra in una strada che si trova davanti al bivio. Superati i binari, si prosegue per circa 600 m., quindi si gira a sinistra e si segue il cartello che si trova lungo la strada. Si svolta poi a destra e si percorre un sentiero per circa m 400,00. Oltrepassato il ruscello Badu Mela sul ponticello di legno, si prosegue per altri m 100,00 quindi si troverà la tomba sulla destra, all'interno di un bosco di querce da sughero.

 

Nuraghe Agnu

Il nuraghe Agnu, esempio di nuraghe “a corridoio”, è situato alle falde settentrionali del Monte di Deu. Presenta una pianta irregolare condizionata da un imponente costone roccioso inglobato nella struttura muraria. Integro per l’intero perimetro e per un’altezza massima di m 5,70, il nuraghe presenta sul fianco posteriore una scala di granito che, partendo dal piano di campagna, raggiunge la sommità. L’ingresso aperto sulla facciata immette nel corridoio principale, ove sulla sinistra si apre una cella ellittica a falsa cupola. Poco oltre sulla destra si apre un cunicolo lungo circa m 11,00 che ha sbocco a Sud nella parte posteriore del monumento. Proseguendo nel corridoio principale, sullo stesso lato, si apre una cella reTtangolare con pareti aggettanti di circa m 6,00 di lunghezza.

Come arrivare - Da Tempio si esce sulla S.S. 127 verso Calangianus e dopo circa cinque chilometri, arrivati al bivio per Nuchis, che si trova a sinistra, si svolta a destra in una strada che si trova davanti al bivio. Si superano i binari e dopo la ferrovia si prosegue per circa 600 m., quindi si gira a sinistra e dopo 200 m.si giunge ad uno stazzo (ricovero per animali) sulla destra della strada. Vicino ad esso c'è il Nuraghe Agnu, mentre la Fonte sacra Li Paladini, si trova a 200 m. di distanza dal nuraghe. 

 

Fonte nuragica di Li Paladini

Il monumento, a valenza probabilmente sacra, è situato nel versante Nord orientale di Monte di Deu, a circa Km 5 da Tempio Pausania. La fonte dista m 200,00 dal nuraghe Agnu e circa 15 minuti di cammino dalle altre strutture megalitiche nuragiche segnalate sulla sommità dello stesso Monte di Deu. La fonte di Li Paladini, priva di gradini perché capta una polla sorgiva di superficie, si presenta in ottimo stato di conservazione. La struttura muraria si conserva intatta e un’apertura trapezoidale costituisce l’ingresso alla camera interna. Quest’ultima, di pianta rettangolare e pareti aggettanti, è coperta con due lastre granitiche di medie dimensioni. La camera interna della fonte, per la sua struttura a blocchi squadrati e per la forma stessa, è stata accostata a quella del pozzo di S. Anastasia di Sardara.

 

Nuraghe Majori

Il nuraghe è l’elemento architettonico peculiare della Civiltà Nuragica e da cui questa prende il nome. Il nuraghe Majori si trova a circa 2 Km da Tempio Pausania in località Conca Marina. Sorge su una collinetta granitica a m 498,00 di altezza sul livello del mare. La sua posizione e l’aspetto massiccio testimoniano sia la sua importanza strategica che la presenza di una comunità. Si tratta di un nuraghe di tipo misto: esso presenta, infatti, le caratteristiche dei nuraghi "a corridoio" per la forma irregolare e per la presenza di un corridoio che attraversa l’intera massa muraria e, nello stesso tempo, mostra i caratteri dei nuraghi a tholos (falsa cupola) nella copertura dei due ambienti di forma ovoidale che si aprono su entrambi i lati del corridoio. In fondo a quest’ultimo si trova il cortile a pianta semicircolare, delimitato da un muretto costruito con blocchi di misura inferiore rispetto a quelli utilizzati nelle altre parti del nuraghe. Tra il muro e la torre Sud si trova la scala che permette l’accesso al piano superiore.  In epoca alto medioevale il monumento veniva utilizzato dai pastori presenti nella zona. Alcuni reperti ritrovati confermano invece l’utilizzo del sito all’epoca dell’Impero Romano; si tratta di frammenti di anfora e ceramica sigillata. I ritrovamenti più consistenti riguardano però materiali riferibili alle fasi di vita del monumento in età nuragica.

Come arrivare. Dall'abitato di Tempio Pausania, percorrere la Strada Statale 133 per Palau. Al Km 1,500 troverete un ampio parcheggio alla vostra destra. Lasciata la macchina prendete la strada sterrata posta sulla destra dopo il parcheggio e proseguire per circa m 200, fino ad incontrare sulla sinistra l’ingresso dell’area archeologica del monumento, magnificamente gestito dalla società Balares che annovera tra le sue guide preparatissimi archeologi.

 

Nuraghe Izzana

Il Nuraghe Izzana probabilmente il più grande nuraghe della Gallura, si trova nella suggestiva Valle della Luna. Si tratta di un nuraghe complesso molto particolare, che dal punto di vista tipologico presenta caratteristiche sia dei più arcaici nuraghi a corridoio, frequenti in Gallura, che dei più comuni nuraghi a tholos. La pianta ha forma triangolare oblunga con angoli smussati. La camera della torre centrale è coperta a tholos ed è ancora integra, mentre le camere laterali, situate a diverse altezze da terra, sono danneggiate ma parzialmente raggiungibili attraverso una serie di corridoi interni, attualmente in parte crollati, che giravano attorno alla costruzione. Un'altra particolarità di questo nuraghe è quella di essere fornito di diversi ingressi, dei quali quello principale dal quale si accede ad un corridoio, si trova nella parte sud-ovest ed è costruito con pietre di grosse dimensioni molto ben lavorate, come tutta la parte meridionale del nuraghe. Un secondo ingresso è situato invece nella parete sud-orientale. La differenza della tecnica costruttiva in varie parti del nuraghe, nonché la singolarità della pianta, potrebbero indicare che la costruzione sia frutto di più interventi costruttivi cronologicamente successivi, i più recenti dei quali hanno modificato ed ampliato le strutture preesistenti. Il nuraghe è interamente costruito in granito e si trova in buono stato di conservazione.

Come arrivare. Uscendo da Aggius, si prende la strada per Trinità d'Agultu, Strada Provinciale 74 che si percorre sino al km. 2,200 Qui si svolta a destra in una strada sterrata, all'inizio della quale si trova un cartello per il nuraghe. Si percorrono km 1,300 e si svolta ancora a destra, in un viottolo accidentato indicato da un cartello in legno; si devono percorrere km 1,400 circa, aprendo e chiudendo due cancelli che si incontrano sulla strada, perchè questa attraversa alcuni terreni a pascolo. La strada porta davanti al nuraghe, che si trova vicino ad alcune stalle. Il monumento si trova al confine tra i comuni di Aggius e di Tempio Pausania.

 

I Dolmen di Luras

Il dolmen è un monumento funerario del neolitico recente (3500 – 2700 a.c.). La parola dolmen, di origine bretone, significa “tavola di pietra” in ragione della tecnica costruttiva utilizzata, basata sul principio del trilite: due pietre infisse verticalmente ne sostengono una terza posta di piatto come copertura. Nel territorio del vicino comune di Luras, a circa 9 Km da Tempio Pausania, si ha una notevole concentrazione di tali sepolture. Troviamo infatti i dolmen di Alzoledda, Ciuledda, e Bilella e l’allée couverte di Ladas. L’allée couverte costituisce una evoluzione del dolmen, trattandosi di una tomba a galleria coperta, una sorta di dolmen allungato. Il monumento di Ladas, ben conservato, presenta lastre di copertura di notevoli dimensioni che conferiscono grande imponenza al monumento.

 

I Tafoni

La Gallura è una zona particolarmente ricca di tafoni (in dialetto gallurese detti “li conchi”). Si tratta di cavità granitiche naturali utilizzate come ripari e abitazioni in epoca prenuragica, forse già dal Paleolitico, e poi anche come sepolture in età nuragica. Persino in tempi recenti (fino agli anni settanta del ventesimo secolo) erano abitati dai pastori durante il pascolo montano, nei periodi di transumanza, da Maggio a Settembre. L’intervento dell’uomo in queste caverne scavate dall’erosione è visibile nei tradizionali muri costituiti da filari di pietre granitiche, talvolta tenute insieme da malta di fango.

 

Il Monte Limbara

Poco distante da Tempio Pausania si trova la catena montuosa del Monte Limbara, costituita da vari rilievi con quote superiori ai 1000 mt., tra i quali spicca la Punta Balistreri con i suoi 1359 mt.s.l.m..
La cima è raggiungibile in auto attraverso una strada asfaltata che attraversa i boschi e arriva sino alla vetta, dove è possibile ammirare gran parte della Sardegna centro settentrionale, e durante l'inverno, le cime innevate della Corsica.

Il paesaggio del Monte Limbara risulta fortemente disomogeneo in relazione all'altitudine. La zona nord è caratterizzata dall'alta e  impenetrabile macchia mediterranea mentre,  in prossimità delle cime, si possono ammirare le lande steppose e le vette formate da rocce grigio-violetto. Le zone pedemontane si distinguono dalle altre per il loro rimboschimento.   Una delle caratteristiche peculiari del Monte Limbara è la presenza di numerose sorgenti rinomate per la leggerezza e per le qualità oligominerali delle loro acque. La vegetazione, nonostante i numerosi incendi, conserva tracce evidenti di sughere, lentisco, roverella, leccio, cisto, mirto, corbezzolo e ginepro. Molto importante è la presenza di erica arborea mista ad erica scoparia; non è difficile trovare il tasso e l'agrifoglio.  Assolutamente unici alcuni rettili come l'Armeno sardo, la Rotulea Limbarae, il Thesium Italicum, e il Ribes Sandaliotum. Segnaliamo inoltre l'Euprotto Sardo, il Discoglosso Sardo, la Lucertola di Bedreaga e la Biscia dal Collare. Tra gli anfibi la Testuggine Comune d'acqua e la rara Testuggine Marginata.  Tra le specie animali più numerose, il cinghiale, il gatto selvatico sardo, raro animale endemico dell'isola, la donnola. Recentemente sono stati reinseriti il muflone e il daino, a suo tempo estinti. Ciò che rende straordinario il Monte Limbara, oltre ai resti archeologici, alla flora ed alla fauna, sono i giochi di colori e di luci che si formano nelle rocce granitiche. Il Limbara è una meraviglia geologica, un fossile godibile da tutti.

 

Le acque del Monte Limbara e le terme di TempioNumerosi torrenti scendono dal Monte Limbara, tutti molto noti agli anziani del posto: basti citare Riu Manzoni, Riu Parapinta, Riu Badumela confluenti tutti nel Carana, che alimenta il Liscia; e altri, come il Rio Salaùna, che sono affluenti del Coghinas. L’acqua oligominerale fredda delle terme di Tempio Pausania sgorga dalle rocce granitiche tipiche della zona del Tempio, e presenta piccolissime quantità di sali minerali, tra cui il cloruro di sodio e il bicarbonato calcico. In altre parole, poiché sgorga dalle rocce granitiche tipiche della zona, essa contiene solo piccole quantità di sali minerali - tra cui i più rappresentativi sono cloruro di sodio e bicarbonato di calcio - e risulta così molto gradevole e leggera. Le fonti di RinagghjuLa regina delle fonti è incontestabilmente la fonte di Rinagghju, nel rione omonimo a sud.ovest della città, accanto alla Pischinaccia. Frequentata sin dai tempi più lontani, la ricorda lo stesso abate Angius nel Dizionario del Casalis (1840). Le prime analisi chimiche, risalenti al 1936, la classificarono come acqua oligominerale fredda (12°), con un alto tenore di silice (per la sua origine granitica) e con proprietà molto simili a quella di Fiuggi. Oggi queste acque vengono anche sfruttate nello stabilimento termale, immerso nel verde, e dotato di strutture ed impianti moderni. All’interno del quale troviamo inoltre palestre, bagni turchi, saune, vasche idromassaggio e sale per massaggi. Lo stabilimento termaleProgettato all'inizio degli anni Settanta e aperto nel giugno 1998, sorge a monte della città ed è inserito in un contesto naturale di rara bellezza. Nel parco delle terme si trovano alberi centenari e piante officinali. Il paesaggio è decisamente montano, con dense zone alberate dove le conifere del rimboschimento si mescolano alla vegetazione originaria di querce e macchia mediterranea (cisto, mirto, cobezzolo, erica). Questa posizione invidiabile offre notevoli possibilità di escursioni e passeggiate, anche a cavallo.

 

Percorso nel verde: da Tempio a Luogosanto, Sant’Antonio di Gallura, Calangianus, Aggius e Bortigadas

 

 

Luogosanto

Parco Naturale di Fonte La Filetta sul Monte Casteddu

Dall' interno del paese parte la strada asfaltata che conduce al piccolo Parco Naturale di Fonte La Filetta, verdeggiante di lecci e sughere intorno alla sorgente omonima e, le cui acque sono rinomate per loro proprietà oligominerali e diuretiche. Il parco è attrezzato per picnic e passeggiate.

 

Sant'Antonio di Gallura

Monte Santo

Da Luogosanto si prende la provinciale per Arzachena e Sant'Antonio di Gallura, bella strada panoramica che in circa 17 chilometri di saliscendi, attraversata da ultimo la valle del Liscia, conduce all'innesto della statale 427: qui si svolterà a destra verso Sant'Antonio di Gallura ma, pochi chilometri prima dell'abitato e in corrispondenza della chiesetta campestre di La Crucitta (che è sulla destra della strada), si infilerà a sinistra un lungo sterrato che dopo una decina di chilometri conduce al Monte Santo (619 metri), una delle cime più elevate dei Monti Ultana. La sua caratteristica preminente è data dal colore rosa dei graniti affioranti, che contrasta col verde della fitta vegetazione: vi prevalgono il cisto, il lentisco, il corbezzolo, (olivastro, il pero selvatico. La macchia è dimora abituale di gatti selvatici, volpi, donnole, lepri e cinghiali.

 

Calangianus

Valle del Rio Catala e Altipiano di Li Conchi

La bellissima strada (la statale 427) che, al ritorno da Monte Santo, ci conduce dapprima a Sant'Antonio di Gallura e poi in direzione di Tempio attraversa, circa sei chilometri prima di raggiungere Calangianus,dove si apre la suggestiva Valle del Rio Catala.

La Valle del Rio Catala è una splendida sughereta che dilaga sui rilievi circostanti, lasciando scoperti solo i roccioni isolati e più alti, e scende verso il basso fino a lambire le limpide acque del torrente. Raggiunta Calangianus, si prende la statale 127 in direzione di Olbia, se ne percorrono circa quattro chilometri e si svolta quindi a destra in uno sterrato che s'inoltra nel lussureggiante altipiano di Li Conchi, ad una altezza superiore ai mille metri, in mezzo a una foltissima vegetazione di sughere e lecci. Verso sud - est si sussegue una serie di una ventina di cime aguzze e inaccessibili, di altezze comprese fra i 1080 e i 1120 metri, mentre l'aspetto selvaggio del paesaggio è mitigato dalla presenza di numerose sorgenti. Ritornati poi sulla statale 127, si svolta a destra e si rientra a Tempio in circa un quarto d'ora.

 

Aggius

Valle della Luna e Strada panoramica di Aggius

Uscendo da Tempio sulla SS 127, appena fuori dalla città si prende la provinciale 127 che dopo 4 km arriva ad Aggius. Percorsi altri 7 km circa  ci si trova immersi in un paesaggio brullo e sassoso: una vasta pianura punteggiata di rocce granitiche isolate o a gruppi, enormi massi rotolati a valle in tempi immemorabili dai monti circostanti, in seguito a qualche cataclisma di portata apocalittica. È la Piana dei Grandi Sassi, o Valle della Luna. Il profondo silenzio, le forme bizzarre delle rocce e i loro colori cangianti al variare della luce e dell'incidenza dei raggi del sole danno al paesaggio un aspetto irreale. La vegetazione è sporadica: qua e là si vedono isolati alberi di leccio e querce da sughero, mentre più rigogliosa è la macchia bassa di erica e cisto. A destra della strada appare una grande roccia detta per la sua forma 'Testa di Platone". La piana è ricca di tafoni, rocce granitiche scavate dagli agenti atmosferici e utilizzate come ripari naturali in epoca preistorica. Da una cupola di granito il Nuraghe Li Parisi domina la piana. Poco prima di raggiungere

Intorno al paese di Aggius si sviluppa la strada panoramica dei Monti di Aggius, (irta catena situata proprio alle spalle dell'abitato e chiamata per la sua linea seghettata il "Resegone sardo". Benché infatti ('altezza di questi rilievi sia piuttosto modesta (la punta più elevata è il Monte Sozza, 788 metri), le vette sono frastagliate e brulle e tra i massicci granitici si aprono aspri dirupi. Dalla strada si ammira un paesaggio ancora intatto, con rigogliosi boschi di sughere, il laghetto di Santa Degna e l' intera vallata che guarda verso Tempio.

 

 

Bortigiadas

Fiume Coghinas e Lago artificiale di Casteldoria

Da Tempio si imbocca la statale 127 in direzione di Sassari, si lascia sulla destra l'abitato di Bortigiadas e si prosegue ancora per circa nove chilometri: alla biforcazione, anziché infilare la direttissima per Sassari, si piega a destra sulla stessa statale 127 che costeggia per un tratto il Coghinas. Percorsi ancora poco meno di due chilometri si svolta nuovamente a destra in una strada secondaria in direzione di Tisiennari, dalla quale si diramano sulla sinistra vari sentieri che portano sulla riva del fiume Coghinas, particolarmente suggestivo, sia per la ricchezza della vegetazione che si assiepa lungo le sue rive sia per il gran numero di nuraghi che ne punteggiano le sponde. Poco più avanti, dopo aver ricevuto le acque del Rio Giobaduras, uno dei suoi principali affluenti, il fiume lambisce (presso una località chiamata appunto per questa ragione Pont'Ezzi, cioè Ponte Vecchio) le rovine di un ponte romano. Lungo la stessa strada si può poi raggiungere (deviando a destra dopo circa cinque chilometri dal bivio della statale) la frazione di Scopaggiu, dal cui piccolo abitato si prenderà un sentiero pedonale che conduce al Lago artificiale di Casteldoria, un invaso di modeste dimensioni, creato nel 1926 a scopo soprattutto di produzione di energia elettrica e di irrigazione. Il lago, la cui sponda destra ricade in territorio di Bortigiadas mentre la sinistra appartiene al comune di Perfugas, è frequentato da nutriti gruppi di uccelli palustri ed è ricco di pesce. Da Scopaggiu si può poi spingersi un paio di chilometri verso nord, fino a veder apparire il massiccio granitico del Monte Ruiu (Monte Rosso, per il colore rosato della roccia), sulla cui cima svettano due guglie che, per il loro curioso aspetto, sono chiamate dalla gente del luogo Su Padre e Sa Monza: infatti, soprattutto al tramonto, sembrano stagliarsi nitide sullo sfondo del cielo le immagini di un frate incappucciato e di una suora.

 

 

Luogosanto

Luogosanto è un villaggio sorto durante il medioevo, periodo in cui nacquero gran parte degli attuali paesi dell'isola. Durante la dominazione aragonese, i suoi abitanti si opposero fieramente alle prepotenze dei feudatari, colpevoli di malgoverno ed eccessiva pressione fiscale, soprattutto in una terra dimessa come la Gallura. Dopo decenni di scontri, alla metà del XV secolo, il paese si spopolò.

Per la rinascita del paese ci vollero oltre duecento anni, quando alcuni pastori iniziarono ad edificare i loro stazzi in queste terre. In questo periodo il paese fu interessato anche dalla grave piaga del banditismo e del contrabbando, trovandosi proprio nella rotta tra Tempio e Santa Teresa di Gallura, storico porto di traffici illeciti con la Corsica. Agli inizi del XX secolo le buone terre di questo paese iniziarono a dare i loro frutti, viticoltura e pastorizia erano i settori trainanti, per una rinascita che, nel 1947, rese l'autonomia comunale a Luogosanto. Luogosanto ha circa 2000 abitanti e ben dodici chiese, per cui nessun nome poteva essere così azzeccato per un paese. In realtà il nome deriverebbe dalla scoperta delle reliquie dei santi Nicola e Trano, che sarebbero vissuti nei pressi della chiesa innalzata in onore di quest'ultimo. Il santuario si trova a sud, poco distante dal paese, sopra un rilievo granitico con splendida vista panoramica sulle Bocche di Bonifacio. Nella grotticella in cui vennero recuperate le ossa dei beati, custodita tra le mura della chiesa, è stato inserito un altare ricavato da un unico blocco di pietra.

La chiesa più importante del paese è Nostra Signora di Luogosanto, edificata nel XIII secolo in forme romaniche. Secondo la leggenda sarebbe stata edificata da dei francescani, nello stesso luogo in cui gli apparve la Madonna per indicargli dove si trovassero le reliquie dei santi Trano e Nicola. Un'altra leggende è legata alla statua all'interno della Basilica, che sarebbe stata ritrovata nelle spiagge di Arzachena. Nostra Signora di Luogo Santo ebbe comunque il privilegio avere in dote la Porta Santa, per volere del Papa Onorio III°. Come tutte le porte del suo genere può essere aperta ogni sette anni e lo resta per un anno intero, periodo in cui il santuario diviene una meta di pellegrinaggio per migliaia di fedeli. Ben tre santuari si trovano in regione Balaina e sono quello della Madonna del Rimedio, quella di San Salvatore, costruita interamente in granito e quella di Santu Baingio di Li Coddi, con una singolare copertura di ginepro.

Nella strada per Arzachena si trova il castello di Balaiana, costruito in epoca giudicale pare come residenza estiva dei re del Giudicato Gallurese. Il fortilizio subì gravi danni durante gli scontri con gli aragonesi, altri danni glieli causò l'incuria, seppure sono rimasti intatti diversi ambienti. Annessa al castello si trova la chiesa di San Leonardo, probabilmente inglobata col tempo nelle mura, un edificio costruito completamente in granito. Il complesso è raggiungibile dopo una apprezzabile scalinata con qualche "centinaio" di gradini.

Sulla strada per Santa Teresa, dopo pochi chilometri sulla destra, sorge invece il Castello di Re Baldo (o Palazzu di Baldu). In realtà l'edificio, era probabilmente l'abitazione di un governatore, infatti risulta essere privo di fortificazioni. Il palazzo sorge in zona Santo Stefano, dove esisteva l'omonimo paese medioevale e dove resiste la chiesa dedicata sempre al santo, edificata nel XVII secolo, probabilmente sui ruderi del paese.

 

Berchidda

L'abitato di Berchidda è ubicato nella parte centro - orientale della Provincia di Sassari, al confine fra Logudoro e Gallura. Confina con i centri di Tempio Pausania, Calangianus, Monti, Alà dei Sardi, Buddusò ed Oschiri. Il territorio del Comune è di complessivi 20.000 ettari, e si sviluppa, in altitudine, dai 164 mt. del Lago del Coghinas ai 1.362 mt. di Punta "Sa Berretta" sul massiccio del Limbara al confine con il Comune di Tempio Pausania. L'economia del centro è prevalentemente basata anche oggi sul settore agro-pastorale e l'artigianato. Notevole è stata in questi ultimi anni l'integrazione tra i vari settori economici e l'iniziativa dei suoi addetti; sono infatti presenti aziende di trasformazione dei prodotti agricoli, gestiti in forma cooperativistica (vedi la cantina sociale del vino "Giogantino", la cantina sociale del latte "La Berchiddese", l'oleificio), che hanno assunto un ruolo importante nel settore agro - alimentare dell'intera provincia ed anche oltre. L'artigianato inoltre è presente oltre che nei settori tradizionali della lavorazione del ferro e del legno, anche nel settore sugheriero, settore che negli ultimi anni sta assumendo un ruolo molto importante nell'economia del paese, con lo sviluppo di alcune aziende di lavorazione di questo materiale di medie dimensioni. Notevole sviluppo sta avendo anche il settore terziario, con particolare riferimento al turismo, con la nascita di alcune aziende di ricettività, come ristoranti, hotel, un campeggio attrezzato/camper service per il periodo estivo con annessa piscina all'aperto.

Da segnalare-  Notevoli anche le iniziative di carattere culturale, come la rassegna, ormai famosissima a livello internazionale, "Time in Jazz", curata dall'omonima Associazione, con programmi di contorno durante tutto l'arco dell'anno, ed altre iniziative atte a migliorare lo sviluppo culturale dell'intero territorio e della popolazione.

L’associazione Time in Jazz

Time in Jazz è un’associazione culturale senza fini di lucro, costituita nel dicembre 1997. I soci fondatori sono i volontari che per dieci anni, dal 1988 al 1997, hanno composto lo staff organizzativo del festival Internazionale Time in Jazz di Berchidda. La scelta di fondare un’associazione, con sede a Berchidda, è stata dettata da esigenze di carattere organizzativo e gestionale in una struttura meglio definita. Time in Jazz ha potuto godere così di un riconoscimento dell’attività culturale svolta da parte delle istituzioni locali e nazionali. Oltre all'organizzazione e al coordinamento del festival internazionale Time in Jazz, l'associazione ha allargato nel corso degli anni il proprio ventaglio di proposte, creando al suo interno specifiche aree di attività culturali. Nel 1998 nasce la rassegna Altri Tempi, incentrata sul cinema (in particolare sardo), il teatro e la musica. Lo stesso anno prende il via Aprile non dormire, dedicata alla presentazione di opere editoriali e teatrali. A giugno è poi il momento della Festa della Musica, il primo appuntamento musicale dell'estate, prima del grande festival ferragostano. E' inoltre di proprietà dell'associazione una collezione privata permanente di arte contemporanea in Sardegna, oggi ospitata dal Museo del Vino/Enoteca Regionale di Berchidda, e la rivista quadrimestrale di arte e cultura contemporanea Ziqqurat, diretta da Giannella Demuro. A queste  attività  si  aggiunge  quella  di  archiviazione del  materiale prodotto nel corso degli anni. Un prezioso patrimonio di documenti e testimonianze che compongono la memoria storica di Time in Jazz - registrazioni audio e video, ritagli di giornali, fotografie, disegni, manifesti - per la promozione di tutte le attività culturali che i linguaggi della musica e dell'arte in genere possono suggerire. In questo senso, l’associazione è un vero e proprio laboratorio di idee e progetti culturali che stimolano l’interazione fra le diverse attività artistico-creative. Riflesso diretto di questa attività di archiviazione, la pubblicazione di cinque cd tratti da altrettanti concerti di recenti edizioni del festival. Presidente e direttore artistico di Time in Jazz è Paolo Fresu[1].

 

Time in Jazz e P.A.V.

Curato da Giannella Demuro e Antonello Fresu, il P.A.V. (Progetto Arti Visive) organizza le iniziative artistiche dell’associazione Time in Jazz, e tra i suoi obiettivi ha lo studio, la promozione e la documentazione dei fenomeni artistici che sono espressione della ricerca più avanzata nel campo delle arti visive in Sardegna. Il P.A.V. si propone così come occasione di incontro e riferimento per la cultura artistica nell’Isola, grazie anche alla risonanza internazionale acquisita dal Festival e dall’associazione nel corso degli anni. Dall’agosto 1997 ad oggi, il P.A.V. ha prodotto numerose manifestazioni artistiche coinvolgendo la maggior parte dei più noti e impegnati artisti locali, ma anche molti artisti nazionali e internazionali. Il sempre maggiore coinvolgimento dell’associazione Time in Jazz nell’ambito della ricerca visiva e il crescente successo e apprezzamento del pubblico e degli operatori del settore hanno portato alla definizione di un programma di lavoro articolato in numerose sezioni e alla realizzazione di due iniziative stabili: la Collezione di Arte contemporanea e Semida - Museo all’aperto del Monte Limbara, nel territorio della Foresta Demaniale "Monte Limbara Sud" di Berchidda, dove vengono realizzati interventi di arte ambientale. Di anno in anno, inoltre, nuove iniziative artistiche vengono progettate e realizzate dai responsabili del P.A.V. e dai curatori chiamati a collaborare al fine di creare nuove occasioni di incontri culturali e opportunità diversificate per la diffusione di un turismo culturale. Tutti gli eventi del Progetto Arti Visive sono accompagnati dalla pubblicazione di cataloghi corredati da apparato critico e iconografico, uno strumento culturale che consente la storicizzazione e la divulgazione degli eventi realizzati, a disposizione del pubblico e degli operatori del settore.

 

Museo del Vino

Il Museo del Vino di Berchidda è la prima struttura multimediale in Italia dedicata al vino. Straordinario contenitore dall’architettura ardita, consente di tracciare l’affascinante storia del vino nel Monte Acuto e in Sardegna all’interno di una serie di testimonianze che raccontano la vita materiale dei Sardi nel corso dei secoli. Diverse fonti storiche citano la particolare vocazione per la produzione del vino, che per le sue caratteristiche organolettiche, determinate dal clima e dalla conformazione del territorio, ha delle distinguibili unicità.  Nel museo di Berchidda, articolato in diverse sale, sono esposti gli attrezzi utilizzati anticamente, in differenti epoche e territori, per la lavorazione dei vigneti e delle uve: tini, vasche per la pigiatura, torchi con base di granito, ecc. È nella sintesi il punto di forza di questa struttura: formidabile spazio culturale ma anche una grande vetrina che espone e vende tutti i prodotti dell’enologia sarda; tempio consacrato al rito di Bacco ma anche efficace contenitore di eventi culturali diversi; suggestivo raccoglitore della memoria storica di Berchidda ma anche luogo dedicato al confronto di culture e enologiche diverse attraverso Internet, i software interattivi e le immagini virtuali. La visita al Museo del vino di Berchidda si estende al vigneto didattico che, immerso nel verde della macchia mediterranea e nei lecci, filliree, ginestre, mirti e corbezzolo, fa da meravigliosa cornice alla struttura.

 

Siti archeologici

Dolmen di Monte Acuto

Si tratta di uno dei più grandi dolmen presenti nella zona. Orientato a SO, è stato realizzato sfruttando un affioramento granitico.  La sepoltura, a pianta rettangolare (largh. m 1,30/1,50; prof. m 3,50-4,00; alt. m 1,00-1,50), è delimitata lateralmente da due ortostati con facce interne ben lavorate, mentre sul fondo è chiusa da un paramento murario realizzato con pietre di grandi dimensioni.  La struttura è coperta da un lastrone poligonale spezzato in due parti (lungh. m 4,00 circa; largh. m 2,80 circa) e mostra sulla lastra d. una coppella emisferica, mentre altre otto coppelle sono presenti su uno dei frammenti della copertura.  L'area circolare antistante il monumento, in corrispondenza del dirupo, è delimitata da un muro e da affioramenti rocciosi. Sul lato d. dell'ingresso, presso i resti di una struttura muraria, è individuabile un menhir aniconico rovesciato.  Il monumento è databile al Neolitico finale-Eneolitico. Il sito fu frequentato durante l’età del Bronzo e in periodo medievale.

[1] Paolo Fresu è un sardo che ha conquistato il mondo. E’ nato e ha passato la sua vita, prima che la musica lo portasse via, in un piccolo paese del nord della Sardegna che ora, grazie a lui, è diventato la sede di un importante e frequentatissimo festival jazz estivo (“Time in jazz”), Berchidda. Paolo Fresu è un poeta della tromba ormai conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Ha scoperto il jazz nel 1980, ha iniziato la sua attività professionale nell’1982 e già nel 1990 ha vinto il premio “Top Jazz 1990” come miglior musicista italiano, miglior gruppo (il 'Paolo Fresu Quintet') e miglior disco (Live in Montpellier): pochi elementi, ma sufficienti a capire che Fresu è un tipo di quelli che bruciano le tappe. Inarrestabile, vulcanico. Al di là del territorio privilegiato del jazz, non c’è campo in cui non si sia cimentato: teatro, danza, cinema, televisione, canzone e musica leggera, arte, giornalismo, insegnamento.  Ha inciso oltre 180 dischi dei quali circa una ventina a proprio nome ed altri con collaborazioni internazionali, ha partecipato a innumerevoli festival, avuto riconoscimenti italiani e internazionali (uno su tutti, il “Django d’Or”, l’Oscar europeo della musica, vinto due volte, nel ‘96 come miglior musicista di jazz europeo, e nel 2001 come miglior musicista internazionale con l’opera Mélos edita dalla BMG Francia).