Itinerari attorno al Carnevale di Oristano

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I CARNEVALI DELL’ORISTANESE

A) Il carnevale di Oristano - SA SARTIGLIA

La Sartiglia è un gioco equestre di antiche origini: pare siano stati i Crociati ad introdurla in Occidente, fra il 1118 e il 1200. È dunque probabile l'origine saracena della giostra che è poi una corsa equestre all'anello, sospeso sul percorso all'altezza di un uomo a cavallo.

Si potrebbe datare la presenza della Sartiglia ad Oristano intorno alla metà del XIII secolo, quando i legami tra le Corti Aragonese e d'Arborea permisero che i Giudici ed eredi della Corona venissero educati in Aragona. Di qui la corsa giunse in Sardegna. Così la Sartiglia divenne l'emblema della tradizione giudicale e cavalleresca oristanese.

Il cavaliere della Sartiglia deve infilzare una stella metallica con la lancia o con la spada: questo genere di

sfide ebbe ampia diffusione e successo in Spagna dove i giovani del luogo competevano con i cavalieri moreschi. Del resto, il nome stesso di Sartiglia deriva dal catalano Sortilla che a sua volta deriva dal latino sorticula che significa anello oltre ad essere il diminutivo di sors (fortuna). Alla tradizione iberica rimanda il nome di colui che è il capo supremo della corsa su Cumpoidori da componedor, il maestro di campo della sortija spagnola.

L'evoluzione della Sartiglia segue l'andamento della storia con la trasformazione delle strutture feudo-cavalleresche. La Sartiglia, da espressione del folklore delle classi nobili e dei gruppi di potere, assunse popolarità anche in ambito borghese e popolare. Per la tradizione fu un canonico ad istituire una donazione appannaggio del Gremio degli Agricoltori per il mantenimento della Sartiglia, così da foraggiare il ricco pranzo da offrire ai cavalieri che partecipavano alla Giostra. Ed ancora oggi il Gremio usufruisce del lascito (su Cungiau de sa Sartiglia) per il sostentamento della Giostra che la domenica si corre sotto la protezione di San Giovanni Battista, mentre il martedì spetta al Gremio dei Falegnami organizzare l'evento che è sotto la protezione di San Giuseppe.

La Sartiglia è una festa magica: di colori, di simboli, di metafore, dove bravura e cultura si fondono muovendosi fra sacro e profano, in un'affascinante miscela di valori e nell'auspicio che la primavera imminente e i raccolti ormai prossimi rivelino ancora una volta la generosa prosperità dei campi e delle messi.

L'ultima domenica e il martedì di Carnevale, ogni anno, Oristano attira a sé l'intera Sardegna. La giostra è vissuta con una profondità emotiva indescrivibile che in pratica dura tutto l'anno, specie negli ambienti che lavorano nel retroscena: i Gremi, le associazioni, gli enti, le scuderie e le famiglie dei cavalieri che partecipano alla corsa. Tutto ciò non passa inosservato ed il clima della festa trascina tutti e incanta, anche perché nelle ore che precedono la corsa le strade della città risuonano degli squilli e del battito di trombettieri e tamburini.

Il regista della Sartiglia è su Cumpoidori. Sono i due Gremi a scegliere e selezionare chi, tra tanti aspiranti, vestirà i panni del capo corsa ed indosserà una fascinosa maschera androgina. La vestizione è un rito mitico.

È lui il Signore della Festa, uomo e donna al tempo stesso, né femmina né maschio. C’è un antico rituale rispettato che raggiunge il suo culmine nella vestizione del capo corsa, il giorno della gara.

Un rito denso di sacralità: il cavaliere è vestito su un tavolo, un vero e proprio altare abbellito da fiori e segni della festa, allestito con cura dall'Oberaju Majori e da quanti collaborano col Gremio. Abbondano grano e addobbi floreali. Si mesce vernaccia. Vestito, monta a cavallo il re della Sartiglia: non dovrà toccare terra sino alla fine della giornata e sino all'avvenuta svestizione. Ad abbigliare il Cavaliere ci pensano le Massaieddas, fanciulle in costume guidate dall'esperta Massaia manna. Al capo corsa non è neppure consentito toccare gli abiti. È una vera funzione, un rito lungo seguito in silenzio.

Al termine della vestizione, su Cumpoidori varcherà la soglia a cavallo e con in capo un cilindro nero, la mantiglia, una camicia ricca di sbuffi e pizzi, il gilet, l'ampia cintura in pelle ed appunto la maschera che incornicia il viso grazie ad una fasciatura di seta. Reca in mano sa pippia de maju, un fascio di pervinca avvolto in panno verde su cui è innestato un doppio mazzo di viole, simbolo di primaverile fecondità: gli servirà per benedire la folla e i cavalieri, tracciando nell'aria il segno cristiano.

Assistono il capo corsa su Segundu e su Terzu Cumpoi che gli sono affianco nel corteo che muove verso il percorso della giostra fino a raggiungere Sa Sea Manna (Via Duomo) dove è sospesa la stella. Il capo corsa vi passa sotto tre volte, incrociando la spada con il suo aiutante di campo. A su Cumpoidori l'onore di aprire la corsa alla stella. Poi toccherà ai suoi vice e infine a quanti riceveranno dal capo corsa la spada. La tradizione vuole che dal numero delle stelle infilate derivi un presagio sul raccolto. Poi l’ultima corsa alla stella, questa volta con su stoccu, un’asta di legno lavorato. Prima delle audaci Pariglie che si correranno fino al tramonto nella vicina Via Mazzini, su Cumpoidori dovrà cimentarsi in sa remada. Disteso di schiena sul dorso del cavallo, il sovrano della Sartiglia percorrerà al galoppo la pista, benedicendo la folla.

Al tramonto, a un cenno del Componidori i giochi equestri s'interrompono e il corteo da lui guidato ritorna alla Cattedrale. Qui il Componidori benedice la folla per l'ultima volta mentre la folla urla:" Atterus annus mellus"( migliore per altri anni!). Il corteo riparte per ricondurre su Componidori nel luogo dove le donne, sempre in modo rituale, procederanno alla svestizione alla presenza di pochi intimi.

  Oristano

La città è da visitare preferibilmente a piedi. Il percorso consigliato è all’interno del perimetro del nucleo storico, che non richiede più di una giornata.

 

Documentata già nel VII secolo dallo scrittore bizantino Giorgio di Cipro, che menziona ”lo stagno di Aristane”, Oristano, oggi città importante della Sardegna Occidentale, si sviluppò con una certa celerità dopo il 1070, quando vi presero stanza le autorità politiche e religiose di Tharros, un tempo ricca e potente, ma poi decaduta per l’interramento degli approdi e perché troppo esposta alle incursioni dei pirati. Fu in quel tempo che la città divenne la capitale del Giudicato di Arborea. 

 

I monumenti

Cattedrale di Santa Maria AssuntaIl Duomo di Santa Maria Assunta, in pieno centro storico di Oristano, è nel sito di un insediamento bizantino, come conferma la scoperta sotto il sagrato di tombe dell’epoca. Fu ricostruita in forme romaniche intorno al 1130. Della primitiva chiesa bizantina ritroviamo ancora dei resti visibili all’interno del giardino, mentre della fabbrica romanica restano due plutei frammentari, raffiguranti leoni che adunghiano cerbiatti e il profeta Daniele nella fossa dei leoni. La chiesa romanica fu probabilmente distrutta nel corso di un assedio, intorno al 1195 ma già nel XVIII secolo, durante il governo di Mariano II, fu almeno parzialmente ristrutturato come attestano le iscrizioni dei picchiotti bronzei del portale ligneo.Durante il XVIII secolo l’edificio fu ricostruito, a eccezione di tre cappelle del transetto; la cappella detta "del Rimedio" custodisce la trecentesca lastra tombale con iscrizione dialettale del canonico giurista Filippo Mameli datata 1348, che costituisce il terminus ante quem per la ristrutturazione secondo il gusto gotico – catalano. Nel tondo centrale del presbiterio raffigurante l’Assunzione della Vergine, attribuito al Rapous, si può scorgere la figura di Sant’Archelao, patrono della città. Accanto alla chiesa un bel campanile, isolato, con la parte inferiore risalente al '200.Si ipotizza che la Cattedrale di Oristano sia stato luogo di sepoltura delle famiglie giudicali arborensi, ma le dominazioni che si sono avvicendate hanno cancellato ogni traccia di sepolcri. Seminario ArcivescovileIl Seminario è ubicato nella piazza del Duomo. Il complesso è caratterizzato da un aspetto maestoso e monumentale, effetto degli interventi operati sul complesso nel corso dei secoli. Nel 1712 l'edificio, commissionato ad opera dell'arcivescovo Masones, era infatti solo una piccola parte dell'attuale struttura; oggi, di quest'opera, non è rimasta alcuna traccia. Il corpo centrale dell'edificio venne ultimato nel 1744.Attorno al 1830 venne costruita l'ala occidentale e prolungato l'edificio verso nord. Internamente i locali, ampi e rispondenti alle funzioni chiamate ad assolvere, sono anche ricchi di pitture.La severità dell’attuale facciata è accentuata dalla disposizione uniforme delle aperture, senza variazioni architettoniche nel loro ripetersi. I materiali utilizzati sono blocchi di pietra e mattoni in cotto. La parte superiore della facciata è invece del fine ‘800 primi del ‘900 e si inserisce a concludere l'opera con un piano attico leggermente arretrato rispetto al resto del fronte, sormontato da un ampio timpano con medaglione. La cornice del portale d'ingresso, del 1912, è abbellita da decorazioni che si estendono ad integrare anche la finestra del piano primo. Chiesa di San FrancescoLa Chiesa di San Francesco è annessa al convento dei Minori conventuali, nella via Sant’Antonio nel centro storico della città. La primitiva struttura risale al XIII secolo. Agli inizi dell’Ottocento il complesso si trovava in stato di avanzato degrado per cui la chiesa fu abbattuta e ricostruita con la direzione del Cima, sotto le forme del Classicismo. Dell’antica chiesa sopravvive una parte della facciata in conci di trachite e calcare.All’interno ricordiamo le quattro cappelle dedicate al Crocifisso, alla Vergine di Bonaria, a Sant’Antonio di Padova e all’Immacolata e l’altare maggiore in marmo dedicato a San Francesco abbellito da un prezioso organo. Sappiamo che nell’annesso monastero erano, un tempo, custoditi straordinari documenti della cultura e dell’arte giudicale. Nell’antico chiostro avevano luogo le solenni e importanti adunanze giudicali, come ci testimoniano delle iscrizioni.Nella sagrestia sono custoditi il pannello centrale di un grande retablo di Pietro Cavaro del 1533, raffigurante San Francesco che riceve le stigmate e una pregevole statua marmorea di Nino Pisano del1368, ritenuta per tradizione di San Basilio Magno. Nella Chiesa di San Francesco si può ammirare un importante e suggestivo capolavoro di scultura: il crocifisso ligneo del 1350, di scuola gotica spagnola, detto "di Nicodemo". Si tratta del prototipo, insuperato, della numerosa serie di crocifissi lignei databili tra il XV e XVI secolo, conservati in Sardegna.

 

Chiesa dello Spirito Santo

L’aspetto attuale della piccola chiesa denominata dello Spirito Santo, nota anche come Oratorio della Pietà, risente dei rifacimenti avvenuti probabilmente nel sec. XVII, che non rendono però impossibile una corretta interpretazione dell’impianto iniziale. Un’attenta lettura archeologica indica un originario impianto cruciforme sostituito poi, in seguito evidentemente ad una sua demolizione, con l’abside semicircolare tuttora presente. Presumibilmente nel X secolo, venne costruito una nuova abside decorata secondo i dettami dell’architettura greca dell'Italia meridionale. Altri rifacimenti si possono far risalire all’età romanica, forse nel XIII secolo, tra cui l’allungamento della chiesa e la costruzione di una nuova facciata. Ulteriori interventi, fanno data all’età spagnola, nel XVII secolo, con modifiche al presbiterio contestualmente alla costruzione di un nuovo altare; altri interventi riguardano i lati lunghi della chiesa e probabilmente l’aggiunta di una navata sul lato nord. Fino al 1958 la chiesa ricadeva sotto l’egida della Confraternita dello Spirito Santo; in seguito, per diretto intervento dell’Arcivescovo Bua la chiesa ha accolto la Confraternita della Maddalena.

 

 

Le vecchie mura Nel periodo Giudicale, sotto il regno di Mariano II, Oristano era raccolta e custodita all'interno di un’ imponente cinta muraria, la cui altezza può essere valutata dai 5 ai 6 metri. Le fonti documentarie ci permettono di risalire al tracciato originario delle mura,della fine del 1200, con le sue torri e porte. A iniziare dalla torre di San Cristoforo, la cinta fortificata, si dirigeva verso l'attuale via Mazzini per giungere fino al torrione di Portixedda; da qui il tracciato volgeva in via Solferino e subito dopo aver oltrepassato la chiesa di San Saturnino, svoltava in direzione Piazza Mannu dove si trovava la Porta Mari. Dalla Porta Mari un ultimo tratto di 700 metri circa, serrava la cinta muraria con il ricongiungimento alla torre di San Cristoforo dalla quale era partita. Chiesa del CarmineCostruito su progetto di Giuseppe Viana, il complesso del Carmine, che comprende la chiesa e il convento, si estende per una lunghezza di quasi 40 metri e un’altezza di 15 lungo la via omonima. I lavori di costruzione, 1776-1785, furono finanziati dal Marchese d’Arcais. A seguito della soppressione del Convento, nel 1866, la struttura venne occupata dal Comando dell’Arma dei Carabinieri in congedo. Oggi il convento è sede di importanti manifestazioni culturali.Il chiostro è quadrangolare fiancheggiato su ogni lato da un porticato. Austera e imponente, la facciata, appena movimentata dal susseguirsi delle finestre, dal bassorilievo raffigurante la Vergine del Carmelo, collocato sul portale d’accesso, e, sullo stesso asse, da un'elegante balaustrata in ferro battuto. Sull’ampio portale, poggia un fastigio arricchito da una lapide marmorea e dallo stemma della casa d’Arcais. All’interno numerose e ampie aperture, tonalità vivaci degli intonaci, penombre all’interno dei nicchioni laterali e nelle tribunette che si affacciano sulla navata e sul presbiterio, contribuiscono ad ampliare e movimentare l’esiguo spazio dell’edificio, estremamente curato anche negli arredi lignei, marmorei e in ferro battuto. Chiesa di Santa ChiaraLa Chiesa di Santa Chiara è nel centro storico di Oristano annessa al convento delle Clarisse claustrali. La presenza delle Clarisse in città risale al 1260-1265, ma mancando precise fonti documentarie, per via ipotetica l’istituzione del monastero si riporta al XIII secolo in seguito all’autorizzazione concessa da Clemente VI al giudice di Arborea Pietro III de Bas Serra. La   consacrazione della chiesa risale al 1428. Recenti scavi del 1982-84 hanno evidenziato le fondamenta, mostrandoci una struttura molto più piccola dell’attuale.Lo stile dell’edificio ripercorre gli schemi del gotico francese diffuso anche in città da maestranze guidate da toscani, chiamate in Sardegna dall’ordine francescano in quel gran movimento di riforma artistica in senso nostrano. Della chiesa originaria in stile gotico restano oggi la facciata, l’abside, alcune capriate policrome. L’interno, mononavato in origine, aveva una copertura lignea a capriate, il presbiterio quadrangolare con volta a crociera. L’abside è quadrangolare, in conci di arenaria, ha volta a crociera ed un arco frontale su capitelli con l’insegna giudicale arborense. Sant'Efisio "Su Brugu"Nel 1792 si intraprese la costruzione della chiesa intitolata a Efisio Martire mentre l’apertura al culto risale al 1809. Fu l'arciprete Don Francesco Maria Sisternes, divenuto poi arcivescovo di Oristano, ad acquistare un magazzino e un'altra casa per recuperare l'area su cui sarebbe sorta la chiesa. E fu la volontà della popolazione dell’omonimo quartiere, detto anche Su Brugu, che contribuì a reperire i fondi e sciogliere così un voto fatto in occasione dell'invasione delle coste della Sardegna da parte della flotta francese.Una iscrizione in latino, riportata nel libro storico della parrocchia, ricorda tale avvenimento. La chiesa di Sant'Efisio, situata nell'omonima piazza, è il fulcro di una intensa attività religiosa molto sentita dagli oristanesi A fine settembre si festeggia Sant’Efisio. Ogni anno il simulacro di Sant'Efisio viene issato su un carro trainato da una copia di buoi e scortato da uomini a cavallo che ne aprono la processione per le vie della città. Il Santo fa tappa nella Basilica del Rimedio, a Donigala Fenughedu, diretta a Tharros. Qui, secondo la tradizione, il Santo, sbarcato con le sue milizie, avrebbe trionfato in battaglia contro i barbaricini. Chiesa dei CapucciniLa chiesa, intitolata alla Beata Vergine Maria, è meglio conosciuta come chiesa dei Cappuccini per la presenza del vicino convento dei frati che appartengono al ramo francescano dei Cappuccini. Venne edificata agli inizi del XVII sec. tra il 1608 ed il 1609. La struttura costruita oltre il circuito delle antiche mura medioevali, sorge in un’area che non ha rilevato testimonianze archeologiche riferibili ad edifici di culto preesistenti.La costruzione esternamente presenta semplicità di forme, con la facciata che culmina con un terminale a doppio spiovente con un unico elemento decorativo, un oculo di forma ottagonale sopra il portale d’accesso. Internamente l'edificio mostra un'impianto a navata unica, con volta a botte completamente decorata e sul  lato destro dell’aula tre cappelle, nell’ultima delle quali è possibile ammirare un prestigioso altare ligneo; l’area presbiteriale è di forma quadrata con copertura a crociera. Occorre richiamare l’attenzione  sulla riproduzione di un dipinto, eseguito nel 1653 da don Gasparre Pira, che illustra l’albero genealogico francescano con San Francesco ai piedi di una quercia e i suoi primi compagni inginocchiati.  Piazza Eleonora d'ArboreaChiamata anticamente Piazza di Città, la centrale Piazza Eleonora d'Arborea, fu ristrutturata nella prima metà dell'Ottocento; negli anni 90 ha subito un parziale ulteriore rifacimento, ma la piazza conserva ancora il fascino antico. Al centro domina il monumento in marmo alla Giudicessa Eleonora, scolpito dal fiorentino Ulisse Cambi e inaugurato nel 1881.La piazza accoglie, inoltre, il palazzo comunale, ospitato nell'ex Convento degli Scolopi, vari edifici in stile neoclassico tra cui il palazzo dell'Ufficio Tecnico Comunale, che ospita l'Archivio storico che conserva un'ampia documentazione relativa alla città regia, l'elegante palazzo Corrias-Carta. Progettato da Gaetano Cima è il settecentesco palazzo Mameli, con i suoi caratteristici balconi in ferro battuto. Breve biografia di Gaetano Cima 1805-1878 Architetto cagliaritano tra i più importanti del XIX secolo. Nacque nel 1805 da un'agiata famiglia che lo assecondò nelle inclinazioni culturali, permettendogli di studiare architettura a Roma, in ambiente di purismo neoclassico, sotto la guida di grandi maestri, tra i quali il Canina e il Poletti. Rientrato a Cagliari, fu tecnico dell'ufficio del genio civile dal 1834 al 1836. Entrato poi in contrasto col viceré, si dedicò alla libera professione fino alla morte, avvenuta nel 1878.   Fautore di uno stile rinnovato, il Cima fu un architetto originale e fecondo, la cui attività si esplicò in vari centri della Sardegna. Costruì o intervenne parzialmente su chiese (San Giacomo di Cagliari, parrocchiale di Guasila, San Francesco di Oristano), palazzi e ville nobiliari dai canoni palladiani (Villa Santa Maria a Pula, di proprietà della famiglia Cugia, e Villa Aymerich a Laconi), teatri (teatro civico di Cagliari, andato distrutto nei bombardamenti del 1943). Ma la sua più importante opera fu il monumentale ospedale civile di Cagliari, di stile rigorosamente neoclassico, modernissimo per l'epoca (1842).   Fondamentale fu anche l'opera del Cima in campo urbanistico. Il progetto di sistemazione urbanistica di Cagliari, definitosi con modifiche dopo il 1861, vedeva come elementi architettonici emergenti il palazzo comunale, in gustoso stile Liberty,e la terrazza neoclassica Umberto I, sorta sul luogo dell'abbattuto bastione di St. Remy.   Palazzo degli ScolopiSorto come Sinagoga, per la presenza di una nutrita colonia di ebrei a Oristano, passò nel 1676 in mano agli Scolopi, i quali fondarono le scuole pie cittadine. Il complesso degli Scolopi, dal 1830, fu oggetto di una marcata ristrutturazione ad opera del Cano, che caratterizzò la facciata attraverso l'inserimento di elementi di matrice classica. L’elemento più ricco della composizione architettonica è indubbiamente rappresentato dalla Chiesa di San Vincenzo, posta in posizione retrocessa rispetto al complesso.Essa si compone di un aula unica ad impianto leggermente ellittico coperta a volta. Tale ambiente è oggi utilizzato come sala del Consiglio Comunale, ruolo svolto già in passato. La sala consiliare mostra, sulle pareti, quattro importanti edicole in cui sono alloggiate le statue degli evangelisti realizzate dal Cano. Intorno al 1845, Gaetano Cima tentò di impostare, sul precedente, uno scarno e severo prospetto di matrice purista. Il rigore geometrico e la ricerca di una regola compositiva universale che animano tale opera, producono un risultato che si adatta appieno allo spirito di un Municipio cittadino. Palazzo Carta-CorriasQuest'opera viene attribuita all'architetto cagliaritano Gaetano Cima al quale venne commissionata dal nobile e munifico Giuseppe Corrias, attorno alla metà dell'ottocento. Il Palazzo Carta-Corrias venne subito preso a modello per le successive architetture civili. Si colloca in un punto di importanza strategica per la città di Oristano dove corso Umberto I confluisce in piazza Eleonora. La mano del Cima è evidente nell'interpretazione purista della struttura formale e nell'attenta e scrupolosa rispondenza alle esigenze urbane tipiche della cultura neoclassica. E' composto da due corpi edilizi importante raccordati da un elemento circolare. L'opera presenta, in definitiva, un decoro tipico dei palazzi ad uso signorile dell'epoca e conferma la semplicità e l'attitudine pratica dello stile del Cima. Palazzo D'Arcais (Siviero)Il primo palazzo signorile ad essere edificato alla fine del Settecento in Corso Umberto I, fu il Palazzo Siviero già D'Arcais, attualmente di proprietà dell' Amministrazione Provinciale di Oristano. Il progetto può essere attribuito all'architetto Giuseppe Viana. Il palazzo, restaurato di recente, si presenta di aspetto austero con ampie superfici intonacate e si sviluppa su tre piani attorno a un perno centrale.Di gran pregio il portone in legno lavorato che si apre su una scalinata imperiale. Il piano nobile viene caratterizzato, in modo straordinariamente raffinato, dalla presenza di balconcini semicircolari ornati da elaborati parapetti in ferro battuto che richiamano, per la loro foggia, analoghi elementi della tribuna del Duomo.L'ingresso si apre su un atrio dal quale parte uno scalone illuminato dall'alto da una pioggia di luce. La caratteristica forma a campana posta a coronamento dell'elegante tamburo ottagonale finestrato e l'uso di una copertura a squame maiolicate policrome, costituiscono l'episodio più importante dell'intera costruzione. Vari i passaggi di proprietà. Gli Arcais prima lo cedettero al generale Poddighe i cui parenti lo cedettero alla famiglia Siviero. Da questi nel 1983 il palazzo è passato all’Amministrazione provinciale. Palazzo De CastroLa casa dove abitò e morì Salvator Angelo De Castro sorge nell'omonima via. L'edificio mostra nei particolari decorativi l'influenza gotico aragonese. A causa dei vari interventi succedutisi nel tempo, si è perduto l'aspetto originario della costruzione che appare esteriormente disadorna arricchita solo da una modesta riproduzione di un paramento murario. Fortunatamente si possono ammirare nel loro assetto originario le pregevoli cornici delle finestre, risalenti al tardo cinquecento. Le finestrelle che si aprono sul piano attico sono un elemento che contraddistingue vari edifici del centro storico di Oristano. Biografia Salvator Angelo De Castro 1817-1880 Intellettuale, canonico e uomo politico. Nacque ad Oristano nel 1817. Studiò al seminario di Oristano e nelle università di Sassari e Cagliari, laureandosi in diritto nel 1837. Negli stessi anni si avvicinò alla cultura liberale e ai grandi scrittori europei del tempo. Nel 1839 divenne sacerdote e fu aggregato alla facoltà giuridica cagliaritana. Nel 1843 ebbe la docenza di istituzioni di diritto canonico e diede vita con altri a La Meteora, una delle riviste più importanti della "rinascenza sarda", cui collaborarono illustri nomi sardi (CaboniSiotto Pintor, Spano), italiani (Balbo, Cattaneo, Gioberti, Leopardi) ed europei (Byron, Hugo); rivista mal tollerata dai piemontesi, letteraria e scientifica, ma che in realtà dissimulava tra le righe coraggiose posizioni progressiste: contrarie all'assolutismo dei Savoia, in difesa di un'isola che doveva rivalutare la sua cultura e il glorioso passato per superare l'intollerabile servitù. Nel 1846 abbandonò l'insegnamento per il canonicato e la presidenza del seminario tridentino. 
Fu deputato dal 1848 al 1857. Convinto assertore della separazione tra stato e chiesa e giobertiano, professò i principi del liberalesimo cattolico, spesso a fianco del centro-sinistra ed in contrasto con il governo. Nel 1848 fu firmatario del progetto di legge sulle liquidazioni feudali e sulla soppressione dei conventi nell'isola.  Nel 1855 divenne provveditore agli studi di Oristano. Lasciato il parlamento nel 1859, grazie alla legge che escludeva i canonici dall'elettorato attivo, divenne preside del convitto nazionale e del regio liceo di Cagliari e, dal 1867 al 1878, provveditore agli studi di Sassari.  La ricerca letteraria fu il maggiore impegno degli anni di inattività politica. Come altri, sostenne l'autenticità delle "carte d'Arborea", coronamento del sogno collettivo di una generazione nuova di intellettuali che voleva esaltare la grandezza storica della Sardegna per conferirle dignità politica. La dimostrazione della falsità dei codici lo amareggiò, ma non lo convinse. Morì ad Oristano nel 1880. 
 Antiquarium arborense

Grande museo archeologico sorto nel 1938. Dal 1992 l’Antiquarium Arborense è stato trasferito nei locali del Palazzo Parpaglia ed è organizzato in tre sale principali, che ospitano reperti archeologici provenienti dai siti del territorio.

La prima ospita reperti preistorici e nuragici lampade in bronzo, armi, e ceramiche provenienti dal nuraghe Sianeddu a Cabras, materiali di origine fenicio-punica- anfore, lucerne, urne in vetro e ceramiche etrusche, greche, romane come stoviglie aretine, orecchini e una collezione di gemme incise; la seconda contiene pannelli con polittico di Santi di scuola sarda del ‘500, retabli[1] smembrati di "San Martino" (XV sec.), delle "Stigmate di San Francesco" (1533, Pietro Cavaro) e della "Madonna dei Consiglieri" (1565, Antioco Mainas) ed elaborate pale d’altare provenienti da chiese oristanesi; la terza sala è dedicata al periodo dei Giudicati e si trovano due iscrizioni medievali che documentano la costruzione della torre e delle mura della città, risalenti al tredicesimo secolo.

(Il Museo conserva i reperti archeologici provenienti dai siti del territorio, in particolare bronzi nuragici, ceramica etrusca, greca e romana. Gli oggetti esposti sono soprattutto strumenti di uso quotidiano, pesi da telaio, picconi, martelli e parte di corredi funerari, quindi urne funerarie, anfore, lucerne, piccoli contenitori per unguenti. In una sala è esposto un grande plastico che ricostruisce la tomba fenicia di Tharros. Al piano superiore sono esposti alcuni importanti 'retabli' - piccole icone tipiche dell'artigianato spagnolo - di artisti locali del '400 del '500).

 

 

 Torre GrandeAttraverso l'uscita nord di Oristano e percorrendo il ponte sul Tirso, giungiamo a Torregrande. Torre Grande è la borgata marina di Oristano, così denominata dalla gran Torre eretta nel tardo Quattrocento per il controllo del porto di Oristano. Quando sotto il Re di Spagna Filippo II si iniziò a cingere le coste della Sardegna con un sistema di oltre ottanta torri costiere per avvistare i pirati barbareschi che giungevano dal mare di Tunisia e di Algeria, anche questa torre fu  inserita nella difesa litoranea. Durante i recenti restauri della torre sono stati ritrovati i disegni a carboncino, tracciati sulle pareti interne, con le rappresentazioni delle grandi navi del Cinquecento e del Seicento. Fino al 1851 la torre era presidiata da soldati armati: in quell' anno fu deciso di disarmarla e venne adibita al controllo doganale delle merci che passavano per il porto di Oristano. La Torre di San CristoforoSituata nell'attuale piazza Roma, la Torre di San Cristoforo o di Mariano II, era una delle porte di ingresso alla città, chiamata Porta Manna. Superstite delle mura erette per volontà del giudice arborense Mariano II de Bas Serra, la torre ha un impianto architettonico che si compone di due volumi sovrapposti, entrambi a base quadrata. Il corpo principale si eleva per un’altezza di circa 19 metri e si sviluppa ad “U”, con il lato aperto rivolto verso l’interno della città. La costruzione è tozza e massiccia, formata da tre piani sovrapposti, sull'ultimo è situata una torretta merlata più piccola, dove ha sede una campana del 1430; la parte rivolta verso la città è aperta, mentre gli altri tre lati rivolti verso l'esterno, sono chiusi. La porta è inquadrata in un fornice a tutto sesto in cui si apre un arco ogivale di dimensioni minori che contiene l'iscrizione recante la data del 1290, anno di edificazione della torre. La Torre di PortixeddaPosto alla confluenza tra la via Mazzini e la piazza Mariano è il diroccato torrione di forma troncoconica di Portixedda. La torre eretta in epoca giudicale in età di dominazione spagnola fu inglobata da un impianto a base circolare che prese il nome dalla porta minore della cinta muraria della città, di cui era posta a difesa: Portixedda. Il torrione di Portixedda è costituito da due corpi cilindrici sovrapposti a diverso raggio di curvatura raccordati da una superficie inclinata troncoconica, per un’altezza globale di 8,80 m. 

 

I monumenti distanti dal centro città

 

Chiesa di San MartinoL'esistenza di questa chiesa, extra moenia, è attestata da documenti che risalgono al 1228 e ne attribuiscono il possesso ai monaci benedettini ai quali fu donata dal Giudice Pietro II. Il passare del tempo e l'opera dell'uomo, hanno quasi totalmente cancellato i segni della vecchia chiesa e del vecchio monastero. Resta però visibile anche se non supportata da fonti documentarie l'impronta gotica. La pianta originaria è mononavata in origine coperta con capriate lignee, sul fondo si apre l'abside a pianta quadrangolare e volta a crociera. Sull'altare un retablo decorato da medaglioni miniaturali con scene della passione è opera di artigianato sconosciuto che alla momumentalità dei legni contrapponeva i preziosismi delle scene dipinte a olio su tela e applicate dentro la cornice tutto attorno al simulacro della Vergine. Di notevole importanza la cappella dedicata alla Madonna del Rosario. Eretta per volontà dell’arciconfraternita del Rosario, ospitava i condannati a morte la notte prima dell’esecuzione. Nel corso degli anni vi fu un avvicendamento che vide l'ingresso al convento delle monache benedettine a partire dal 1470 e dei frati domenicani dal 1567. Dal 1832 ai nostri giorni la destinazione d'uso fu tramutata in ospedale. San Giovanni BattistaLa Chiesa di San Giovanni Battista o Santu Giuanni e Froris si trova a circa un chilometro dal centro della città, situata a sud-ovest della Chiesa di San Martino, e a duecento metri dal cimitero di San Pietro. Le forme semplici di chiesa campestre sono visibili nella struttura a pianta quadrata ripartita da quattro pilastri delimitanti una navata centrale coperta con un tetto poggiante su capriate. All’esterno ha da due lati un porticato poggiante su pilastrini di arenaria che sostengono una copertura a canne protetta da tegole. Sugli altri due lati si dispongono la sagrestia e un gruppo di stanze. L’odierna struttura architettonica può essere riferita all’epoca spagnola, più esattamente al XVI secolo, di essa rimane un frammento di pilastro capitellato in trachite di gusto gotico-aragonese incluso nella muratura. Tuttavia la Chiesa ebbe origini giudicali testimoniate da vari documenti tra cui il testamento del Giudice arborense Ugone II (1335) che stabiliva un lascito per la Chiesa di cui conosciamo la tìtolatura originaria: ”Sancti Johannis de Venis” (San Giovanni delle acque risorgive). Oggi la Chiesa viene aperta solo per la celebrazione delle feste del Gremio di San Giovanni (associazione dei contadini). L’altare maggiore dedicato a San Giovanni è affiancato da due altarini, in uno si trova la statua del Santo precursore che durante la ricorrenza della Natività viene vestito a festa, l’altro è dedicato a Sant’Isidoro Agricoltore, patrono e protettore dei contadini. E’ da notare sulla parete destra della chiesa (guardando l’altare) un quadro raffigurante il Martirio di San Giovanni Battista, opera di poco valore artistico, ma importante per il Gremio dal punto di vista documentario visto che in esso sono riportati oltre al nome dell’autore i nomi de Is Oberaius Majoris (rappresentantei del Gremio) e di altri soci che nel 1701 commissionarono l’opera.

 

Santa Maria Maddalena

La chiesa di Santa Maria Maddalena, coeva alle chiese di S. Martino e di S. Chiara, riflette l' architettura gotica di metà Trecento, con un impianto a unica navata concluso da un' abside quadrata con bifora. Originariamente la chiesa era coperta a capriate (con travi in legno disposte a formare un tetto a capanna), sostenute da mensoloni, foggiati in forme di animali, trecenteschi scolpiti in legno. Essendo andato distrutto il tetto i mensoloni sono stati salvati  e conservati nell' annesso convento.

 Basilica del Rimedio

In origine la chiesa del Rimedio era la parrocchiale di un paese distrutto, Nuracraba. Dal 1957 ha assunto il titolo di Basilica minore.  Le forme attuali della chiesa, a croce latina, con un tamburo a cupola all' incrocio dei bracci, rimandano al secolo XIX, benché il culto del Rimedio rimonti almeno al Cinquecento. All' interno, sull' altare Maggiore,  possiamo ammirare il simulacro ligneo della Madonna del Rimedio, di bottega sardo - campana della prima metà del Seicento.

 

Stagno di Santa GiustaA sud di Oristano, in un ambiente di solitaria bellezza, il pescoso stagno di Santa Giusta  è un prezioso biotopo completato, a oriente , dalla collegata Zona Unida di Pauli Maiori, che ospita colonie di fenicotteri e altra avifauna di pregio.

 

Da vedere nei dintorni di ORISTANOLa penisola del Sinis - Cabras 

Affacciata sullo specchio d'acqua del Golfo di Oristano, la Penisola del Sinis è uno degli angoli più suggestivi e interessanti della Sardegna. Frequentata dall'uomo sin da epoche remote - come testimoniano i numerosissimi resti nuragici disseminati sul territorio -, essa conserva interessanti vestigia delle diverse civiltà succedutesi nel corso dei secoli, come l'imponente area archeologica di Tharros, famosa città fenicio-punica, il santuario ipogeico di S. Salvatore, di origini precristiane, e un gran numero di torri costiere del periodo spagnolo. Luogo dai mille volti, in gran parte ancora sconosciuti ai molti frequentatori dell'isola, il Sinis è un lembo incantato di natura selvaggia e incontaminata, contraddistinto da un'incredibile varietà di ambienti: dune di sabbia a perdita d'occhio, placidi stagni di acqua salmastra, spettacolari falesie a strapiombo sul mare, arenili di quarzo di sottile candore, e boschi selvaggi di rigogliosa bellezza si alternano sorprendenti in un'area non molto estesa. Superbo soprattutto il tratto settentrionale, segnato da Capo Mannu, angolo tra i più conosciuti della costa oristanese: dopo un susseguirsi di spiagge magnifiche e basse scogliere, la costa si innalza in un solitario tavolato di roccia calcarea, ultimo lembo di un antico altopiano basaltico, fra dolci colline e ampie vallate dove fitta si distende la macchia mediterranea. Poi, ancora, spiaggette accessibili solo dal mare, distese di alghe, acque trasparenti, e l'incantevole Isola Mal di Ventre, area marina protetta, danno vita a panorami di intatta bellezza. Alle spalle dell'area protetta, inoltre, si estende una delle zone umide più importanti della Sardegna, con bracci di mare, una miriade di stagni salmastri e d'acqua dolce, laghi e lagune - come lo stagno di Cabras, quelli di Is Bénas, di Sale Porcus e di Mistras, alcuni dei quali tutelati dalla convenzione di Ramsar - che, oltre a creare un ambiente di rara bellezza, ospitano una ricchissima avifauna, che annovera anche specie assai rare come il pollo sultano e il fenicottero rosa. Lungo la Penisola del Sinis si snodano infine le spiagge più celebri della Sardegna, come Is Arutas, Maimoni, Mari Ermi, alcune delle quali composte da granuli di quarzo bianco, traslucidi e simili a chicchi di riso, che il mare ha levigato in forme arrotondate. (da www.esperia.it)

 Comune di CabrasCabras è uno dei centri più popolosi della provincia di Oristano, cresciuto attorno alla laguna e a un castello del quale attualmente rimangono solo le rovine.  Nel paese è possibile ancora vedere le caratteristiche abitazioni dell’antico villaggio, con le case basse costruite in ladres (un particolare mattone crudo campidanese).  Cabras offre numerose attrattive: il suggestivo centro abitato che sorge sulla laguna, la chiesa di San Giovanni di Sinis e la borgata di San Salvatore con le loro tradizionali manifestazioni religiose e civili, la bellissima città di Tharros, le spiagge e una cucina ricca di sapori. Ipogeo di S. Salvatore

Si trova a una decina di Km da Cabras, lungo la strada che porta alle rovine di Tharros. Realizzato in tarda età romana (III sec. d.C.), fu successivamente riutilizzato come chiesa cristiana. Il pozzo sacro, che si raggiunge per mezzo di una scala all’interno dell’edificio, è costituito da un vano centrale a pseudocupola, affiancato da diversi ambienti con copertura a botte. Di grande interesse, i resti di pitture legate ai riti salvifici, che si svolgevano nel luogo.

 Città di TharrosLa città di Tharros fu fondata dai Fenici attorno all’ 800 a.C., sull’area occupata nella seconda metà del II millennio a. C. da insediamenti nuragici  interessati dal commercio miceneo. Nel periodo cartaginese prima e, in quello romanico poi, la città costituisce un’importante piazzaforte marittima a dominio del bacino occidentale del Mediterraneo, soprattutto nella rotta verso Marsiglia. Ancora prospera nella tarda età imperiale, si fortificò per resistere agli attacchi dei vandali e, nel VI secolo d. C. divenne sede vescovile per poi entrare in una lunga fase di decadenza e oblio. Le campagne di scavi, iniziate intorno alla metà dell’Ottocento, hanno riportato alla luce soprattutto la città romana, cioè l’insediamento più tardo: abitazioni civili, edifici pubblici, complessi termali, strade, un acquedotto, e anche un battistero paleocristiano (probabilmente del VI secolo) dall’inconsueta pianta rettangolare. Nel sito sono tuttavia visibili anche un piccolo tempio fenicio e due necropoli, tra le quali si estendeva il centro urbano. Di straordinario interesse il grande tempio punico, attribuibile al IV – III sec a. C., costituito da un basamento a forma di parallelepipedo tagliato nel banco di arenaria, affiancato da semicolonne doriche. Vicino ai resti delle mura romane, si trova il thopet, santuario di età fenicia a cui sono legate le tradizioni di sacrifici infantili.Storia degli scavi

Le indagini del sito presero avvio nel 1838 ad opera del marchese Scotti e del gesuita Perotti. Nel 1842 uno scavo voluto dal re di Sardegna Carlo Alberto arricchì di monete d'oro, gioielli e scarabei le collezioni reali di Torino. Grazie al re si ottenne il divieto di scavi clandestini finalizzati all'illecito arricchimento. Nel 1851 Lord Vernon, un inglese che compiva il "Gran Tour" d'Italia, scavò 14 tombe a camera ipogea e, tra l'altro, trovò molti gioielli, che portò con sé in Inghilterra. Le scoperte destarono l'interesse degli abitanti della vicina Cabras che violarono circa 500 tombe. Nel 1860 l'allora direttore del museo di Cagliari, Gaetano Cara, scoprì alcune tombe puniche contenenti ricchi corredi, che sottrasse e offrì ai principali musei di Europa vendendoli infine al British Museum di Londra. Dal 1956 al 1964 Gennaro Pesce portò alla luce parte dell'abitato a E della torre di San Giovanni e, verso N, l'area del tofet. Ferruccio Barreca, nel 1958, individuò il tempietto sull'estremità del Capo San Marco e, dal 1969 al 1973, continuò gli scavi dell'abitato, delle fortificazioni e del tofet. Quest'ultima area fu indagata in collaborazione con Enrico Acquaro.

 

Chiesa di S. Giovanni di SinisEdificata nel V secolo, è una delle più antiche chiese della Sardegna. Alla primitiva struttura con pianta a croce greca e copertura a cupola retta da pilastri alveolari (VI secolo d.C.), fu successivamente anteposto, tra il IX e X secolo, un imponente avancorpo protoromantico. All’interno, sono visibili alle pareti curiosi dipinti neri su calcare bianco, i cui soggetti sembrano legati al culto pagano.

 

Gli stagniIl paesaggio della penisola del Sinis è caratterizzato dalla presenza di stagni di grandi dimensioni, che nel loro insieme costituiscono uno degli ambienti palustri più importanti d’Italia, sottoposto a tutela ambientale e avifaunistica.

 

Stagno di Cabras

E’ il più grande. Si estende per oltre 3500 ettari. Pur comunicando con il mare attraverso diversi canali, ha una salinità molto bassa. La vegetazione pè infatti quella tipica degli ambienti di acqua dolce. Tra i suoi canneti si rifugiano preziose specie ornitologiche, come il gobbo rugginoso, la più rara specie di anatra selvatica della fauna europea. Le acque ospitano numerose specie ittiche.

Fino a poco tempo fa, non era raro vedere galleggiare, sulle acque dello stagno di Cabras, i fassonis, le tipiche barche di giunco, dalla prua allungata, utilizzate dai pescatori del luogo.

 

Stagno di Mistras

Lo stagno e la vicina peschiera Pontis si frappongono tra lo stagno di Cabras, da cui sono separati da un istmo di terra lungo il quale corre la strada e, il mare. Nelle loro limpide acque , fortemente salmastre si pescano orate, sogliole, spigole e mormore.

 Stagno di Sales PorcusE’ il più esteso di un aserie di specchi d’acqua che si aprono nella parte nord occidentale della penisola del Sinis. Ha una profondità minima, tanto che nei mesi estivi si prosciuga quasi completamente e, costituisce un habitat ideale per fenicotteri (circa 8.000) e numerose altre specie di uccelli acquatici, che in queste zone svernano abitualmente.

 

 

B 1) MOGORO

Il paese di Mogoro è situato nel settore centro-occidentale dell’isola sarda e si eleva ad un’altezza media di circa 135 m s.l.m. E’ adagiato sul versante meridionale dei contrafforti vulcanici dell’Arci e conta una popolazione di circa 5000 abitanti. Ubicato nell’estrema porzione meridionale della provincia di Oristano, confina con Masullas a nord, con Gonnostramatza e Collinas ad est, con Sardara a sud-est, con Pabillonis a sud, con S. Nicolò d’Arcidano a sud-ovest ed infine con Uras ad occidente. La regione geografica d’antica appartenenza, all'interno dello storico Giudicato d’Arborea, è denominata Parte Montis. Il territorio Mogorese è, inoltre, inserito nel Parco Geominerario Storico ed Ambientale della Sardegna, Area 1, Monte Arci, riconosciuto dall’U.N.E.S.C.O.

Mogoro con i suoi 4 mila 636 abitanti è uno dei maggiori centri della provincia. Agricoltura e allevamento sono le principali attività economiche, seguite da un fiorente artigianato, tessile, del legno e agroalimentare che, insieme al settore vitivinicolo, ha un’importante vetrina nell’ormai tradizionale fiera del tappeto.

 

I monumenti

 

Chiesa del Carmine

La chiesa del Carmine fu costruita all'inizio del XIV secolo, in stile romanico gotico, e fece parte in seguito del convento dei Carmelitani giunti a Mogoro nel 1600 e partiti nel 1855 in seguito alla soppressione dei monasteri e del passaggio dei beni ecclesiastici allo Stato. Realizzata in blocchi di arenaria chiara, ha un' unica navata e copertura a capriata con travi in legno. La facciata ha un portale romanico architravato, sormontato da un arco di scarico a tutto sesto. Ai lati della porta due pilastrini decorati che terminano con capitelli gotici, dai quali si dipartono archetti gotici trilobati che limitano la fascia inferiore della facciata. Gli stessi archetti trilobati ornano anche la parte triangolare superiore. I muri esterni laterali sono ornati da finte colonne e archetti gotici. Nel muro di destra è posto il campanile a vela. Tutt’intorno una grande piazza in pietra e il giardino dominati sul cucuzzolo della vicina collina dal nuraghe “Su Gunventu”.

 

Chiesa Parrocchiale San Bernardino da Siena

La chiesa parrocchiale, dedicata a San Bernardino da Siena, è situata nel cuore del paese. Unica la grande navata centrale, con otto cappelle laterali fra le quali spicca sulla sinistra rispetto all’ingresso la seicentesca statua della Madonna del Rosario poggiata su di un altare in legno dorato del cinquecento con colonnine tortili. Lo stile della chiesa è tardoromanico - barocco, e la struttura ha una lunghezza di oltre 25 metri ed una larghezza di 15. Nella chiesa non ci sono opere d'arte di valore se non una croce processionale che la tradizione popolare ritiene provenisse dalla vicina Bonòrcili, salvata e portata dalla devota zia Giuanna Zonca, a seguito delle incursioni dei mori saraceni che distrussero il villaggio. In effetti la croce fu fatta fabbricare nel 1603 dal rettore Spiga. La navata è stata affrescata nel 1933 dal pittore Bacciccia Scano con scene che raccontano la vita di San Bernardino. Dietro l'altare maggiore, in una nicchia, è sistemata una statua lignea del santo patrono di Mogoro, oggi completamente restaurata e riportata all’antico splendore della veste damascata. La statua viene tenuta per sei mesi all'interno della nicchia, dove viene collocata in occasione della festa di Ognissanti (S'Inserru) e per sei mesi viene esposta alla devozione dei fedeli al centro della chiesa. Non si conosce l'origine di questa consuetudine. Un tempo a sinistra dell'altare maggiore, in marmo bianco, nero e giallo, vi era la reliquia del miracolo eucaristico, avvenuto a Mogoro nell’aprile 1604 conservata in una piccola teca in metallo dorato. Dopo il recente restauro di pavimenti e pitture conclusosi alla fine del 2005, la parrocchia ci appare sfavillante e luminosa, oltre che per gli affreschi riportati ai colori originali, anche per le pareti liberate da appesantimenti e interventi realizzati nei decenni scorsi.

 

La chiesa della Madonna di Carcaxia

A due passi dalla cantina “Il Nuraghe”, nei pressi di una villa medioevale dell’antica curatoria di Bonorcili, distrutta dai saraceni nel XV secolo quando la maggior parte dei superstiti si rifugiarono nell’abitato di Mogoro, sorge la piccola chiesa dedicata alla Vergine assunta in Cielo. La chiesa di Santa Maria Carcaxia risale con molta probabilità all’anno Mille, ma è stata più volte distrutta e ricostruita. Nel 1750 infatti la chiesa ha subito una parziale demolizione e parte del materiale era stato impiegato per fabbricare l’antico ponte sul Rio Mogoro. Soltanto nel 1921 la chiesetta venne ricostruita dalle fondamenta grazie al lavoro di numerosi mogoresi e nel 1979 venne di nuovo restaurata con una sottoscrizione e con il lavoro gratuito di tanti volontari. A una sola navata, con campanile a vela e un piccolo abside semicircolare è costruita con pietra bianca e basalto e oggi appare completamente immersa nel verde e circondata da vigneti e oliveti.

 

La piccola chiesa di Sant’Antioco

La chiesa sorge su una collina che domina la vallata e vi si accede tramite una suggestiva scalinata in basalto nero che si affaccia verso il cuore del paese. A un'unica navata, ha un campanile a vela con due bifore e la facciata è interamnte realizzata in basalto nero, mentre il resto è in pietra bianca calcarea. La data di costruzione è incerta anche se è una delle chiesa più antiche del paese. Al tempo del rettore Sanna di San Gavino fu ampliata e costruita la nuova facciata con materiale di spoglio recuperato dalla chiesetta sconsacrata e abbandonata di S. Pietro, vicino alla ss 131 tant'è che è rimasto nella memoria popolare il ricordo del trasporto di questo materiale con 300 carri carichi di pietra che oltre per la chiesa venne utilizzata per altre opere. Tutt’intorno l’antico cimitero in uso fino al 1933, demolito nel 1959 per la costruzione, mai ultimata, di un orfanotrofio vescovile. Particolarità della chiesetta, l'abbondanza all'interno di ex voto non solo per Sant'Antioco, ma anche per il patrono San Bernardino.

C) Cos’altro vedere nella Provincia di Oristano

Villaggio Santuario nuragico di Santa Cristina - Paulilatino (Oristano). Si trova nelle vicinanze della superstrada s.s. 131 al km. 114. Nel villaggio si possono notare: il nuraghe di Santa Cristina e due capanne ancora integre (accanto al nuraghe). Uno dei templi a pozzo più conosciuti della Sardegna, il pozzo sacro di Santa Cristina (XI - IX sec. a.C.) è perfettamente conservato e realizzato in blocchi di pietra finemente lavorata. Attorno al tempio a pozzo si trovano i resti del Villaggio Santuario, dove si possono notare la capanna delle riunioni con i sedili circolari. L'area archeologica si estende per circa un ettaro, ed è caratterizzata da un magnifico pozzo sacro in basalto, forse l'esempio più bello dell'architettura nuragica, datato al 1300 a.C. circa. Come gli altri pozzi sacri nuragici è composto di tre parti: atrio, scala, e camera a tholos; all'esterno l'ingresso è contornato da muretti paralleli uniti da un semicerchio che a loro volta sono contenuti da un'ellisse di pietra di 26 X 20 m. Queste parti esterne sono le tracce di una copertura in pietra che è andata perduta. La scala e le altre strutture sotterranee invece sono in perfetto stato, la scala, forse la più grande fra quelle conosciute, è composta di 25 gradini ed è a sezione trapezoidale. La cella ha una pianta circolare del diametro di m. 2,54 ed ha un’altezza di 7m. Il pavimento è stato spianato nella roccia viva e al centro si trova una vaschetta circolare. L'acqua che filtra dalle pareti raggiunge ancora oggi, in certi periodi, l'altezza del primo gradino della scala. Vicino al tempio a pozzo si trova una grande capanna circolare costruita in basalto grezzo, che ha un diametro di 10 m. Nei pressi si trova anche la cosiddetta "capanna delle riunioni" di forma circolare, con un'ampio sedile che corre attorno al muro interno. Sparse tutto intorno si trovano molte altre capanne o basamenti di esse. A sud-ovest dell'area archeologica si trova il nuraghe, vicino al quale ci sono alcune capanne integre di forma ovale con alzato e copertura in pietra.

Nuraghe Lugherras Paulilatino (OR)

Il nuraghe sorge sul ciglio di un pianoro a 300 m. s.l.m. immerso in una folta vegetazione di bagolari e querce. L'edificio è un trilobato al quale venne aggiunta, forse per un cedimento delle strutture, un'altra torre. Intorno al complesso venne eretto un antemurale con quattro torri angolari collegate da cortine pressoché rettilinee.  Il mastio ha pianta circolare di m 13,50 di diametro esterno. L'opera muraria è costituita da blocchi di basalto di medie e grandi dimensioni appena sbozzati, disposti a filari orizzontali. Intatto nella camera inferiore, il monumento conserva del piano superiore unicamente la finestrella. L'ingresso alla torre (m 1,80 di altezza), volto a Sud Est, è sormontato da un architrave munito di finestrello di scarico. Il corridoio di accesso alla camera, presenta sezione ogivale e cresce gradualmente in altezza verso l'ingresso alla camera; nella parete d. del corridoio si apre la nicchia d'andito (m 2,50 x 1,50 di altezza); sulla sinistra, affrontato alla nicchia, si apre il vano scala, a copertura ogivale, di cui si conservano alcuni gradini erti e usurati (pedata 0,25); la scala conduceva al piano superiore oggi crollato (m 3,60 di diametro). La camera a "tholos", circolare (diametro m 4,80 x 9,00 di altezza), presenta due nicchie affrontate semicircolari (m 1,20 x 0,90); quella di s. si prolunga in uno stretto vano.
La camera del piano superiore, oggi crollata, ma provvista in origine di nicchie, era illuminata da un finestrone che si affacciava sul cortile. Dal piano di questa finestra, oltre ad accedere all'interno della camera, si scendeva in una nicchia-ripostiglio.  Al bastione trilobato, raccordato da cortine murarie ad andamento concavo, venne poi aggiunta - a Sud Est - un'altra torre , introducendo così lo schema "a tancato". L'ingresso venne spostato da Sud Est a Nord Est. Da questo ingresso, che presenta un bellissimo architrave con finestrino di scarico, si accede - attraverso un angusto passaggio ricavato sulla destra - alla camera della torre aggiunta e al cortile. La torre , con camera di pianta ellittica (m 4,95 x 3,20), svettata, presenta - sulla parete sinistra - l'accesso alla scala che conduceva al terrazzo della cortina.  Il cortile, a forma di mezzaluna (8,75 x 2,70), presenta - presso l'ingresso alla torre  - un pozzo profondo m 10,25 con un'imboccatura di m 0,45 obliterata, in parte, da un tratto di muro che rifascia la fronte del mastio, coevo alla torre. Delle tre torri del primo bastione è rilevabile solamente la camera della torre, svettata, che comunica con il cortile attraverso un corridoio lungo m 8 e con la torre tramite un passaggio parallelo alla cortina Nord Est. L'opera muraria del bastione è costituita da blocchi di basalto quadrangolari disposti a filari orizzontali.

 

Terme di Forum Traiani Fordongianus (OR)

Le terme sono nell'alto Oristanese, sulla riva sinistra del Tirso. Il complesso termale, tra i più importanti della Sardegna, gravita sul sito urbano di "Forum Traiani" (da cui il nome Fordongianus). L'abitato, di fondazione tardo-repubblicana, fu costituito da Traiano come centro di mercato tra le comunità dell'interno e le popolazioni romanizzate dell'entroterra del golfo di Oristano. Entro l'inizio del IV sec. d.C. fu probabilmente elevato al rango di "municipium". Le terme, le antiche "Aquae Ypsitanae", si dispongono su vari livelli e sono composte da due stabilimenti: il primo, a Nord, del I sec. d.C.; il secondo, a Sud, del III sec. d.C. Il primo stabilimento sfruttava le acque che ancora oggi sgorgano alla temperatura di 54 °C dallo strato alluvionale soprastante il banco vulcanico. Le acque vennero imbrigliate mediante un muro in opera cementizia con duplice paramento in blocchi squadrati di vulcanite, spesso m 3,5, che fungeva anche da argine alle piene del Tirso. La struttura originaria dello stabilimento doveva essere in "opus quadratum", ossia in grossi blocchi di pietra squadrati; in seguito subì vari rimaneggiamenti. Al centro dello stabilimento si trova la "natatio", un'ampia piscina rettangolare (m 13 x 6,5; profondità m 1,5) per balneazioni tiepide (l'acqua calda termale veniva stemperata adducendo acqua fredda da serbatoi situati a monte). La piscina era coperta con volta a botte. I lati Sud e Nord erano originariamente porticati; residua il portico S con pilastri a sezione quadrata in blocchi di vulcanite e volta a botte in opera cementizia rinforzata da anelli di blocchi vulcanici cuneati. Lucernai quadrati ne assicuravano l'illuminazione. Sul lato N della "natatio" furono realizzate tre vasche quadrangolari, mentre sul lato E è presente un edificio rettangolare con nicchie sui lati lunghi; una di queste ha restituito un altare consacrato alle ninfe da Servato, liberto dell'imperatore e procuratore delle miniere e dei latifondi imperiali, per la guarigione di Quinto Bebio Modesto, governatore della Sardegna vicino agli imperatori Caracalla e Geta (211-212 d.C.). Il secondo stabilimento, a S, occupa un'area rettangolare (m 30 x 12) le cui strutture in "opus quadratum" sono probabilmente una parte incorporata del primo stabilimento. Realizzato in "opus vittatum mixtum", aveva verosimilmente l'ingresso originario prospettante sulla piazza lastricata a S. Dall'ingresso si accedeva allo spogliatoio ("apodyterium"), al "frigidarium" (ambiente rettangolare con due vasche), al "tepidarium" (ambiente rettangolare), e al "calidarium" (ambiente con vascone rettangolare). Al contrario del primo, il riscaldamento delle acque del secondo stabilimento era artificiale. L'approvvigionamento dell'acqua veniva assicurato, per mezzo di una efficiente rete di canalizzazione, da un sistema di pozzi e cisterne in parte alimentate dall’acquedotto romano. Il raccordo tra i due stabilimenti veniva assicurato da una scalinata che si affacciava sul portico della "natatio". Il piazzale retrostante, lastricato in vulcanite, ha forma trapezoidale (m 25 x 30 x 25). Sul lato orientale prospetta un edificio a "L", in "opus vittatum mixtum", con cinque vani e due ambienti rettangolari; uno di questi è affrescato con motivi a candelabri e grifoni, databili al 200 d.C. L'edificio potrebbe essere un "hospitium" legato agli ambienti termali. 

Storia degli scavi

Il primo ad indicare l'ubicazione delle "Aquae Ypsitanae" e di "Forum Traiani" nel territorio dell'attuale Fordongianus fu lo storico Giuseppe Manno (1825). I primi scavi archeologici ebbero luogo tra il 1899 e il 1902, e furono condotti dal Regio Commissario dei Musei e Scavi di Antichità in Sardegna. A partire dal 1969 la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Cagliari e Oristano ha ripreso le indagini sistematiche nel sito.

 

Area Archeologica di Cornus Cuglieri (OR)

Da Oristano si prende la S.S. 292 per Cuglieri. Poco prima di arrivare a Santa Caterina di Pittinuri, al km. 25, si trova sulla destra la deviazione per Cornus - Columbaris indicata da un cartello. Si svolta e si percorre la strada bianca, seguendo le indicazioni, per circa due chilometri, quindi si arriva nei pressi di un moderno caseggiato da cui parte il sentiero che porta direttamente all'area archeologica, distante poche centinaia di metri.

L'altopiano di Campu e' Corra fu colonizzato dai Cartaginesi probabilmente alla fine del VI secolo a.C., con la fondazione della città di Cornus. Della città di età punica sono state rinvenute parecchie testimonianze, tra le quali le più importanti sono i resti della cinta muraria che cingeva l'altopiano, varie aree funerarie con tombe a camera scavate nella roccia e sepolture ad incinerazione, e diverse stipi votive. L'area dove presumibilmente sorgeva l'acropoli della città, la collinetta di Corchinas, così come l'area adiacente che doveva ospitare i quartieri abitativi, non sono state interessate da scavi sistematici, ma hanno restituito materiali ceramici sicuramente riferibili all'età punica. L'antica città di Cornus è famosa anche per essere stata un baluardo della resistenza sardo-punica alla conquista romana, avvenuta nel 238 a.C., durante la rivolta che scoppiò due decenni dopo, nel 215. Tale rivolta scoppiata nel mezzo della II guerra tra Roma e Cartagine fu guidata da Ampsicora e suo figlio Josto, probabilmente nobili sardi punicizzati o di origine punica, che per l'occasione chiesero l'aiuto della stessa Cartagine e delle popolazioni sarde dell'interno, i Sardi Pelliti. Dopo due battaglie, la prima combattuta nei pressi di Cornus e la seconda nel Campidano, la rivolta fu soffocata e i due protagonisti persero la vita.

In età paleocristiana, non lontano dall'antica Cornus ebbe notevole importanza il centro religioso di Columbaris, di cui sono attualmente visibili notevoli resti monumentali relativi ad un importante area cimiteriale e a tre basiliche, riportati alla luce a seguito delle numerose campagne di scavo effettuate nel sito, da quelle degli anni 50' fino alle ultime, risalenti al 1991. La grande necropoli paleocristiana cominciò ad essere utilizzata nella prima metà del IV secolo d.C., sfruttando per le sepolture i resti di alcuni edifici termali di età romana e il banco roccioso naturale. Le tombe più antiche sono del tipo "alla cappuccina", cioè con copertura di tegole, e a enkytrismos, cioè in anfora.  Nella seconda metà del IV secolo viene costruita la basilica arcaica, con abside, nella quale venivano seppelliti in sarcofagi di pietra i personaggi più importanti, alcuni dei quali forse venerati. Moltissimi sarcofagi sono ancora in posto sia all'interno dell'edificio che nell'area adiacente al lato est. Poco più tardi vengono costruite anche le altre due basiliche, comunicanti e con pianta analoga ma inversa. All'interno della Basilica Maggiore, con funzione episcopale, si può ancora vedere, al centro della navata centrale il basamento dell'altare mentre di fronte ad esso si trova la scalinata del basamento del soglio episcopale, secondo uno schema che si ripete anche nella seconda basilica, che fungeva da battistero come ben mostra il fonte battesimale che si trova al centro, di forma poligonale, originariamente con copertura a baldacchino sostenuta da colonne. Le belle colonne in marmo che caratterizzavano questo monumento, intatte e nella posizione originaria al momento della scoperta, sono state distrutte negli anni 70' ad opera dei vandali e oggi non ne restano che miseri resti. Annessi alla Basilica Battisteriale sono anche altri edifici forse pertinenti al palazzo episcopale, e a varie officine, i cui resti sono stati scoperti durante gli ultimi scavi. Nel VI secolo tutta l'area è stata oggetto di una ristrutturazione monumentale.  

 

Tomba dei Giganti di Muraguada Bauladu (OR)

Da Paulilatino si prende la vecchia s.s.131 che porta a Bauladu, e dopo circa 5 km. si trova il cartello che indica la tomba e si svolta a sinistra in una stradina in salita. Dopo circa 1,2 km. si trova un passaggio a livello, dopo il quale si prosegue per altri 300 m. fino alla tomba, che si trova sulla destra, davanti ai binari. Questa tomba è stata costruita con grossi blocchi in basalto con la tecnica a filari di grosse pietre sovrapposti, ed appartiene quindi ad una tipologia tipica del sud e del centro dell'isola, come ad esempio la tomba di Is Concias a Quartucciu o quella di  Sa Domu e s'Orku a Siddi, non testimoniata nella Sardegna Settentrionale. La tomba si trova in ottimo stato di conservazione, sia internamente che esternamente, la facciata costruita con blocchi di medie dimensioni ben squadrati e disposti in modo accurato, presenta al centro il basso portello d'accesso rettangolare (circa 50 cm. di larghezza e 60 di altezza). La camera funeraria, che raggiunge nel punto più alto circa 1,80 m di altezza, ha le pareti a filari di blocchi aggettanti l'uno sull'altro ed è coperta con lastre di pietra disposte a piattabanda. Le pareti esterne sono costruite con pietre di varie dimensioni e non sempre ben squadrate, più grosse quelle dei filari inferiori più piccole quelle che stanno più in alto. Molto ben conservato anche l'abside che chiude posteriormente la camera. Questa tomba si caratterizza inoltre per le dimensioni, decisamente inferiori alla media.

 

Nuraghe Losa Abbasanta (OR)

Il complesso si trova su un rilievo roccioso dell'altopiano basaltico di Abbasanta. 

Il Losa è una delle espressioni più alte dell'architettura nuragica, per il disegno organico, la compattezza dei volumi e la raffinatezza delle tecniche murarie. Edificato con blocchi di basalto, è costituito da un mastio e da un bastione trilobato protetto da un antemurale e da un'ulteriore cinta muraria; all'interno della cinta rimangono resti di capanne circolari. Nelle adiacenze avanzano tracce di una tomba di giganti in opera isodoma. La cinta esterna, sub-ellittica (m 172 x 268), presenta due torri proiettate verso l'esterno della cortina, con doppi ingressi architravati disposti in asse.  L'antemurale, a linea spezzata, che in origine circondava interamente il bastione, è rimasto in opera per circa m 3 di altezza a N e ad O del trilobato; comprende anche due torri a SO e a N (diam. est. m 10 e int. m 5,60; diam. est. m 8,90 e int. m 4,50) dotate, come la cortina di raccordo, di numerose feritoie, fatto che dimostra la funzione difensiva della struttura. Il raccordo diretto di due segmenti dell'antemurale col paramento del bastione definisce un cortile trapezoidale accessibile attraverso una piccola porta. A SE, vicinissima all'ingresso del bastione, si trova la capanna 1, una torre-capanna circolare (diam. est. m 10,50 ca. e h m 3,60) con due ingressi, nicchie parietali, nicchie-giaciglio e feritoie. Il rinvenimento al suo interno di un pilastrino di trachite fa ipotizzare una funzione rituale dell'ambiente. Il bastione trilobato (asse torri SE-SO m 25,70; h max res. m 13), che poggia su una platea megalitica di fondazione (h m 2-2,50), ha profilo concavo-convesso con vertici arrotondati e presenta l'ingresso architravato, sopraelevato sul piano di campagna, a S-E; esso immette in un corridoio interno che porta alle torri SO e SE. La torre NNO è accessibile dall'esterno del bastione attraverso un ingresso volto a NNE. La camera della torre SE è ellittica, quella della torre SO e della torre NNO è circolare. Nella camera della torre NNO, a m 2 di altezza dal pavimento, si apre una scala che conduceva agli spalti e, collegandosi ad un'altra scala, al mastio. Un piccolo vano con volta a ogiva e un silos troncoconico intermurario sovrastano la torre NNO.
Il mastio (diam. est. m 12; h res. 11,40) presenta l'ingresso a SE; esso immette in un corridoio che porta alla "tholos" , integra, circolare (diam. m 5,20; h m 7,60) e dotata di 3 nicchie semiellittiche (prof. m 1,80, largh. m 1,60 e h m 2,60). Il corridoio presenta sulla d. una nicchia, e sulla s. l'accesso alla scala a spirale (largh. m 1; h m 3) che porta al vano superiore (diam. m 2,88; h m 3,46). La scala era forse in origine illuminata da feritoie poi occluse dal bastione.  Il vano superiore presenta una finestrina in coincidenza con la porta del piano inferiore raccordata con la scala. A metà scala è inoltre presente un ripostiglio intramurario accessibile tramite un'apertura alla base della parete.  La scala consentiva poi di raggiungere ad ENE lo spalto della cortina, collegandosi alla scala che conduceva dall'alto all'interno della torre NNO.  Il complesso rivela varie fasi costruttive : XV- inizi XIII sec. a.C., costruzione del mastio; metà XIII-fine XII sec. a.C., probabile costruzione del bastione, dell'antemurale e (fasi finali) della cinta esterna; fine XII-inizi IX sec. a.C., costruzione della capanna 1. Il sito fu abitato ancora nella prima età del Ferro (inizi IX-seconda metà dell'VII sec. a.C.) e nelle epoche successive, anche a scopo funerario, fino al VII-VIII sec.d.C.

Storia degli scavi

Le prime campagne di scavo furono effettuate nel 1890 da Filippo Vivanet e Filippo Nissardi. Seguirono, nel 1915, le indagini di Antonio Taramelli, che interessano il villaggio. Negli anni cinquanta Giovanni Lilliu effettuò una prima disamina dei materiali rinvenuti durante gli scavi. Nel 1970 e 1975 gli interventi di scavo, consolidamento e restauro condotti da Ferruccio Barreca permisero di rendere fruibile il sito. Dal 1989 al 1994, Vincenzo Santoni, Paolo Benito Serra e Ginetto Bacco hanno indagato la camera del mastio e parti del bastione.

 

Marrubiu, praetorium di Muru de Bangiu

 

Il sito si trova lungo una diramazione stradale secondaria che doveva collegare Forum Traiani con la via "a Turre Karales". Si tratta di un importante complesso edilizio del II sec. a.C., ristrutturato nel III-IV sec. d.C. e abbandonato infine nel VI sec. d.C.  Il corpo principale dell'edificio si presenta a pianta rettangolare, con orientamento N/O-S/E. Al centro era collocato un cortile porticato, con vasca, intorno a cui si disponevano sedici ambienti a pianta prevalentemente quadrangolare. Lungo il lato N/O si trovava un ambiente a pianta rettangolare a cui si accedeva attraverso una serie di gradini: è stato interpretato come sacello cultuale. Gli ambienti di servizio e le strutture termali erano dislocate a S/O del corpo principale del "praetorium", collegate da uno stretto corridoio. Le terme presentavano l'articolazione negli spazi canonici: "apodyterium" (spogliatoio), "frigidarium" (sala dotata di vasca per il bagno freddo), "tepidarium" (sala riscaldata a temperatura media), "praefurnium" (vano e forno per il riscaldamento), "destrictarium" (spogliatoio in cui i frequentatori delle terme potevano dedicarsi alla pulizia dal sudore e dalla polvere per mezzo dello strigile), "calidarium" (sala riscaldata), "balnea" (bagni privati, non riscaldati).  Le tecniche murarie attestate in questo edificio sono l' "opus vittatum mixtum", impiegato per la realizzazione dell'"apodyterium" e del "frigidarium", e l'"opus testaceum", utilizzato per i restanti ambienti riscaldati.  Gli scavi del complesso edilizio hanno restituito un'importante iscrizione nella quale compare il termine "praetorium". L'interpretazione del valore semantico da attribuire a questo termine ha sollevato una serie di problemi. Infatti il termine "praetorium", un neologismo latino tratto dalla lingua greca, veniva impiegato nel mondo romano in tre diversi ambiti: militare, amministrativo, giudiziario.
Nell'accezione militare il termine "praetor" ("prae-itor") designa il generale che comanda l'armata, mentre il termine "praetorium" designa il luogo del campo militare (la tenda) dove il "praetor" risiede. Per analogia, "praetorium" passò ad indicare anche il consiglio militare degli alti ufficiali, che di norma, si riunivano nella tende del "praetor". Lo stesso termine indicava anche la guardia militare personale del "praetor", la "cohors praetoria". L'uso del termine nell'accezione amministrativa risulta attestato a partire dal 27 a. C., quando, in Sicilia, il governo delle province viene affidato ad un "praetor", la cui residenza viene chiamata appunto "praetorium". Il termine "praetorium" veniva infine impiegato anche in ambito giudiziario: al governatore di province, al pretore o al pro-pretore veniva delegato il compito di amministrare la giustizia. Nel caso di Muru de Bangiu la presenza nell'iscrizione del termine "praetorium" è stata interpretata come indizio del fatto che il complesso edilizio presso il quale l'iscrizione venne rinvenuta dovesse svolgere la funzione di sede temporanea di cui il governatore poteva usufruire nel corso dei suoi spostamenti da Karales, sua sede ordinaria, verso il nord Sardegna. Al contempo, dal momento che il termine "praetorium" venne impiegato in età imperiale anche per designare i centri amministrativi dei "saltus" imperiali, è possibile che il "praetorium" di Muru de Bangiu svolgesse la funzione di sede amministrativa dei latifondi imperiali presenti in questo territorio.
Storia degli scavi

La prima menzione del sito di Muru de Bangiu si deve a Giovanni Antonio Carbonazzi e risale al 1842. Successivamente ne scrive Vittorio Angius nel 1863. Abbiamo notizia di un primo intervento di scavo da una pubblicazione del canonico Giovanni Spano del 1863. Interventi più significativi e sistematici sono quelli condotti dalla Soprintendenza Archeologica per le Province di Cagliari e Oristano negli anni 1986-87 e 1989-91 (dal 1990 in collaborazione con la cattedra di Epigrafia romana della II Università di Roma).

 

 

[1] Insieme ai nuraghi, ai bronzetti e alle severe ed eleganti chiese romanico-pisane, i retabli sono uno dei tesori artistici tipici della Sardegna. Questi capolavori d’arte non sono molto noti, perché spesso sono nella penombra delle cappelle, dietro l’altare. Il nome deriva proprio dal latino “retro tabula, cioè posta dietro la mensa dell’altare. I retabli sono pale lignee destinate alle chiese e alle cappelle di famiglia dipinte e adornate con soggetti sacri e costruite secondo moduli precisi assemblando pannelli e cornici. Si potevano dividere in tre scomparti (trittici) o in cinque e più (polittici) tutti realizzati con l’intento di formare una composizione di quadri atta a raccontare episodi della vita di Gesù e dei Santi.