Itinerari attorno ai luoghi: i riti della Settimana Santa di Scano di Montiferru

La settimana santa di Scano di Montiferru

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I riti della Settimana Santa costituiscono a Scano il momento centrale e più sentito dell’intero anno liturgico. Si aprono con le celebrazioni della Domenica delle Palme per proseguire con le funzioni del Venerdì Santo e quelle della Domenica di Pasqua. Particolarmente suggestive le sacre rappresentazioni: quella del Venerdì Santo che ricorda la passione e la morte di Cristo, e quella della Domenica di Pasqua in cui si svolge il rito de S’Incontru, ovvero l’incontro fra Cristo Risorto e la Madonna. Tali rappresentazioni hanno origini molto antiche, ma hanno mantenuto intatta tutta la loro suggestione.

Protagoniste sono le tre confraternite presenti nel paese: la Confraternita delle Anime, quella del S. Rosario e quella di S. Croce (detta anche di S. Nicolò dal nome del patrono dell’oratorio in cui essa ha sede). Quest’ultima è la più antica ed è quella preposta ai riti della Settimana Santa. Per questo motivo l’oratorio di S. Nicolò con la parrocchia di S. Pietro è il fulcro degli avvenimenti di quei giorni.

 

Domenica delle Palme

I riti hanno inizio la domenica che precede la Pasqua: in tale giorno si benedicono le palme preparate in precedenza dai filadores, uomini che con mano esperta intrecciano le palme per l’intero paese. Al termine della benedizione una solenne processione fino alla chiesa parrocchiale ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme.

 

Giovedì santo

Nella sera del Giovedì Santo si celebra la Messa in Coena Domini, nel corso della quale ha luogo il rito della Lavanda dei Piedi  quando il sacerdote ripete i gesti di Gesù che lavò i piedi ai discepoli, impersonati dai priori e sottopriori delle tre confraternite.

Nel primo pomeriggio del Giovedì Santo si tiene a porte chiuse a S.Nicolò il rito di S’Incravamentu. Vi prendono parte solo il priore e il sottopriore della confraternita di S.Croce. Essi, accompagnati dalla prioressa e dalla sottoprioressa che reggono una candela accesa, prelevano con grande devozione l’immagine di Cristo dal sepolcro in cui è custodita e la portano nel presbiterio dell’oratorio, dove ai piedi dell’altare è stata già distesa la croce su cui l’immagine viene fissata con robusti chiodi.

Essi sostano poi, con grande raccoglimento, in preghiera ai lati della croce. L’altare è ornato con su nènnere, grano fatto germogliare al buio, simbolo della sepoltura del Cristo. Il presbiterio, ad accentuare la sacralità della cerimonia, è separato dal resto dell’oratorio da una grande tela (sa Carta), raffigurante scene della passione. Al termine della cerimonia le porte dell’oratorio vengono aperte e il Cristo viene esposto all’adorazione dei confratelli e di tutti i fedeli.

 

Venerdì santo

La mattina del Venerdì Santo hanno luogo Sas Chilcas, a cui prendono parte tutte le confraternite e i fedeli. Il nome in sardo Sas chilcas (le ricerche) sta ad indicare il simbolico peregrinare della Vergine alla ricerca del figlio sofferente.

L’immagine dell’Addolorata viene portata in processione, in una Via Crucis che attraversa il paese facendo tappa nei vari oratori e avendo infine la sua meta nell’oratorio di S. Nicolò, da cui viene portato fuori il Cristo crocifisso. Da qui la processione si avvia alla parrocchiale dove si innalza la croce a un lato del presbiterio.

Solenne è il venerdì sera la paraliturgia de S’Iscravamentu. Protagonisti della deposizione sono Sos Discipulos, quattro personaggi vestiti di antichi costumi e rappresentanti i discepoli che deposero Gesù dalla croce e gli diedero sepoltura.

I discepoli iniziano il loro viaggio dall’oratorio di San Nicolò dove sono custoditi gli antichi abiti: dopo la recita di una preghiera chiamata s’obrigassione, i discepoli accompagnati dalla confraternita si recano nella chiesa parrocchiale in cui si è già radunata la popolazione per ascoltare l’omelia del predicatore. Ad un suo cenno infine si avvicinano alla croce e procedono alla deposizione del Cristo morto, seguendo scrupolosamente le indicazioni di un cerimoniale antico che viene man mano ricordato dal predicatore. Il corpo del Signore, dopo essere stato mostrato all’Addolorata e alla folla, viene adagiato in sa lettèrna, una lettiga ornata di fiori e candele.

All’imbrunire fra le vie strette e tortuose della Scano vecchia si snoda la processione che riporta il Cristo morto nell’oratorio di S. Nicolò, accompagnata dal coro del Miserere. Ad essa si guardava anticamente con un pizzico di superstizione: dalla vivacità della luce delle candele che ornano sa lettèrna si traevano infatti gli auspici per il raccolto.

 

Domenica di Pasqua

La solenne processione de S’Incontru conclude in un clima di festa e tripudio le intense cerimonie della Settimana Santa, rappresentando l’incontro e il saluto fra Gesù risorto e la Madonna.

Nella sede della biblioteca comunale, in occasione della festività, viene allestita una mostra in cui si espongono paramenti e arredi sacri e gli antichi costumi delle confraternite.

 

 Scano

Il comune di Scano si trova ai piedi del versante settentrionale del massiccio vulcanico Montiferru, la cui punta più elevata è rappresentata da Monte Urtigu (1050 m).

Pedras de Fogu, Sa Rocca Traessa e le grotte Su Suterru e Su Coro Malzua sono solo alcune delle zone di particolare interesse geo - speleologico dell'area montuosa che circonda il paese. Questa parte del territorio si distingue per le numerose sorgenti, come quelle rinomate di Sant'Antioco, per i secolari boschi di lecci, querce, agrifogli e corbezzoli ancora popolati da una ricca selvaggina e in particolare dai cinghiali.

Nonostante le origini del paese siano incerte, nel territorio circostante il comune di Scano, alle pendici del massiccio del Montiferru, sono stati effettuati vari ritrovamenti di domus de janas, tombe di giganti e nuraghi che testimoniano la presenza dell'uomo fin dal neolitico (4000-3000 a.C.). Nella stessa zona i siti di Sulù, Santa Vittoria, Turre 'e Manigas e Donnigheddu attestano la presenza di insediamenti punici e romani; nell'abitato di Scano in particolare sono stati rinvenuti reperti che lasciano supporre che il paese sia stato costruito su  un preesistente villaggio romano.

Durante il Medioevo Scano apparteneva al Giudicato di Torres ma nel 1113, sotto il governo di Costantino I di Lacon, venne donato ai pisani, in particolare ai monaci camaldolesi che contribuirono in modo notevole allo sviluppo agricolo del territorio.

Intorno al 1300, quando gli Aragonesi riuscirono nell'intento di scacciare i pisani da queste terre, Scano divenne parte del sistema politico e amministrativo del dominio spagnolo: passò in un primo momento al Regno d'Arborea e poi alla baronia del Montiferro. Dal 1720 fino all’Unità d’Italia, il paese venne incluso tra i domini dei piemontesi di casa Savoia. Infine, solo nel 1862 prese il nuovo nome Scano di Montiferro.

  

I monumenti

 Via dei Mulini

A poca distanza dal centro abitato di Scano, posizionati lungo il corso del rio Mannu e raggiungibili dalla strada per Sagama, sono conservati una serie di mulini ad acqua, in parte a ruota orizzontale, in parte a ruota verticale. Un'attività paleoindustriale ben avviata risalente al periodo della colonizzazione agricola ad opera dei monaci camaldolesi, è attestata fin dal Seicento grazie alla presenza sia dei mulini che di un complesso sistema di canalizzazione e di muretti a secco per gli orti.

Dei 16 mulini originari (che rappresentavano un caso unico in Sardegna, per il loro numero in un territorio ristretto), i sette ancora visitabili sono semplici costruzioni in pietra a vista, coperti con tetto a spioventi; tra i più recenti e meglio conservati, si ricordano Sa macchina manna (la macchina grande) e Sa macchina noa (la macchina nuova) che conservano ancora gli ingranaggi e i meccanismi di funzionamento.

 

Chiesa Parrocchiale di S. Pietro Apostolo

La chiesa parrocchiale fu eretta sulle rovine di una necropoli punica e sulle fondamenta di un monastero camaldolese e fu ricostruita quasi del tutto a causa di un incendio alla fine del 1700.

All'interno sono custodite una statua lignea e dorata di San Pietro in Cattedra (XVII sec.) forse di scuola stampacina (scuola di pittura sarda che prende il nome da un quartiere di Cagliari), e due statue di bottega iberico - napoletana (XVIII sec) dedicate alla Vergine di tutti i Santi.

 

 

Chiesa di S. Nicolò

Dal Seicento è sede dell'Arciconfraternita di S. Croce, incaricata di presiedere tutti gli anni alle tradizionali cerimonie della Settimana Santa.

La Chiesa di San Nicolò è caratterizzata all'esterno dalla facciata  in stile neoclassico, all'interno ospita una grande tela raffigurante il sepolcro del Cristo, con scene della passione, oltre a una tela bifrontale di Emilio Scherer (fine IX sec.). Da segnalare l'altare  decorato da Isidoro Delogu (primi XX sec).

 

 

Chiesa del S. Rosario

Sede della Confraternita del Rosario, la chiesa custodisce al suo interno una statua di Santa Sabina (XV sec.), una statua della Madonna del Rosario, presumibilmente opera del maestro Lonis (XVIII sec.), e soprattutto quella della Madonna de S’Incontru, opera  dell'artista Isidoro Delogu (primi XX sec.).

 

 

E2) Siti archeologici

 

Nuraghe Abbaudi

Alle pendici della collina di Santa Barbara, su uno sperone di roccia sovrastante il rio Semus, si trova il nuraghe monotorre Abbaudi la cui torre, nel punto più alto, raggiunge i 9 m.

Il monumento ha pianta circolare ed è costruito in blocchi di arenaria di medie e grandi dimensioni. Attraverso un ingresso, sormontato da un architrave con finestrella di scarico, si entra nel corridoio a sezione ogivale che sui lati consente l'accesso a una piccola garitta di guardia e alla scala di cui rimangono alcuni gradini.  Alla fine del corridoio si trova la camera a tholos, di pianta circolare eccentrica rispetto al perimetro della torre, con tre nicchie disposte a croce.

Resti di strutture murarie circolari testimoniano la presenza di un villaggio che in origine si estendeva intorno al nuraghe.

 

Nuraghe Nuracle

Nelle vicinanze del riu Luzzanas, presso il ponte della via per Bosa, si erge il nuraghe Nuracale uno dei più imponenti del Montiferru: la torre del mastio, iscritta all'interno di un bastione quadrato alto fino a 7 metri che raccordava in origine le torri angolari, raggiunge un'altezza massima di 11 metri.  Di grandi dimensioni (14 x 4 m) è anche il cortile interno, ora ingombro di detriti, le cui pareti si elevano in alcuni punti per 5 m sul livello del crollo. Nonostante i crolli sono accessibili, inoltre, la parte iniziale dei corridoi che portavano alle due torri anteriori e una delle torri posteriori, conservata per un'altezza massima di 4 m che presenta al suo interno un vano circolare con una nicchia.

 

Tomba di Giganti Pedras Doladas

Situata sulla collina di Pedras Doladas, la sepoltura a tomba di giganti, edificata con massi ben squadrati in basalto locale, è composta da un corpo tombale absidato con un'ampia esedra semicircolare delimitata da sedili. Della tomba, costruita utilizzando la pietra basaltica del luogo, rimangono il filare di base del corpo centrale e del vano funerario, parte delle lastre di base del prospetto e del bancone sedile e buona parte della copertura estradossale ad archi monolitici.

Si conservano inoltre tre betili (pietre simili ai menhir) di forma conica: due sono inseriti nel moderno muro di recinzione, mentre il terzo, di piccole dimensioni, giace nella zona absidale.

A poche centinaia di metri dalla tomba di giganti si trovano i nuraghi Porcos e Altoriu.

 

  Altri siti archeologici nella Provincia di Oristano

Villaggio Santuario nuragico di Santa Cristina - Paulilatino (Oristano). Si trova nelle vicinanze della superstrada s.s. 131 al km. 114. Nel villaggio si possono notare: il nuraghe di Santa Cristina e due capanne ancora integre (accanto al nuraghe). Uno dei templi a pozzo più conosciuti della Sardegna, il pozzo sacro di Santa Cristina (XI - IX sec. a.C.) è perfettamente conservato e realizzato in blocchi di pietra finemente lavorata. Attorno al tempio a pozzo si trovano i resti del Villaggio Santuario, dove si possono notare la capanna delle riunioni con i sedili circolari. L'area archeologica si estende per circa un ettaro, ed è caratterizzata da un magnifico pozzo sacro in basalto, forse l'esempio più bello dell'architettura nuragica, datato al 1300 a.C. circa. Come gli altri pozzi sacri nuragici è composto di tre parti: atrio, scala, e camera a tholos; all'esterno l'ingresso è contornato da muretti paralleli uniti da un semicerchio che a loro volta sono contenuti da un'ellisse di pietra di 26 X 20 m. Queste parti esterne sono le tracce di una copertura in pietra che è andata perduta. La scala e le altre strutture sotterranee invece sono in perfetto stato, la scala, forse la più grande fra quelle conosciute, è composta di 25 gradini ed è a sezione trapezoidale. La cella ha una pianta circolare del diametro di m. 2,54 ed ha un’altezza di 7m. Il pavimento è stato spianato nella roccia viva e al centro si trova una vaschetta circolare. L'acqua che filtra dalle pareti raggiunge ancora oggi, in certi periodi, l'altezza del primo gradino della scala. Vicino al tempio a pozzo si trova una grande capanna circolare costruita in basalto grezzo, che ha un diametro di 10 m. Nei pressi si trova anche la cosiddetta "capanna delle riunioni" di forma circolare, con un'ampio sedile che corre attorno al muro interno. Sparse tutto intorno si trovano molte altre capanne o basamenti di esse. A sud-ovest dell'area archeologica si trova il nuraghe, vicino al quale ci sono alcune capanne integre di forma ovale con alzato e copertura in pietra.

Nuraghe Lugherras Paulilatino (OR)

Il nuraghe sorge sul ciglio di un pianoro a 300 m. s.l.m. immerso in una folta vegetazione di bagolari e querce. L'edificio è un trilobato al quale venne aggiunta, forse per un cedimento delle strutture, un'altra torre. Intorno al complesso venne eretto un antemurale con quattro torri angolari collegate da cortine pressoché rettilinee.  Il mastio ha pianta circolare di m 13,50 di diametro esterno. L'opera muraria è costituita da blocchi di basalto di medie e grandi dimensioni appena sbozzati, disposti a filari orizzontali. Intatto nella camera inferiore, il monumento conserva del piano superiore unicamente la finestrella. L'ingresso alla torre (m 1,80 di altezza), volto a Sud Est, è sormontato da un architrave munito di finestrello di scarico. Il corridoio di accesso alla camera, presenta sezione ogivale e cresce gradualmente in altezza verso l'ingresso alla camera; nella parete d. del corridoio si apre la nicchia d'andito (m 2,50 x 1,50 di altezza); sulla sinistra, affrontato alla nicchia, si apre il vano scala, a copertura ogivale, di cui si conservano alcuni gradini erti e usurati (pedata 0,25); la scala conduceva al piano superiore oggi crollato (m 3,60 di diametro). La camera a "tholos", circolare (diametro m 4,80 x 9,00 di altezza), presenta due nicchie affrontate semicircolari (m 1,20 x 0,90); quella di s. si prolunga in uno stretto vano.
La camera del piano superiore, oggi crollata, ma provvista in origine di nicchie, era illuminata da un finestrone che si affacciava sul cortile. Dal piano di questa finestra, oltre ad accedere all'interno della camera, si scendeva in una nicchia-ripostiglio.  Al bastione trilobato, raccordato da cortine murarie ad andamento concavo, venne poi aggiunta - a Sud Est - un'altra torre , introducendo così lo schema "a tancato". L'ingresso venne spostato da Sud Est a Nord Est. Da questo ingresso, che presenta un bellissimo architrave con finestrino di scarico, si accede - attraverso un angusto passaggio ricavato sulla destra - alla camera della torre aggiunta e al cortile. La torre , con camera di pianta ellittica (m 4,95 x 3,20), svettata, presenta - sulla parete sinistra - l'accesso alla scala che conduceva al terrazzo della cortina.  Il cortile, a forma di mezzaluna (8,75 x 2,70), presenta - presso l'ingresso alla torre  - un pozzo profondo m 10,25 con un'imboccatura di m 0,45 obliterata, in parte, da un tratto di muro che rifascia la fronte del mastio, coevo alla torre. Delle tre torri del primo bastione è rilevabile solamente la camera della torre, svettata, che comunica con il cortile attraverso un corridoio lungo m 8 e con la torre tramite un passaggio parallelo alla cortina Nord Est. L'opera muraria del bastione è costituita da blocchi di basalto quadrangolari disposti a filari orizzontali.

 

Terme di Forum Traiani Fordongianus (OR)

Le terme sono nell'alto Oristanese, sulla riva sinistra del Tirso. Il complesso termale, tra i più importanti della Sardegna, gravita sul sito urbano di "Forum Traiani" (da cui il nome Fordongianus). L'abitato, di fondazione tardo-repubblicana, fu costituito da Traiano come centro di mercato tra le comunità dell'interno e le popolazioni romanizzate dell'entroterra del golfo di Oristano. Entro l'inizio del IV sec. d.C. fu probabilmente elevato al rango di "municipium". Le terme, le antiche "Aquae Ypsitanae", si dispongono su vari livelli e sono composte da due stabilimenti: il primo, a Nord, del I sec. d.C.; il secondo, a Sud, del III sec. d.C. Il primo stabilimento sfruttava le acque che ancora oggi sgorgano alla temperatura di 54 °C dallo strato alluvionale soprastante il banco vulcanico. Le acque vennero imbrigliate mediante un muro in opera cementizia con duplice paramento in blocchi squadrati di vulcanite, spesso m 3,5, che fungeva anche da argine alle piene del Tirso. La struttura originaria dello stabilimento doveva essere in "opus quadratum", ossia in grossi blocchi di pietra squadrati; in seguito subì vari rimaneggiamenti. Al centro dello stabilimento si trova la "natatio", un'ampia piscina rettangolare (m 13 x 6,5; profondità m 1,5) per balneazioni tiepide (l'acqua calda termale veniva stemperata adducendo acqua fredda da serbatoi situati a monte). La piscina era coperta con volta a botte. I lati Sud e Nord erano originariamente porticati; residua il portico S con pilastri a sezione quadrata in blocchi di vulcanite e volta a botte in opera cementizia rinforzata da anelli di blocchi vulcanici cuneati. Lucernai quadrati ne assicuravano l'illuminazione. Sul lato N della "natatio" furono realizzate tre vasche quadrangolari, mentre sul lato E è presente un edificio rettangolare con nicchie sui lati lunghi; una di queste ha restituito un altare consacrato alle ninfe da Servato, liberto dell'imperatore e procuratore delle miniere e dei latifondi imperiali, per la guarigione di Quinto Bebio Modesto, governatore della Sardegna vicino agli imperatori Caracalla e Geta (211-212 d.C.). Il secondo stabilimento, a S, occupa un'area rettangolare (m 30 x 12) le cui strutture in "opus quadratum" sono probabilmente una parte incorporata del primo stabilimento. Realizzato in "opus vittatum mixtum", aveva verosimilmente l'ingresso originario prospettante sulla piazza lastricata a S. Dall'ingresso si accedeva allo spogliatoio ("apodyterium"), al "frigidarium" (ambiente rettangolare con due vasche), al "tepidarium" (ambiente rettangolare), e al "calidarium" (ambiente con vascone rettangolare). Al contrario del primo, il riscaldamento delle acque del secondo stabilimento era artificiale. L'approvvigionamento dell'acqua veniva assicurato, per mezzo di una efficiente rete di canalizzazione, da un sistema di pozzi e cisterne in parte alimentate dall’acquedotto romano. Il raccordo tra i due stabilimenti veniva assicurato da una scalinata che si affacciava sul portico della "natatio". Il piazzale retrostante, lastricato in vulcanite, ha forma trapezoidale (m 25 x 30 x 25). Sul lato orientale prospetta un edificio a "L", in "opus vittatum mixtum", con cinque vani e due ambienti rettangolari; uno di questi è affrescato con motivi a candelabri e grifoni, databili al 200 d.C. L'edificio potrebbe essere un "hospitium" legato agli ambienti termali. 

Storia degli scavi

Il primo ad indicare l'ubicazione delle "Aquae Ypsitanae" e di "Forum Traiani" nel territorio dell'attuale Fordongianus fu lo storico Giuseppe Manno (1825). I primi scavi archeologici ebbero luogo tra il 1899 e il 1902, e furono condotti dal Regio Commissario dei Musei e Scavi di Antichità in Sardegna. A partire dal 1969 la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Cagliari e Oristano ha ripreso le indagini sistematiche nel sito.

 

Tomba dei Giganti di Muraguada Bauladu (OR)

Da Paulilatino si prende la vecchia s.s.131 che porta a Bauladu, e dopo circa 5 km. si trova il cartello che indica la tomba e si svolta a sinistra in una stradina in salita. Dopo circa 1,2 km. si trova un passaggio a livello, dopo il quale si prosegue per altri 300 m. fino alla tomba, che si trova sulla destra, davanti ai binari. Questa tomba è stata costruita con grossi blocchi in basalto con la tecnica a filari di grosse pietre sovrapposti, ed appartiene quindi ad una tipologia tipica del sud e del centro dell'isola, come ad esempio la tomba di Is Concias a Quartucciu o quella di  Sa Domu e s'Orku a Siddi, non testimoniata nella Sardegna Settentrionale. La tomba si trova in ottimo stato di conservazione, sia internamente che esternamente, la facciata costruita con blocchi di medie dimensioni ben squadrati e disposti in modo accurato, presenta al centro il basso portello d'accesso rettangolare (circa 50 cm. di larghezza e 60 di altezza). La camera funeraria, che raggiunge nel punto più alto circa 1,80 m di altezza, ha le pareti a filari di blocchi aggettanti l'uno sull'altro ed è coperta con lastre di pietra disposte a piattabanda. Le pareti esterne sono costruite con pietre di varie dimensioni e non sempre ben squadrate, più grosse quelle dei filari inferiori più piccole quelle che stanno più in alto. Molto ben conservato anche l'abside che chiude posteriormente la camera. Questa tomba si caratterizza inoltre per le dimensioni, decisamente inferiori alla media.

 

Nuraghe Losa Abbasanta (OR)

Il complesso si trova su un rilievo roccioso dell'altopiano basaltico di Abbasanta. 

Il Losa è una delle espressioni più alte dell'architettura nuragica, per il disegno organico, la compattezza dei volumi e la raffinatezza delle tecniche murarie. Edificato con blocchi di basalto, è costituito da un mastio e da un bastione trilobato protetto da un antemurale e da un'ulteriore cinta muraria; all'interno della cinta rimangono resti di capanne circolari. Nelle adiacenze avanzano tracce di una tomba di giganti in opera isodoma. La cinta esterna, sub-ellittica (m 172 x 268), presenta due torri proiettate verso l'esterno della cortina, con doppi ingressi architravati disposti in asse.  L'antemurale, a linea spezzata, che in origine circondava interamente il bastione, è rimasto in opera per circa m 3 di altezza a N e ad O del trilobato; comprende anche due torri a SO e a N (diam. est. m 10 e int. m 5,60; diam. est. m 8,90 e int. m 4,50) dotate, come la cortina di raccordo, di numerose feritoie, fatto che dimostra la funzione difensiva della struttura. Il raccordo diretto di due segmenti dell'antemurale col paramento del bastione definisce un cortile trapezoidale accessibile attraverso una piccola porta. A SE, vicinissima all'ingresso del bastione, si trova la capanna 1, una torre-capanna circolare (diam. est. m 10,50 ca. e h m 3,60) con due ingressi, nicchie parietali, nicchie-giaciglio e feritoie. Il rinvenimento al suo interno di un pilastrino di trachite fa ipotizzare una funzione rituale dell'ambiente. Il bastione trilobato (asse torri SE-SO m 25,70; h max res. m 13), che poggia su una platea megalitica di fondazione (h m 2-2,50), ha profilo concavo-convesso con vertici arrotondati e presenta l'ingresso architravato, sopraelevato sul piano di campagna, a S-E; esso immette in un corridoio interno che porta alle torri SO e SE. La torre NNO è accessibile dall'esterno del bastione attraverso un ingresso volto a NNE. La camera della torre SE è ellittica, quella della torre SO e della torre NNO è circolare. Nella camera della torre NNO, a m 2 di altezza dal pavimento, si apre una scala che conduceva agli spalti e, collegandosi ad un'altra scala, al mastio. Un piccolo vano con volta a ogiva e un silos troncoconico intermurario sovrastano la torre NNO.  Il mastio (diam. est. m 12; h res. 11,40) presenta l'ingresso a SE; esso immette in un corridoio che porta alla "tholos" , integra, circolare (diam. m 5,20; h m 7,60) e dotata di 3 nicchie semiellittiche (prof. m 1,80, largh. m 1,60 e h m 2,60). Il corridoio presenta sulla d. una nicchia, e sulla s. l'accesso alla scala a spirale (largh. m 1; h m 3) che porta al vano superiore (diam. m 2,88; h m 3,46). La scala era forse in origine illuminata da feritoie poi occluse dal bastione.  Il vano superiore presenta una finestrina in coincidenza con la porta del piano inferiore raccordata con la scala. A metà scala è inoltre presente un ripostiglio intramurario accessibile tramite un'apertura alla base della parete.  La scala consentiva poi di raggiungere ad ENE lo spalto della cortina, collegandosi alla scala che conduceva dall'alto all'interno della torre NNO.  Il complesso rivela varie fasi costruttive : XV- inizi XIII sec. a.C., costruzione del mastio; metà XIII-fine XII sec. a.C., probabile costruzione del bastione, dell'antemurale e (fasi finali) della cinta esterna; fine XII-inizi IX sec. a.C., costruzione della capanna 1. Il sito fu abitato ancora nella prima età del Ferro (inizi IX-seconda metà dell'VII sec. a.C.) e nelle epoche successive, anche a scopo funerario, fino al VII-VIII sec.d.C.

Storia degli scavi

Le prime campagne di scavo furono effettuate nel 1890 da Filippo Vivanet e Filippo Nissardi. Seguirono, nel 1915, le indagini di Antonio Taramelli, che interessano il villaggio. Negli anni cinquanta Giovanni Lilliu effettuò una prima disamina dei materiali rinvenuti durante gli scavi. Nel 1970 e 1975 gli interventi di scavo, consolidamento e restauro condotti da Ferruccio Barreca permisero di rendere fruibile il sito. Dal 1989 al 1994, Vincenzo Santoni, Paolo Benito Serra e Ginetto Bacco hanno indagato la camera del mastio e parti del bastione.

 

Marrubiu, praetorium di Muru de Bangiu

Il sito si trova lungo una diramazione stradale secondaria che doveva collegare Forum Traiani con la via "a Turre Karales". Si tratta di un importante complesso edilizio del II sec. a.C., ristrutturato nel III-IV sec. d.C. e abbandonato infine nel VI sec. d.C.  Il corpo principale dell'edificio si presenta a pianta rettangolare, con orientamento N/O-S/E. Al centro era collocato un cortile porticato, con vasca, intorno a cui si disponevano sedici ambienti a pianta prevalentemente quadrangolare. Lungo il lato N/O si trovava un ambiente a pianta rettangolare a cui si accedeva attraverso una serie di gradini: è stato interpretato come sacello cultuale. Gli ambienti di servizio e le strutture termali erano dislocate a S/O del corpo principale del "praetorium", collegate da uno stretto corridoio. Le terme presentavano l'articolazione negli spazi canonici: "apodyterium" (spogliatoio), "frigidarium" (sala dotata di vasca per il bagno freddo), "tepidarium" (sala riscaldata a temperatura media), "praefurnium" (vano e forno per il riscaldamento), "destrictarium" (spogliatoio in cui i frequentatori delle terme potevano dedicarsi alla pulizia dal sudore e dalla polvere per mezzo dello strigile), "calidarium" (sala riscaldata), "balnea" (bagni privati, non riscaldati).  Le tecniche murarie attestate in questo edificio sono l' "opus vittatum mixtum", impiegato per la realizzazione dell'"apodyterium" e del "frigidarium", e l'"opus testaceum", utilizzato per i restanti ambienti riscaldati.  Gli scavi del complesso edilizio hanno restituito un'importante iscrizione nella quale compare il termine "praetorium". L'interpretazione del valore semantico da attribuire a questo termine ha sollevato una serie di problemi. Infatti il termine "praetorium", un neologismo latino tratto dalla lingua greca, veniva impiegato nel mondo romano in tre diversi ambiti: militare, amministrativo, giudiziario.
Nell'accezione militare il termine "praetor" ("prae-itor") designa il generale che comanda l'armata, mentre il termine "praetorium" designa il luogo del campo militare (la tenda) dove il "praetor" risiede. Per analogia, "praetorium" passò ad indicare anche il consiglio militare degli alti ufficiali, che di norma, si riunivano nella tende del "praetor". Lo stesso termine indicava anche la guardia militare personale del "praetor", la "cohors praetoria". L'uso del termine nell'accezione amministrativa risulta attestato a partire dal 27 a. C., quando, in Sicilia, il governo delle province viene affidato ad un "praetor", la cui residenza viene chiamata appunto "praetorium". Il termine "praetorium" veniva infine impiegato anche in ambito giudiziario: al governatore di province, al pretore o al pro-pretore veniva delegato il compito di amministrare la giustizia. Nel caso di Muru de Bangiu la presenza nell'iscrizione del termine "praetorium" è stata interpretata come indizio del fatto che il complesso edilizio presso il quale l'iscrizione venne rinvenuta dovesse svolgere la funzione di sede temporanea di cui il governatore poteva usufruire nel corso dei suoi spostamenti da Karales, sua sede ordinaria, verso il nord Sardegna. Al contempo, dal momento che il termine "praetorium" venne impiegato in età imperiale anche per designare i centri amministrativi dei "saltus" imperiali, è possibile che il "praetorium" di Muru de Bangiu svolgesse la funzione di sede amministrativa dei latifondi imperiali presenti in questo territorio.
Storia degli scavi

La prima menzione del sito di Muru de Bangiu si deve a Giovanni Antonio Carbonazzi e risale al 1842. Successivamente ne scrive Vittorio Angius nel 1863. Abbiamo notizia di un primo intervento di scavo da una pubblicazione del canonico Giovanni Spano del 1863. Interventi più significativi e sistematici sono quelli condotti dalla Soprintendenza Archeologica per le Province di Cagliari e Oristano negli anni 1986-87 e 1989-91 (dal 1990 in collaborazione con la cattedra di Epigrafia romana della II Università di Roma).