Itinerari attorno ai luoghi: i riti della Settimana Santa di Cagliari

La settimana santa di Cagliari

 

 Settimana Santa di Cagliari

Cagliari, durante la settimana pasquale, è la scenografia naturale per eventi di intenso significato religioso. Le celebrazioni hanno inizio il venerdì precedente la Domenica delle Palme, quando si snoda la solenne Processione dei Misteri, organizzata dall'arciconfraternita del Crocifisso. Si parte dalla piazza San Giacomo, dove è ubicato l'Oratorio del SS. Crocifisso che ospita le 7 statue dei Misteri, risalenti al XVIII secolo, dello scultore Giuseppe Antonio Lonis e bottega. Le statue vengono trasportate in 7 diverse chiese cagliaritane. Il Venerdì Santo la confraternita della Solitutudine, che ha sede nell'Oratorio delle Anime Purganti nella piazza San Giacomo, organizza la processione del Cristo Morto, che accompagna i simulacri di Cristo e dell'Addolorata nel duomo di Cagliari. Le celebrazioni, infine, si chiudono la mattina della Pasqua, durante la quale avviene "S'Incontru" (l'Incontro): si snodano da due punti differenti due processioni che poi si incontrano, simboleggiando l'incontro fra Cristo Risorto e la Madonna, raffigurati dai rispettivi simulacri.

 

Venerdì di passione

A Cagliari le celebrazioni pasquali hanno inizio il venerdì  (Venerdi di Passione) che precede la Domenica delle Palme, quando ha luogo la Processione dei Misteri (Is Misterius), organizzata dall'Arciconfraternita del Santissimo Crocifisso che ha sede nell’ Oratorio omonimo sito nella piazza San Giacomo. L’ anno della sua istituzione si fa risalire alla metà del secolo XVI quando la confraternita ebbe la sua sede nella cappella del Crocifisso situata all’ interno della chiesa di San Giacomo.
Partendo dall'Oratorio del SS.Crocifisso, i membri dell’ Arciconfraternita portano in processione i sette Simulacri popolarmente chiamati Santi Misteri o Sacri Misteri  (statue lignee del 1750 circa opere dello scultore Giuseppe Antonio Lonis di Senorbì, che aveva la sua bottega nel quartiere di Stampace)  ad ogni Stazione, all'interno della chiesa viene portato un solo Mistero con la Madonna Addolorata il tempo necessario per ricordare un passo della Via Crucis o Via Dolorosa ed “intonareun canto (canto corale a 4 voci tramandato oralmente di generazione in generazione).  Tale esecuzione rappresenta il dialogo, la supplica, che intercorre tra la comunità ed il Divino, tali canti polivocali utilizzano una tecnica di canto polifonico definito “falsobordone”.I testi dei canti vengono attribuiti al Metastasio nome grecizzato di Pietro Trapassi, San Leonardo da Porto Maurizio e San Alfonso Maria De Liguori musicate dal Marinosci O.F.M nel 1893. Parte di questi Testi si possono trovare nel Manuale di Filotea del Metropolita della città di Milano Giuseppe Riva del 1831. 

 

Domenica delle Palme

Rimozione del simulacro di Gesù crocifisso dalla cappella Arciconfraternita della Solitudine – Chiesa di San Giovanni

 

Martedì santo

Da due anni II Martedì Santo (dopo una sosta durata 42 anni) è ripresa la processione dei Misteri di Stampace organizzata dall’ associazione Cuccurus Cottus e dalla compagnia degli Artieri anche loro in possesso dei simulacri del Lonis il corteo parte dalla chiesa di San Michele in via Azuni e fa sosta in 7 chiese inclusa la Cattedrale.

 

Mercoledì santo

Le consorelle del Santissimo Crocifisso vestono a lutto la statua della Madonna Addolorata (la “vestizione”).

 

 

Giovedì santo

Il Giovedì Santo le consorelle del Santissimo Crocifisso inchiodano alla croce il simulacro del Cristo  ("la crocifissione") poi vi è l’adorazione del Cristo e le donne portano in chiesa IS NENNIRIS, piatti riempiti di cotone in cui sono stati messi a dimora chicchi di grano che verranno poi fatti crescere al buio affinchè prendano un colore giallino / verde pallido simbolo della morte e resurrezione, probabilmente la sua origine ha a che fare con il mito pagano di Adone/la rinascita. La medesima cerimonia ha luogo anche nella chiesa di S. Giovanni, sede dell' Arciconfraternita della Solitudine.  Dalla Chiesa di S. Efisio sede della confraternita del Gonfalone, nel quartiere Stampace alle 20.15 circa parte la processione delle Sette Chiese dove S. Efisio listato a lutto (col pennacchio nero) entra in sette chiese.

 

 

Venerdì santo

Il Venerdì Santo si svolge l'evento centrale delle celebrazioni, curato dall' Arciconfraternita della Solitudine istituita nel 1603 come Confraternita, divenne Arciconfraternita nel 1616 con sede nella chiesa di San Bardilio sita ai piedi del colle di Bonaria e vengono trasferiti poi nell’ attuale chiesa dove ha la sede nel 1639.  Dalla chiesa di San Giovanni, diretto alla Cattedrale, viene portata in processione la statua di Gesù Crocifisso, sovrastato da un baldacchino bianco. Ad accompagnare il Cristo, vengono portate in processione anche la statua della Madonna Addolorata, con il petto trafitto dalla spada dei sette dolori, accompagnata da due bambini che simboleggiano San Giovanni e Maria Maddalena.
Aprono la processione due stendardi del XVIII secolo con i simboli della passione: il gallo, i chiodi, la spada, oltre al mantello e ai dadi dei soldati romani. II corteo segue un preciso rituale, accompagnato da rulli di tamburi e canti tradizionali, fino al momento in cui si raggiunge la Cattedrale e il Crocefisso viene consegnato nelle mani del sagrestano; la Vergine viene quindi riportata nella chiesa di S. Giovanni.
Sempre il Venerdì Santo si svolgono altre due processioni: la prima, organizzata dall'Arciconfraternita del Crocifisso, che parte dall’ Oratorio omonimo sito in piazza di San Giacomo alla chiesa di San Lucifero, mentre la seconda, curata dall'Arciconfraternita del Gonfalone ( che prende in prestito a turno i cantori delle altre due confraternite non avendo una massa di cantori propria) parte dalla chiesa di Sant' Efisio e vi fà ritorno dopo aver attraversato il quartiere Stampace. Naturalmente le rappresentazioni sono simili a tutte le Arciconfraternite cagliaritane.

 

 

Sabato santo

Il Sabato Santo è caratterizzato dal rito de "Su Scravamentu" (la mattina) la deposizione dalla croce del Cristo morto che viene disteso su una lettiga rivestita di veli e pizzi, sarà poi accompagnato nel viaggio di ritorno alla Chiesa (il pomeriggio).

 

 

Domenica di Pasqua

La mattina della Domenica di Pasqua per il rito finale, "S'Incontru", ci sono tre processioni distinte organizzata da diverse confraternite in tre posti diversi. L'incontro ossia il ricongiungimento delle due processioni con i simulacri della Madonna e del Cristo Risorto, provenienti da direzioni opposte, questi si ritrovano una di fronte all'altro, si salutano con un triplice inchino tra gli applausi della folla e quindi, affiancati, fanno rientro in Chiesa dove verrà celebrata la messa solenne.  La gioia di questo particolare momento si riflette nell'abbigliamento delle statue: il Cristo ha una fascia rossa e oro e I'aureola per simboleggiare I'awenuta Resurrezione, mentre la Vergine indossa un abito bianco e oro con il mantello azzurro, il velo di pizzo e la corona, ed ha tra le mani un mazzo di fiori.Suggestivi anche i colori che invadono le vie della città in occasione delle processioni: uomini sfilano vestiti con semplici tuniche bianche legate in vita da un cordone e il cappuccio calato sul volto, come di bianco sono vestiti i coristi che intonano canti religiosi tramandati oralmente, in latino e in sardo; le consorelle del Crocefisso invece portano abiti e scialli completamente neri, con un velo nero sfumato di bianco a coprire il capo, guanti bianchi e tre le mani stringono il rosario; mentre le donne della confraternita della Solitudine sono vestite completamente di nero, con il velo sul volto, e portano in mano candele bianche.

 

Lunedì dell’Angelo

A chiusura delle cerimonie quaresimali, il Lunedì di Pasqua a Cagliari si svolge una particolare processione votiva dedicata a Sant'Efisio che costituisce il prologo alla Sagra di maggio in onore del Martire Patrono della Sardegna.  Il corteo dell'Arciconfraternita del Gonfalone, accompagnata dai fedeli, s’inerpica dalla chiesa di S.Efisio fino alla Cattedrale.  Il simulacro di Sant'Efisio, scolpito da Giuseppe Antonio Lonis,  vestito con la corazza, un manto rosso e l' elmo decorato da piume di struzzo viene portato in pellegrinaggio per sciogliere un voto  per grazia concessa nel 1973 quando per intercessione del Santo le navi francesi che bombardavano Cagliari vennero portate via dal vento impetuoso e non tornarono più.

 

 Cagliari

Cagliari e' una delle città più antiche del Mediterraneo. L'origine etimologica del suo nome viene fatta derivare per alcuni dalla parola fenicia Karel (città di Dio) che nelle antiche fonti viene rilevato al plurale, Karales, ed anche Caralis, al plurale Carales. In altri documenti ha subito trasformazioni in Calaris e Calares, al plurale; mentre in epoca spagnola si e' mutato in Caller.

Cagliari è la città più grande della Sardegna. Nel suo circondario e nei paesi della sua provincia vive circa un terzo del milione e mezzo di abitanti dell’isola. Situata all’estremità meridionale della pianura del Campidano, al centro dell’ampio golfo omonimo, con importanti zone umide sia ad est sia ad ovest, Cagliari si estende lungo la costa e sui suoi nove colli calacarei, alcuni di rilevante pregio paesaggistico e naturalistico, come il Monte Urpinu, il colle di San Michele col suo castello medievale e il promontorio di Capo Sant’Elia, inserito dall’Unione Europea tra i SIC (sito d’interesse naturalistico comunitario). La città fu fondata tra il VII e il VI secolo a.C. dai fenici. Da allora è stata la porta della Sardegna e tutte le genti che sono giunte nell’isola hanno stabilito qui il centro del loro potere.

 

Monte Urpinu

Il parco di Monte Urpinu si trova alle pendici del monte omonimo. Il nome deriva da "urpi" che in lingua sarda significa "volpe". Il colle infatti venne soprannominato "Monte Volpino" perchè era conosciuto come un luogo impervio, isolato dal centro cittadino ed abitato dai lupi. Solo in seguito al graduale popolamento della zona, la flora e la fauna del "Monte volpino" si andarono modificando. Il suo penultimo proprietario, il marchese Sanjust di Teulada, gli dedicò una particolare cura e ne iniziò il rimboschimento con la coltivazione del profumato pino d'Aleppo. Nel 1939 il colle venne acquistato dal comune e sebbene nel periodo fascista fosse stato eletto "primo parco verde" della città, sino al secondo dopoguerra, fu destinato al completo abbandono. Oggi il parco di Monte Urpinu è una delle più belle isole verdi nel cuore di Cagliari. All'interno del parco si può passeggiare piacevolmente attraverso i vialetti alberati che si inerpicano sino in cima al colle, dare da mangiare ai piccioni, alle oche ed alle anatre che sguazzano chiassose nei loro laghetti o passeggiano tra il verde, oppure riposarsi sulle panchine a prendere il fresco. Non mancano i giochi per i più piccoli: altalene, scivoli, trenini e giostre ed un chioschetto per i rinfreschi. Attraverso i vialetti che fiancheggiano il colle, si arriva al Belvedere, una terrazza naturale da cui si può godere una suggestiva veduta panoramica della città che spazia dal quartiere di Castello al Castello di San Michele e, dall'altro lato, si affaccia sullo Stagno di Molentargius, le Saline, il Poetto e la Sella del Diavolo. Il colle si trova a 98 metri sopra il livello del mare.

 

Colle di San Michele

La presenza dell'uomo sul colle di San Michele risale ad un epoca molto remota, forse sin dal periodo eneolitico (2700-1800 a. C.) come dimostrano alcune mazze ritrovate in loco diversi anni orsono. In un primo periodo l'uomo trovò rifugio all'interno di piccole grotte, tra cui la cosiddetta Grotta di San Michele oramai non più identificabile a causa delle trasformazioni subite dal colle nel corso dei secoli. La presenza dei cartaginesi e dei romani è testimoniata dalle gallerie che questi popoli scavarono sui fianchi del colle per estrarre blocchi di calcare. La frequentazione cartaginese è attestata anche dall'esistenza di una cisterna che si trova poco oltre il fossato che circonda il Castello dal lato che si rivolge verso la pianura del Campidano, esattamente in corrispondenza del Cimitero San Michele. Attualmente è visibile l'imbocco che è coperto da una grata di ferro. L'interno è poco profondo ed è coperto da detriti, inoltre la poca luce che filtra dall'esterno e la situazione di degrado della struttura non permettono nemmeno di riconoscere il rivestimento impermeabilizzante della cisterna, già osservata e studiata in passato. E' l'unica cisterna risalente al periodo punico. Un'altra cisterna più grande si trova nel cortile interno del Castello e fu costruita al tempo dei pisani. Il Castello di San Michele venne edificato agli inizi del XIII secolo dai pisani, con l'intento di difendere la città, che allora sorgeva sulla Laguna di Santa Gilla, da possibili tentativi d'invasione provenienti dal Campidano. Il Castello fu costruito su un preesistente monastero vittorino dedicato all'Arcangelo Michele, da cui prese poi il nome che conserva tuttora. I pisani lo dotarono delle due torri che si innalzano in posizione nord e sud sul lato orientale. Esse furono costruite utilizzando blocchi di media pezzatura di calcare di Bonaria impostati su uno zoccolo molto inclinato realizzato con cantoni bugnati. Gli altri miglioramenti furono opera di Berengario Carròz, conte di Quirra, che ebbe il Castello in feudo, come ricompensa per l'appoggio offerto agli aragonesi nella conquista della città e che lo ribattezzò Castello di Bonvehi per la vista che si gode dal colle. Egli fortificò ulteriormente il Castello di San Michele aggiungendo alle due torri dell'originaria costruzione pisana, la terza torre sul lato sud (anche se il progetto ne prevedeva due), più alta rispetto alle altre due ma più tozza. Il Castello venne circondato da un ampio fossato, ricavato nella roccia calcarea del colle ed una volta sollevato il ponte levatoio, diventava un baluardo inespugnabile per le armi nemiche. Il Castello divenne la residenza abitativa dei discendenti dell'ammiraglio Carròz e subì la sorte della crudele dinastia. L'ultima erede della famiglia fu Violante Carròz, conosciuta come "la sanguinaria" per la sua indole malvagia e vendicativa. Si racconta che Violante, invaghitasi di Berengario Bertran, sciolse il suo vincolo matrimoniale per unirsi in segreto con l'amato. Il suo gesto venne condannato apertamente dal cappellano di corte. Il religioso, per aver osato manifestare il suo giudizio, fu sommariamente processato e condannato all'impiccagione. Il suo corpo senza vita penzolò per lungo tempo da una finestra del Castello, macabro avvertimento per chiunque avesse osato sfidare nuovamente il potente casato. Violante morì sola e amareggiata nel 1511 nel convento di San Francesco di Stampace dove si era ritirata. Le fortune del Castello vennero meno con la fine della dinastia dei Carròz. Con l'introduzione dell'artiglieria, il suo ruolo difensivo passò in secondo piano. Durante la terribile epidemia di peste che colpì la città (nel 1656) venne utilizzato come lazzaretto. Nel 1793 il Castello conobbe un ultimo momento di gloria: durante il tentativo di invasione delle milizie napoleoniche venne dotato di cannoni per difendere la città contro eventuali attacchi francesi provenienti dallo stagno di Santa Gilla. Quando Cagliari non fu più una città fortificata il Castello di San Michele perse definitivamente ogni ruolo difensivo. Nel 1895 la fortezza, insieme al colle omonimo, fu desmanializzata e ceduta al marchese Edmondo Roberti di San Tommaso (che fu per molti anni sindaco di Cagliari), che si occupò dei primi lavori di restauro del Castello, affidandoli all'architetto Dionigi Scano, ed iniziò l'opera di rimboschimento del colle. Infine il Castello, seppur per breve tempo, ospitò la Stazione Radiotelegrafica della Marina. In questi ultimi anni il Castello di San Michele è stato restaurato ed il colle è stato trasformato in un bellissimo parco verde. Al suo interno ci sono anche un ristorante ed un bar all'aperto. In cima al colle si può godere una panoramica della città che spazia dalla Sella del Diavolo, sul litorale del Poetto, sino allo stagno di Santa Gilla, verso la pianura del Campidano. Inoltre il Castello, che domina imperioso sul suo colle, è visibile da qualsiasi punto della città: sia arrivando a Cagliari dalla Statale 131 (la Carlo Felice), sia sollevando lo sguardo dalla spiaggia del Poetto. Il colle di San Michele si trova a 120 metri sopra il livello del mare.

 

Capo Sant’Elia

La leggenda racconta che un giorno i diavoli, attratti dal fascino e dalla bellezza del golfo di Cagliari se ne impadronirono, Dio mandò allora i suoi angeli prediletti guidati dall'arcangelo Michele per scacciare Lucifero e i suoi adepti, ma nella fuga quest'ultimo perse la sua sella che cadde e si pietrificò, il promontorio fu quindi chiamato sella del diavolo e il golfo tanto ambito golfo degli angeli.  La sella del diavolo e tutto il promontorio di S. Elia, visitabili tramite un sentiero che parte da Calamosca e per la precisione nei pressi dell'albergo sul mare, presentano aspetti di notevole interesse nauralistico e archeologico. La zona, di circa tre chilometri quadrati, racchiude un affascinante connubio di verde, roccia e mare, un piccolo paradiso racchiuso tra Calamosca e la sella del diavolo.

La zona è stata abituata dall'uomo fin dal VI millennio a.C. come documentano le tracce rinvenute all'interno delle grotte nascoste abitate dall'uomo fin da quell'epoca. Nel punto più elevato del promontorio (m 135 slm) esisteva un tempio punico dedicato alla dea Astarte, di cui ora non rimane più traccia. Nei dintorni è visibile invece una cisterna romana, dalla classica forma a sezione tronco-conica con un diametro di circa 5 mt, l'imboccatura è protetta da una grata metallica e a fianco ad essa è visibile il sistema di vasche e canalette costruito sulla roccia in maniera da far confluire l'acqua piovana. Poche decine di metri più a valle della cisterna romana, in direzione ovest, è presente un altra cisterna, punica, di 27 metri di lunghezza e 6 di altezza.  Nei dintorni è visibile la torre di S.Elia, la torre del Poetto (raggiungibile tramite una ripida discesa fra le roccie), il fortino della seconda guerra mondiale e i resti del monastero di S. Elia abitato dai monaci vittorini nell'XI secolo. Pare che già dal periodo pisano fosse presente nei dintorni una torre chiamata "della lanterna" e successivamente denominata torre del pouhet, ovvero del pozzetto, da cui prese poi il nome l'intera zona e il poetto stesso.  Proseguendo oltre il promontorio in direzione sud si possono ammirare le bellissime falesie sul mare color smeraldo nei dintorni della grotta dei colombi(accessibile solo via mare), e proseguendo si arriva poi fino alla spiaggetta di cala fighera, da qui un sentiero in salita riporta direttamente a Calamosca.

 

 

Cagliari – La storia - http://www.sardi.it/cagliari/it

Anche favorito dalla forma delle coste, il golfo di Cagliari fu punto di approdo per i Fenici, che cominciarono a insediarsi con fondaci nel sec. VIII, nei due siti del promontorio di S. Elia e della laguna di S. Gilla. Ma allora Cagliari non assunse la struttura di una città. La mutazione si verifica invece coi Cartaginesi che realizzano quel tessuto urbano che era mancato nei precedenti insediamenti discontinui ed occasionali. I reperti che attestano la città punica sono numerosi e provano varie funzioni, soprattutto quelle religiose con le terrecotte votive di S. Gilla e la necropoli di Tuvixeddu nel quartiere di S. Avendrace. La preferenza insediativa per le zone pianeggianti o sulle prime pendici dei colli fa ritenere che Castello non abbia avuto, durante il dominio cartaginese, la funzione di una vera e propria acropoli. Il passaggio della Sardegna (238 a.C.) dai Cartaginesi ai Romani segna un mutamento profondo nell'assetto della città. I Romani utilizzano gran parte di quello che avevano edificato i Cartaginesi, costruendo anche un complesso di abitazioni di prestigio come la villa di Tigellio, nella strada omonima, e l'anfiteatro, e trasformando il quartiere di Marina in un castrum fortificato. È con Roma che Cagliari diventa una vera e propria città, con regolari rifornimenti idrici, passeggiate, piazze e vie lastricate, magazzini per il sale e per il grano, nuove necropoli. Si ripete l'andamento urbanistico sperimentato con i Cartaginesi, che evita le pendici più erte dei colli. La città assume così un andamento allungato sulla costa, senza grande penetrazione nell'entroterra. Centro di circa ventimila abitanti, il capoluogo di oggi si riconferma porta della Sardegna quando si diffonde il cristianesimo, che vi sarebbe giunto attraverso le rotte che portavano all'Africa del nord. L'avanzata della nuova religione continua anche durante la dominazione dei Vandali e dei Bizantini e le ripetute incursioni degli Arabi, che nel 1015-16 la depredano ferocemente. L'estraneità di Bisanzio si rileva nel passaggio delle istituzioni dagli arconti o ipatos bizantini ai giudici locali, che si staccano formalmente e giuridicamente dal potere bizantino della penisola. Ma il giudicato di Cagliari non sceglie la città come sede del governo, e lo esercita invece in sedi periferiche (in particolare a S. Igia, nello stagno omonimo) per ragioni di sicurezza. La decadenza del centro urbano in questo periodo è grave ed estesa. A comprendere le possibilità fortificatorie dei colli di Cagliari è Pisa, che nel 1258 ha la meglio su Genova per il predominio nella città. La vittoria pisana trasformò radicalmente Cagliari che ebbe un assetto amministrativo e giudiziario modellato sul Comune toscano. La grande novità urbanistica fu invece rappresentata dalla realizzazione di una cerchia di mura che isolò Castello dal resto della città, facendone la sede degli uffici pubblici e la dimora dei cittadini pisani, e che rappresentò lo strumento di difesa delle attività mercantili, attivate con grande vigore. Successivamente, a difesa del porto furono circondati da mura anche il quartiere Marina e le due "appendici" di Stampace e Villanova. Il dominio pisano fu presto minacciato dalla politica temporale di Bonifacio VIII, che nel 1297 infeudò la Sardegna e la Corsica in favore di Giacomo II d'Aragona. Pisa corse ai ripari e le rinforzate mura di Castello furono dotate delle torri di S. Pancrazio e dell'Elefante, costruite rispettivamente nel 1305 e nel 1307 dall'architetto sardo Giovanni Capula. Le preoccupazioni non erano infondate. Gli Aragonesi infatti si apprestarono nel 1323 alla conquista, concentrando una flotta nel golfo di Palmas per muovere di qui all'assedio di Cagliari.
Nel 1324, il trattato stipulato fra Pisa e Aragona mette fine all'influenza pisana in Sardegna, e segna l'inizio del dominio iberico. Tre anni dopo, l'approvazione dello statuto del Coeterum sancisce la scomparsa degli ordinamenti pisani
. La nuova legislazione privilegia catalani, maiorchini e aragonesi, chiamati a ricoprire tutti gli incarichi pubblici. Sempre sul modello barcellonese Pietro IV d'Aragona introduce in Sardegna i parlamenti, che riuniscono i rappresentanti dei tre bracci o Stamenti, militare (feudatari e nobili), ecclesiastico (vescovi e alti prelati) e reale (città non infeudate e abitanti delle ville), con funzione consultiva. Se all'inizio la costituzione del Coeterum non ebbe un'applicazione discriminatoria, successivamente, con l'acuirsi della guerra fra Aragona e Arborea, le limitazioni diventarono sempre più pesanti, giungendo perfino ad escludere dal Castello i sardi. Dal 1328 uno squillo di tromba, la trompet de sarts, imponeva ogni sera l'ordine perentorio e odioso di abbandonare il quartiere. È però ragguardevole che in periodo catalano-aragonese Cagliari si sia dotata di associazioni di mestiere, i gremi. Nello stesso periodo diedero segno di vitalità la comunità israelitica, che costruì la sua sinagoga, e Villanova e Stampace, guidate da propri sindaci e consiglieri. Quando Ferdinando il Cattolico succede a Giovanni II d'Aragona nel 1479 sotto un unico trono della Castiglia e d'Aragona, la Sardegna attraversa uno dei suoi periodi più oscuri. Per tutta la durata della dominazione spagnola, continua è la lotta con il potere regio per la conquista delle cariche e degli uffici pubblici da parte dei vari ceti esclusi. Col trattato di Utrecht la Sardegna viene concessa all'Austria, che governa sino al 1717, data in cui il cardinale Alberoni, ministro di Spagna, manda a Cagliari una flotta d'occupazione. La riconquista spagnola dura sino al 2 agosto 1718: con il trattato di Londra la Sardegna è ceduta a Vittorio Amedeo II di Savoia.
Al termine della dominazione spagnola la situazione della città appare cristallizzata: le fortificazioni, per quanto rinnovate, non avevano opposto resistenza al nemico; la fame di alloggi aggiunge nuovi piani alle antiche case pisane, dato che in Castello la concentrazione del potere politico, amministrativo e religioso ha colmato tutti gli spazi. Con i Piemontesi il fenomeno più caratteristico è l'interessamento degli architetti militari ad opere civili. Amedeo Felice De Vincenti getta un ponte tra l'architettura militare e quella civile. L'ampliamento del collegio gesuitico di S. Croce nel 1735, alcuni interventi nel Palazzo Viceregio, il progetto della basilica di Bonaria, il piano per la ristrutturazione delle saline, la sistemazione della darsena e del molo di levante, sono tutti segni di una novità importante. una funzione chiusa come quella militare che concede aperture ai nuovi bisogni della società civile. Questa disponibilità del tutto inusitata si fa esplicita con un altro ingegnere in divisa: Saverio Belgrano di Famolasco, progettista dell'unitario complesso comprendente l'università, il seminario e il teatro sul bastione del Balice.
Un altro segno importante è lasciato da Giuseppe Viana, allievo del De Vincenti che sostituisce al barocco del suo maestro le linee più severe del classicismo, come nella chiesa di Sant'Anna. Né i Piemontesi trascurano le fortificazioni. La cinta bastionata di Cagliari, che ha il suo punto di forza nella linea ininterrotta dei forti di Castello, raggiunge ora la sua massima espansione. Nell'arco di tempo che va dal 1720 al 1847 e poi al 1861, con la proclamazione dell'Unità d'Italia, Cagliari conosce alcune vicende politiche che per rilevanza non hanno confronto con quelle del periodo spagnolo. Gli avvenimenti della Rivoluzione francese hanno qualche eco sugli intellettuali, ma sul popolo ha grande influenza la Chiesa, che diffonde uno spirito antifrancese e un'immagine degli avvenimenti dell'89 come unicamente irreligiosi. Così, quando si presenta nel golfo di Cagliari una flotta rivoluzionaria al comando dell'ammiraglio Truguet (è il 28 febbraio 1793) le armate francesi, sbarcate a Quartu, vengono affrontate nella piana di S.Bartolomeo dai miliziani sardi comandati da Girolamo Pitzolo, e con grande spargimento di sangue sgominate e costrette a reimbarcarsi. Gli Stamenti si fanno forti di questa vittoria popolare e chiedono al re di approvare una richiesta fondata su cinque punti. Preminente era l'annosa questione della parità dei sardi nel coprire gli uffici e le cariche pubbliche, che non trova però soluzione. Ispirata dagli Stamenti, scoppia a Cagliari una sollevazione antipiemontese, ricordata ancora oggi col nome di "Sa Die de sa Sardigna".
[1]A furor di popolo, il 7 maggio 1794, i piemontesi furono spinti verso il porto. Costretti ad imbarcarsi, vennero cacciati dall'isola. Per quanto Torino corra ai ripari con l'invio di un nuovo viceré, il marchese Vivalda, le conseguenze della sollevazione antipiemontese sono ancora molto gravi. Girolamo Pitzolo, acclamato trionfalmente dagli insorti al suo ritorno da Torino, e nominato intendente generale in un tentativo del re sabaudo di soddisfare le antiche richieste di cariche pubbliche da parte dei sardi, cade in disgrazia degli Stamenti. Condotto in carcere, viene catturato dai manifestanti e quindi ucciso. In conseguenza delle guerre di Napoleone, tre rappresentanti degli Stamenti avevano intanto incontrato a Livorno Carlo Emanuele IV re di Sardegna. Il sovrano ha firmato la resa ai Francesi 1'8 dicembre 1798, e i tre portavoce lo invitano a lasciare Torino per trasferirsi a Cagliari, dove il re sabaudo arriva con la famiglia il 3 marzo 1799. Ma già nel 1800, ritornato nella terraferma con la speranza di potersi reinsediare in Piemonte, il re esiliato (Carlo Emanuele IV) concede i pieni poteri nell'isola a Carlo Felice ed abdica a favore del fratello Vittorio Emanuele, duca d'Aosta. Negli anni successivi, e specie nel 1812, infuria in città la carestia, che induce a creare un ospizio per i poveri. Il 20 maggio 1814, a seguito del trattato di Fontainebleau, il monarca sabaudo rientra a Torino, affidando la reggenza alla moglie Maria Teresa, che un anno dopo la passa a Carlo Felice, duca del Genevese (diventerà re del Piemonte il 12 marzo del 1821, dopo l'abdicazione del fratello Vittorio Emanuele I). Nel 1847 il Consiglio generale del Comune di Cagliari chiede al re Carlo Alberto che i popoli sardi siano "compresi nella lega italica doganale" e "pareggiati ai sudditi del Continente". Si svolgono grandi manifestazioni in favore della "unione perfetta" e il sovrano firma a Genova l'atto di fusione che sancisce la fine del regime doganale separato, l'estensione alla Sardegna dei codici civili e penali degli Stati di terraferma, la soppressione della carica di viceré e della Regia Segreteria di Stato e Guerra. Un decreto reale cancellerà poi, il 30 dicembre 1860, Cagliari dal novero delle "piazze fortificate". Si apre allora una polemica sul conservare o meno la cinta bastionata. L'esito condanna le mura di Marina, Stampace e Villanova, ma conserva invece quelle di Castello, aprendo lo sviluppo urbanistico di una città che si dota (sarà la prima a farlo in Italia) di due piani regolatori redatti dall'architetto Gaetano Cima[2].

La fine dell'Ottocento e il primo ventennio di questo secolo sono dominati dalla figura del sindaco Ottone Bacaredda: con lui la città cambia volto, dotandosi di numerose opere pubbliche. Gli anni del fascismo non furono a Cagliari diversi da quelli delle altre città, con l'occupazione delle sedi dei partiti antifascisti e la caccia agli oppositori più risoluti, come Emilio Lussu, costretto all'esilio. 

Non tutto però durante il fascismo fu negativo, grazie ai meriti di un podestà illuminato come l'avvocato Enrico Endrich. Così la città fu risparmiata dal "piccone risanatore" che nel resto d'Italia sventrava i centri storici.

Nella seconda guerra mondiale, l'importanza strategica del suo porto e dell'avioscalo di Elmas negli scontri aerei e navali nel Mediterraneo, inflisse a Cagliari la tragica esperienza dei bombardamenti dal cielo, con gran numero di morti e vastissime distruzioni dell'abitato.

Per le sue sofferenze, la città martoriata meritò di essere insignita, il 19 maggio 1950, della medaglia d'oro al valor militare. Ricostruita ed accresciuta, dal 1949 Cagliari è il capoluogo della Regione Autonoma della Sardegna.

 

 

I quartieri storici della città

 Castello

Castello è la prima meta di una visita a Cagliari. E’ l'antica rocca della città, il quartiere storico ancora chiuso, in parte, dalle mura che ne facevano un baluardo. Lungo la cinta bastionata si alzano le due torri medievali in pietra bianca di S. Pancrazio e dell’ Elefante e, si aprono le porte che hanno resistito alle demolizioni ottocentesche. La passeggiata prenderà le mosse dunque dagli ingressi di S. Pancrazio (o s'Avanzada) o dalla porta dei Leoni, proseguendo per l'intrico di stradine di segno spagnolo.
Nel quartiere di Castello possiamo ammirare la Cattedrale, la cinquecentesca chiesa della Purissima in via Lamarmora e poi, nella parte bassa del quartiere, quelle di S.Maria del Sacro Monte di Pietà, di S.Croce, di S.Giuseppe. Alcune di queste, preziose per arredi e architetture, non sono accessibili per lavori di restauro ancora in corso. Un tempo centro politico, religioso e amministrativo della città, Castello è il quartiere dei palazzi: il vecchio Municipio, il Palazzo Viceregio, l'arcivescovado, sono riuniti attorno alla cattedrale; più lontani le Seziate, l'Arsenale ristrutturato in Cittadella dei Musei e, scendendo, palazzo Belgrano, sede dell'Università. Tanti i palazzi privati, segno della presenza di una nobiltà in parte tenacemente aggrappata ai luoghi della sua storia.  Rilevante il Bastione di S. Remy.

 

 

Torre di S. Pancrazio

La torre di San Pancrazio, così denominata "perchè anticamente esisteva in vicinanza una chiesuola dedicata a questo Santo" fu edificata nel 1305 dai pisani su progetto dell'architetto Giovanni Capula ed è la "gemella" dell'altra torre, progettata anch'essa dal Capula, la torre dell'Elefante. Una terza torre, la Torre del Leone, gravemente danneggiata dai cannoni inglesi, spagnoli e dall'attacco francese del 1793, venne incorporata nel Palazzo Boyl, il palazzo in stile neoclassico che si affaccia sulla Terrazza Umberto I. La torre di S. Pancrazio, che faceva parte del sistema fortificatorio pisano, fu eretta sul punto più alto del colle, a più di 130 metri sopra il livello del mare. Costruita in bianco calcare estratto dal colle di Bonaria, presenta delle sottilissime feritoie nei tre lati chiusi che hanno uno spessore di ben tre metri. Il quarto lato è aperto verso l'interno del Castello, caratteristica tipica delle torri pisane, e mostra i ballatoi in legno situati sui quattro piani della torre. Era dotata di tre portoni e due saracinesche, e protetta da una muraglia, chiamata "barbacane", e da un fossato. La torre si eleva oltre i 36 metri di altezza. L'edificio nel corso dei secoli è stato variamente utilizzato. Nel 1328 gli aragonesi ne fecero murare il lato aperto (verso piazza Indipendenza) e la adibirono ad abitazione e a magazzino. In seguito venne utilizzata come carcere. La torre di S.Pancrazio, insieme alla torre dell'Elefante, si è conservata sino ai nostri giorni in ottime condizioni. Agli inizi del 1900 sono stati eseguiti dei lavori di restauro che hanno ridato alla torre il suo aspetto originario liberandone il lato che si affaccia su piazza Indipendenza, come voleva il progetto originario. Sono stati rafforzati i ballatoi in legno, che permettono l'accesso ai vari piani da cui si può godere una splendida panoramica della città che spazia dal porto sino alla Sella del Diavolo, sul lungomare del Poetto.

 

 

Torre dell’ Elefante

La torre dell'Elefante venne edificata nel 1307 dai pisani che ne affidarono il progetto all'architetto Giovanni Capula. La torre faceva parte del sistema difensivo voluto dai pisani timorosi delle incursioni moresche quanto delle mire genovesi sulla città. I tre lati esterni della torre, traforati soltanto in corrispondenza delle sottilissime fessure delle feritoie, furono costruiti in bianco calcare del colle di Bonaria. Il quarto lato, rivolto verso il Castello, è aperto alla maniera tipica pisana e mostra quattro piani costruiti su soppalchi di legno. La costruzione era dotata di tre imponenti portoni e due saracinesche (una di esse si conserva ancora tenuta su da pesanti catene). In cima, sui mensoloni, un'impalcatura lignea serviva per la difesa dall'alto. La torre raggiunge in altezza 31 metri che diventano 35 se si considera anche il torrino, mentre dal lato di via Cammino Nuovo si eleva sino a 42 metri di altezza. Si pensa addirittura che essa sia stata edificata sui resti di alcune cisterne di epoca punica. La torre si è conservata nei secoli pressoché intatta. Essa rappresenta ancora oggi l'ingresso al Castello. Il nome non gli deriva, come si potrebbe facilmente immaginare, dalla scultura dell'elefantino, simbolo di forza e di fedeltà (di autore ignoto e sicuramente contemporanea alla torre), posta a circa 10 metri dal lato di viale Università, ma dalla Ruga Leofantis, che oggi corrisponde alla Via Stretta. Ai piedi dell'elefantino si notano ancora gli stemmi dei castellani pisani di Cagliari. Durante i secoli la torre è stata utilizzata per varie destinazioni. Intorno al 1328 gli aragonesi fecero chiudere la parte nord dell'edificio per utilizzarla a scopo abitativo e come magazzino. Gli spagnoli usavano praticarvi un macabro rituale: esponevano, dentro grate di ferro, le teste decapitate dei condannati a morte. Il capo mozzato dell'illustre marchese di Cea, accusato dell'uccisione del vicerè Camarassa, vi rimase esposta per ben 17 anni, efficace ammonimento contro ogni nuovo tentativo di insurrezione. Nel 1800 infine fu adibita a carcere per detenuti politici. Venne restaurata nel 1906 riaprendo il lato murato dagli aragonesi, riacquistando così il suo aspetto originario.

 

 

Porta dei Leoni

La Porta dei Leoni, situata sotto il Baluardo dello Sperone (Bastione di San Remy) è il punto di collegamento tra i quartieri Castello e Marina. In passato era definita “Portali de is Leonis” proprio per i due leoni affissi nella facciata.

 

 

La Cattedrale

La Cattedrale è lunga m. 35 sino al coro, larga m. 34 nei transetti e alta m. 32 nella cupola.

Costruita in forme gotico-romaniche, fu poi ridotta in forme tipiche del barocco genovese, da Domenico Spotorno, con la collaborazione di scalpellini liguri (Solario e Aprile), dal 1669 al 1702. L’arcivescovo Pietro De Vico (1657-1676) comandò i lavori di restauro. La facciata esterna è stata rifatta in forme pisano-lucchese con pietra calcare del colle di Bonaria nel 1931 dall’architetto Francesco Giarrizzo.
Gli elementi originali rimasti sono: i bracci dei transetti con i due rosoni; il portale del transetto destro; l'architrave sull'ingresso centrale, con decorazioni a foglia di acanto, la facciata interna e la torre del campanile. All'interno, ai lati del portale centrale, due pulpiti derivati da un unico ambone (1158 - 1162), opera di Maestro Guglielmo di Innsbruck, eseguito per il Duomo di Pisa, che lo donò alla Cattedrale nel 1312; la Madonna col Bambino, scultura lignea dorata, di scuola veneta, della seconda metà del XIV, e le due cappelle gotiche del transetto del XIII con il polittico dell'Annunziata, attribuito a Michele Cavaro (1517-1584), uno dei più belli esempi di pittura locale del XV. Il presbiterio è ricco di importanti pezzi di oreficeria d'argento, come la lampada pensile di Giovanni Mameli (1602), uno dei primi esempi di arte barocca locale. Sotto il presbiterio, il santuario dei Martiri o cripta dell’Arcivescovo Francesco Desquivel, scavato nella roccia, con decorazioni di stucco barocche, di tipo siciliano, risalente al 1618, una sorprendente rarità nella sua originalità. Nella sacrestia, volte a crociera del XV, di tipo aragonese. Nel Museo Capitolare, era riunito il Tesoro della Cattedrale con notevoli opere fra cui una croce processionale della fine del XV e il trittico, detto di Clemente VII, opera di Roger Van der Weiden, pittore fiammingo del XIV, che un soldato spagnolo rubò dalla camera del Papa in Vaticano durante il Sacco di Roma del 1527 e che poi lasciò qui, atterrito da una tempesta che lo aveva colto nel suo viaggio di ritorno in patria, al largo della città. Il prezioso dipinto fu, infine, donato dal papa alla Cattedrale assieme a una sacra Spina della corona di Gesù. Recentemente (1999) é stato effettuato un restauro radicale, che ha riguardato la cupola, il tetto e gli infissi, il campanile e la restituzione allo splendore originale della facciata.  L'interno della Cattedrale è a tre navate con sei cappelle laterali e un transetto piuttosto sviluppato. All'ingresso sono poste due eleganti acquasantiere seicentesche. La navata centrale presenta una visione d'insieme ricca e grandiosa, ma anche elegante per le strutture slanciate degli archi e dei pilastri di stile barocco abbastanza alleggerito, che sostituiscono le primitive otto colonne monolitiche della chiesa romanico-pisana. Il pavimento del Duomo, in tarsie marmoree policrome, è stato rifatto nel 1956 ripetendo il disegno originale del '600, essendo Arcivescovo di Cagliari mons. Paolo Botto. Il pavimento risulta attualmente innalzato rispetto alla chiesa pisana. Il presbiterio, recinto da una balaustra policroma, fu fatto costruire nel 1614 con rivestimento di marmi di Sicilia da mons. Francisco De Esquivel. Si eleva di un metro e mezzo sul piano della chiesa; al di sotto fu scavato sulla roccia il santuario dei Martiri cagliaritani. Ai piedi della gradinata del presbiterio possiamo ammirare quattro magnifici leoni, che ci riportano alla metà del sec. XII. Essi sono certamente tra i più belli ed artistici dei numerosi leoni espressi dal romantico in Italia e nell'Europa del tempo. Hanno un simbolismo molto marcato in quanto probabilmente rappresentano i quattro Vangeli e gli animali azzannati significherebbero le eresie.

 

NAVATA DESTRA

 

Gli amboni o pulpiti

Sono fra le opere più pregevoli della Cattedrale. L'artista Guglielmo col Bonanno hanno costruito anche la Torre pendente di Pisa (1174).

1158 viene commissionata l'opera.

1162 dopo 4 anni i pulpiti sono terminati e sistemati nel Duomo di Pisa..

1310 I pulpiti dopo 148 anni vengono rimossi dal Duomo di Pisa per lasciare il posto al pulpito di Giovanni Pisano (1245-1314).

1312 Sistemati a Cagliari a d. della navata centrale presso la 3/a colonna. Rimossi per la sistemazione attuale nel sec. XVII (22/11/1669).

I pulpiti hanno 8 quadri ciascuno con delle scritte scolpite

 

Il polittico

Retablo o Politico della Crocifissione di Michele  Cavaro (1517-1584)  Raffigura la crocifissione di Gesù coi ladroni, in alto la Madonna col Bambino, a destra e a sinistra (in alto) l'Annunciazione e sotto S. Girolamo e S. Matteo.

E’ dipinto a olio su tavola, e viene chiamato Polittico della Crocifissione.

In un recente passato il dipinto era stato attribuito al pittore cagliaritano Michele Cavaro.  Studi contemporanei lo pongono certamente eseguito nella sua bottega, ma prospettano l'ipotesi che il dipinto sia opera di un pittore campano, in soggiorno a Cagliari nella bottega di Stampace dei Cavaro, e che qui lo dipinse mediando la propria esperienza tardo-rinascimentale con i forti influssi catalani dell'ambiente che lo ospitava.

L'opera è divisa in sei scomparti, di cui i tre superiori rappresentano: (da sinistra a destra)

- l'Arcangelo Gabriele librato in aria con l'indice teso verso l'alto; nel fondo del pannello si apre una finestra, da cui si intravede una veduta della città;

- la Crocifissione: il Cristo sta sulla croce in atteggiamento sereno mentre i due ladroni, contorti di sbieco nella raffigurazione, manifestano differenti atteggiamenti psicologici. Nei due ladroni è riconoscibile l'influsso di Michelangelo. L'insieme della composizione ricalca moduli catalani;

- la Vergine Annunziata, inginocchiata in una camera. Nel pannello appare molto sviluppato il senso cromatico.

I tre scomparti inferiori rappresentano da sinistra a destra:

- S. Paolo con una penna nella mano destra ed un gran libro nella sinistra mentre guarda verso un demonio legato e riverso a terra;

- la Vergine Maria con il Bambino di chiaro influsso raffaellesco e con reminiscenze spagnole specie per quanto riguarda le decorazioni e gli arabeschi del panneggio;

- S. Girolamo, ritratto nell'atteggiamento di battersi il petto muscoloso, di fronte ad un Crocifisso.

Il polittico nel suo insieme è molto pregevole riuscendo a fondere armonicamente motivi coloristici e spaziali. In esso l'eclettismo stilistico fatto di interessi ancora gotici, di influssi catalani e di aspirazioni alla grande pittura italiana viene quasi trasfigurato in un particolare senso cromatico, pieno di luminosità e di pura gioia del colore. E’ l’opera di più alta qualità della pittura del ‘500 in Sardegna.

 

 

Cappella di S. Cecilia

S. Cecilia è la Patrona della Cattedrale. È una martire romana, morta nel 230 sotto Settimio Severo mentre era Papa Urbano. Al centro dell'altare un grande quadro, molto bello, fra 4 colonne di marmo rosso, dell'Angeletti. Un Angelo reca due corone, vicino lo sposo Valeriano , anche lui martire. La porticina del tabernacolo é d'argento, finemente cesellata e raffigura la Cena di Emmaus. La balaustra ha la cornice di marmo nero e le colonnine di marmo giallo provengono dalle cave di Seulo. È stata la Cappella del SS.mo Sacramento.

 

Cappella di Nostra Signora di S. Eusebio

La stata é una copia autentica dell'originale che S. Eusebio di Vercelli portò dalla Palestina nel 362. Le altre due si trovano nei Santuari di Crea nel Monferrato e in quello di Oropa, vicino a Biella. È in cedro del Libano, ha un viso bellissimo ed é alta m. 1,55. La statua fu sistemata nella cripta di S. Restituta, poi nel Duomo nell'aula capitolare e nel 1885 Mons. Berchialla la volle in questa cappella. Questo altare, ricco di marmi, ricco di marmi pregiati, fu costruito nel 1776 a spese del Decano Giovanni Maria Solinas e la statua prese il posto di un grande quadro della Madonna del Rosario.

 

Cappella di San Michele

Artisticamente é la migliore. Le quattro graziose colonne a spira di stalattiti provengono dalle cave di Seulo. A sinistra la statua del profeta Isaia e a destra quella di S. Giovanni Evangelista.

In alto una pietra di alabastro triangolare diafana lascia penetrare i raggi del sole. Fu restaurata nel 1939 coi contributi della N. D. Javotte Bocconi di Villahermosa.

 

 

TRANSETTO DESTRO
 

Cappella di S. Isidoro

Edificata nel 1683, anno della canonizzazione di S. Isidoro agricoltore. Si deve alla munificenza di Mons. Diego Fernandez de Angulo o.f.m., arcivescovo di Cagliari e Vice Re della Sardegna (1676-1683).Fra le 4 colonne a spira di marmo nero un ottimo quadro della Madonna col Bambino, ornato da un'antica cornice in legno dorato. È la Madonna degli Stamenti Sardi, chiamati anche Bracci. Qui prestavano giuramento già dal 1600 all'inizio dell'anno legislativo il nobile più titolato, il sindaco e l'Arcivescovo, in rappresentanza degli Stamenti militare, civile e religioso. Parecchie le statue:

S. Barbara di Nicomedia (festa 4 dic.)

S. Bonaventura di Bagnoreggio, francescano, filosofo, scrittore mistico, cardinale e dottore della Chiesa (festa 14 luglio).

S. Francesco d'Assisi, nato nel 1182 e morto nel 1226 a 44 anni. Fondatore dell'Ordine dei Frati minori e Patrono d'Italia con S. Caterina da Siena (festa 4 ott.).

S. Diego D'Alcalà, spagnolo, laico dei Frati minori (1400-1463).

S. Saturnino, in legno dorato, di A. Lonis di Senorbì, vissuto nel sec. XVIII.
S. Isidoro, agricoltore, situato nella sommità della cappella.

Due Angeli sostengono l'iscrizione: “Hanc aedificavit Didacus Fernandez de Angulo Arch. Calar. Sard. pro rex 1683” (sopra la porta d'ingresso all'Aula dei beneficiati).

 

Cappella aragonese o della Sacra Spina

È posteriore al 1326 e quindi successiva alla conquista del Castello dagli Aragonesi; si vede dalla pianta semiottagonale della cappella e dallo stemma aragonese (pali rossi su campo oro) nei capitelli d'imposta e nella gemma anulare della volta. Eleganti le esili colonnine agli angoli che sostengono le linee architettoniche assai slanciate. La volta é a crociera e l'apertura ogivale e di circa 2 m. più alta dell'altra cappella trecentesca del braccio nord del transetto. Bellissima e sorprendentemente elegante la bifora a sesto acuto con traforo gotico. Lo stile é gotico aragonese, espresso nello slancio verso l'alto per trovare Dio. La cappella ha accolto una S. Spina della corona di Gesù, donata al Duomo da Papa Clemente VII con breve del 23 luglio 1531, assieme al famoso Trittico quattrocentesco del pittore Van der Weyden. La S. Spina, custodita nel Tesoro museo, e il Trittico, custodito nell'aula capitolare, si espongono ogni anno nella solennità dell'Assunzione. L'altare é stato consacrato da Mons. Piovella il 1° venerdì del marzo 1939.

Nel lato sinistro della Cappella si può ammirare il bel busto quattrocentesco dell' “Ecce Homo”, di scuola spagnola, in legno dorato policromo. E nella Cappella riposano anche le spoglie mortali di Mons. Ernesto Maria Pioveva, arcivescovo di Cagliari dal 1920 al 1949, traslate dalla cappella dei Vescovi del cimitero di Bonaria il12 febbraio 1965.

 

Trittico di Clemente VII

Questo prezioso quadro, eseguito a olio su tavola, non grande per le sue dimensioni, rappresenta l'opera pittorica più prestigiosa presente in Sardegna.

Composizione e descrizione

Il Trittico viene attribuito  al pittore fiammingo quattrocentesco Rogier van der Weyden (1400 - 1464 circa), o almeno alla cerchia dei suoi discepoli, ed è di ottima qualità artistica. Nel pannello centrale è raffigurata la Pietà con la Vergine addolorata a sinistra e il Cristo incoronato di spine a destra. Nello sportello laterale sinistro è rappresentato un gruppo con S. Anna, la Madonna ed il Bambino Gesù; in quello laterale destro è raffigurata S. Margherita con il drago. I pannelli laterali manifestano indubbiamente una mano diversa da quella del pannello centrale, il più pregevole artisticamente.

Nello scomparto centrale la Vergine è bendata, secondo il costume classico dei quattrocentisti fiamminghi, con candidi lini pieghettati sopra la fronte. Fra le bende il viso pallido con gli occhi rossi dal pianto assume particolare finezza psicologica. Il Cristo, a torso nudo, manifesta un dolore più rigido. Dal suo capo coronato di spine scendono lungo le gote gocce di sangue accagliato e denso. Ci troviamo di fronte ad un'opera d'arte, in cui assistiamo ad "una rappresentazione interiorizzata del dolore, espresso con grande misura, quasi astratto, bilanciato da una attenzione ai particolari anatomici espressi con grande delicatezza" .

Le figure in tutti e tre i pannelli sono dipinte su fondo oro, sul quale è tracciato un fitto reticolo di segni bruni, che ne attenua lo splendore.

Caratterizano l'eccellente dipinto "oltre la severa religiosità e l'assoluto rigore stilistico nella ricerca di una riduzione astratta della pittura raggiunta attraverso la resa precisa del particolare (...) l'infinita minuzia dei panneggi, in un colorito ove dominano le tinte locali senza nessuna indulgenza per i riflessi luminosi e l'insolita sicurezza del disegno che marca in modo tagliente il contorno e l'interno delle forme" Il Trittico era custodito dentro una cassa collocata in un sotterraneo della Cattedrale. Ne possedevano le chiavi tre canonici diversi e la cassa non poteva essere aperta senza la loro presenza contemporanea. La tradizione di esporre l'opera d'arte alla venerazione dei fedeli per pochissime ore nella solennità dell'assunzione di Maria Vergine è stata sempre conservata fino al presente.

Il pannello centrale è largo 0,76m e alto 0,70m; gli sportelli laterali sono larghi 0,31m e alti 0,70m. Il dipinto è stato restaurato nel 1987 a cura della Sopraintendenza ai B.A.A.A.S. per le provincie di Cagliari e Oristano.

Storia

Il trittico era di proprietà del Papa Clemente VII, al secolo Giulio de'Medici, cugino e poi successore di Leone X. Egli lo aveva collocato nella sua camera da letto e lo teneva in grande venerazione e considerazione. La stima di Clemente VII ci fa intuire la straordinaria qualità del dipinto.

Durante il sacco di Roma del 1527, perpetrato dai lanzichenecchi, un certo Juan Barsena, soldato imperiale di Carlo V, lo trafugò. Fuggendo da Roma insieme ad altri soldati, in gran parte fanatici protestanti che avevano asportato tante altre preziose reliquie della città dei Papi, giunse a Cagliari perchè questi lanzi, imbarcatisi a Gaeta, incapparono in una furiosa tempesta che li costrinse ad approdare nel porto più vicino.

Fu allora che essi, forse presi da rimorso o forse sollecitati da qualche persona religiosa che viaggiava con loro, consegnarono quanto avevano rubato all'Arcivescovo di Cagliari di quel tempo, lo spagnolo mons. Girolamo di Villanova, che governò l'arcidiocesi dal 1520 al 1532.

L'arcivescovo ne avvertì il Papa, che con Breve Pontificio del 23 luglio 1531 lasciò in dono, come segno di gratitudine dopo l'avvenuta restituzione di molti oggetti trafugati, questo splendido Trittico alla Cattedrale di Cagliari, insieme ad una delle Sacre Spine della corona di nostro Signore, che era già stata concessa da Clemente VII con suo Breve del 18 marzo 1531, anno ottavo del suo pontificato.

 

 

Cappella della Madonna del Sacro Cuore

Una volta dedicata a San Saturnino questa cappella è situata a fianco della cappella trecentesca aragonese, al lato destro del presbiterio. La statua della Madonna, collocata nella nicchia centrale sopra l'altare, e la cappella nel suo insieme non hanno elementi particolarmente interessanti dal punto di vista artisctico.

 

 

Presbiterio

La grande lampada di stile barocco. È d'argento finemente lavorata a traforo con 8 colonnine, appesa ad una catena di 13 m. È opera dell'argentiere cagliaritano Giovanni Mameli e la costruì nel 1602. È alta ben 1,47 m. È dono assai prezioso dell'arcivescovo Mons. Lasso Sedeño nell'atto di partire per Maiorca. Nel piatto la scritta in latino: “Accetta, o Cecilia, la lampada che a te offre il vescovo Lasso Sedeño. È dono degno di un vescovo. La eseguì nell'anno 1602 l'argentiere Giovanni Mameli.

I leoni stilofori (sono splendidi). 1° a s. ghermisce un cerbiatto e un uomo (senza testa).2° a s. atterra un toro. 3° ha atterrato un orso che configge le unghie nel petto.
4° lotta con un drago.

La credenza in marmo. È a forma di altare e serve per deporre gli oggetti sacri durante le celebrazioni. Fino a pochi anni fa' si trovava nel lato opposto. La fece costruire il Can. Cagliaritano Pietro Sanna nel 1702. In alto un bassorilievo con l'immagine di S. Cecilia. Ha un discreto valore artistico.

 

L'altare maggiore. È l'antico, prezioso altare originario, romanico-pisano della vecchia chiesa di S. Maria. La mensa marmorea poggia su quattro colonne e al centro viene sostenuta da una colonna più robusta. Sotto la mensa nel 1644 l'arc. Mons. Bernardo De la Cabra al lato sinistro fece sistemare una cassa con le reliquie di S. Siridonio e sul lato destro quelle di altri 5 vescovi santi, S. Martino, S. Ninfo, S. Ilaro, S. Fabrizio e S. Giovenale. Le colonne furono chiuse a mattoni, eliminati nel dicembre del 1928.

Dell'altare maggiore fanno parte i grandi argenti barocchi.

7 candelabri sbalzati e cesellati, di G. Salis;

2 croci d'altare, lavorate a sbalzo e a cesello, di G. Salis;

un grande leggio con la sigla al centro;

2 enormi candelabri alti m. 2,90, usati per la prima volta nell'agosto del 1695, opera dell'argentiere sardo Giovanni Salis, che lavorò a Cagliari negli anni 1611-1629. Al centro di ogni cartella del piede le immagini di S. Cecilia, S. Lucifero e S. Efisio.

Il paliotto dell'altare mobile al centro del presbiterio é in legno dorato e proviene dalla chiesa dei SS. Lorenzo e Pancrazio di Buon Cammino.

 

Il paliotto d'argento. Ha grande valore artistico ed é opera delicata e piacevole elaborata a sbalzo e a cesello. Nella seduta capitolare del 9 agosto 1695 si decise quest'opera, che si realizzò in Spagna, grazie all'interessamento N. H. don Martino di Vidauretta. È in lamina d'argento attaccata a un pannello di legno con solidi bolloni. È diviso in due ordini con leggiadri quadri in bassorilievo raccordati da colonnine tortili delicate e avvolti da tralci, frutti e putti alati. Nel paliotto si possono notare:
Sopra: le figure di S. Lucifero in abiti pontificali, S. Cecilia mentre suona l'organo, S. Saturnino patrono di Cagliari. Sotto: Torchitorio e la moglie in preghiera davanti a S. Giorgio, S. Efisio patrono della diocesi e venerato con la sagra del 1° maggio dal 1657, S. Sebastiano martire romano curato dalla matrona Irene.

 

Tabernacolo d'argento. È collocato in questo altare dal 23 gennaio 1610. È un tabernacolo meraviglioso e di rara bellezza, dono della civica amministrazione. A forma di tempio, alto circa 2 m., presenta 3 ordini architettonici ed é sostenuto da aquile d'argento (le originali erano di legno dorato, sostituite di recente). Ha 16 nicchiette, ciascuna con una statuina, e 36 colonnine. La cupola somiglia a quella di S. Pietro a Roma ed é sormontata da una bellissima statuina di Gesù Risorto, che nel tempo di quaresima fino al sabato santo viene sostituita da una croce d'argento, conservata nel tesoro.

Il Coro. È del XVII sec., restaurato più volte ad opera del Comune. Nella parete di fronte l'artistica statua di marmo della Madonna di Monserrato, titolo che gli Aragonesi aggiunsero a tutte le chiese dedicate alla Madonna. Sotto la nicchia lo stemma dell'arciv. Pietro Vico, che restaurò la Cattedrale dando la forma attuale nel 1676. Al centro il soglio vescovile con lo stemma di Mons. D'Esquivel.

 

I due organi.

L'organo grande. È stato costruito nel 1955 dalla Ditta Vincenzo Mascioni di Cuvio (Va) ed è elettrico con consolle a 3 tastiere e pedaliera. È diviso in due corpi, il grand'organo (sin.) e l'organo espressivo (destra).

 

Piccolo organo del 1700. È un organo del 1758, di scuola napoletana. È originario della chiesa della Purissima ed è stato sistemato in Cattedrale perché la chiesa della Purissima è in ristrutturazione. Caratteristiche. Complessivamente ha 320 canne, così suddivise: Principale (45), Ottava (45), Decimaquinta (45), Decimanona (45), Ventiduesima (45), Ventiseiesima (45), Voce umana (25), Flauto in quinta (25), Tiratutti (320). La prima ottava è “ottava scavezza” cioè mancano i primi 4 semitoni. La pedaliera la compongono 9 pedali con richiamo tastiera. Dopo il restauro, fatto dalla Ditta Palmas di Segariu, l'alimentazione avviene con elettroventilatore, ma originariamente era prodotta dai due mantici cuneiformi. La trasmissione meccanica è sospesa.

 

TRANSETTO SINISTRO

Cappella del Crocifisso

È stata costruita nel 1787 a spese del Can. Giuseppe Chiappe. Le pareti sono rivestite di marmo nero venato e abbellisce la cappella il suggestivo Crocifisso di legno del XVI sec. Le 2 statue sono di S. Sebastiano (sin.) e di S. Rocco, patrono dei pellegrini e degli appestati (destra).

 

Cappella Pisana o del Sacro Cuore

Questa bella cappella pisana attualmente funge da Cappella del SS. Sacramento. Risale ai primi anni del 1300 ed é di stile gotico-pisano. Ha la pianta quadrata e la volta a crociera, le cui costole poggiano su eleganti colonnette pensili con ai peducci i simboli degli evangelisti. Interessante é la bifora di una finezza squisita, con la colonnina centrale in prezioso marmo bianco, sormontato a mo' di capitello da una immagine bifronte. Sotto la mensa un frammento di leggio d'ambone del 1200 di Guido di Como. La bella cappella è stata ristrutturata nel 1933 con un bellissimo altare in pietra calcarea gialla su disegno dell'arch. Angelo Vicario. Le spese furono sostenute dai coniugi don Enrico Loy-Isola e donna Maria Licheri in memoria della loro figlia Eulalia. La tela al centro raffigurante il S. Cuore di Gesù, del XVIII sec. e aggraziato da una cornice in legno dorato, proviene dal monastero delle monache cappuccine di Cagliari, dono di Mons. Piovella. Gesù é ben raffigurato, regge con le mani morbidissime un cuore fiammeggiante, sormontato da una croce.

 

Mausoleo di Martino D'Aragona il Giovane

L'altare di S. Cecilia è il più caro affettivamente, quello di S. Michele il migliore da un punto di vista artistico e quello di S. Barbara il più pregiato, questo è il più ampolloso e il più ricercato.

È a forma di arazzo ed è esuberante per fasto, marmi, statue, iscrizioni e grandiosità. Si ispira allo stile barocco ligure-piemontese. È il mausoleo di Martino di Aragona, Infante di Spagna, morto durante la conquista della Sardegna nel 1409. Martino divenne re di Sicilia, dopo aver sposato nel 1391 Maria, figlia di Federico III, detto il “Semplice”. L'artista è il genovese Giulio Aprile, coadiuvato dai fratelli, che lo lavorarono a Genova nel 1676, 267 anni dopo la morte di Martino, e comprende 50 pezzi, che arrivarono a Cagliari in 20 grosse casse per il montaggio e l'inaugurazione avvenuta nel 1680. La salma di Martino vi fu collocata solo nel 1689. Erroneamente si è sempre creduto che le spoglie mortali con la fine della dominazione aragonese e spagnola fossero traslate in Spagna, invece mercoledì 16 novembre 2005, smontando il sepolcro per la ristrutturazione si sono scoperti i resti mortali di Martino, racchiusi in un involucro di velluto rosso, ricamato in oro. E' stata una scoperta sensazionale.

Il mausoleo ha tre ordini:

1° ordine (in basso). Si vedono 4 statue di guerrieri e al centro due angeli che sostengono uno scudo.

2° ordine (al centro). Troneggia lo stemma dei re d'Aragona e l'iscrizione con la data di morte di Martino, “Martino re di Aragona, morto nel 1409”.

3° ordine. Al centro l'urna di Martino su due leoni e sopra la statua del giovane re in ginocchio con la corona e lo scettro ai piedi. Sopra la lo scheletro della morte con la corona nella testa e la falce in mano. Ai lati dentro le due nicchie le statue della Giustizia (a sinistra) e della Fede (a destra). Lo Spano dice che i due angioletti piangenti hanno una espressione meravigliosa.

Martino il Giovane è legato alla Battaglia di Sanluri del 1 luglio 1409 contro il Giudicato di Arborea, sostenuto dai Genovesi. Riportò completa vittoria e rimase famoso per la ferocia dei soldati che massacrarono un numero enorme di gente e saccheggiarono l'intero paese. Ancora oggi il teatro della battaglia si chiama “S'occidrosciu”.

 

 

NAVATA SINISTRA

 

Cappella della SS. Vergine della Mercede

È tutta in marmo, fatta erigere a spese dell'Arcivescovo Carignena, dell'Ordine della Mercede fondato da S. Pietro Nolasco e Giacomo I d'Aragona nel 1218, seppellito sotto l'altare (cosa singolare e rara) con due angioletti nudi (insolito). Nella nicchia la statuina della Madonna del Pilar e al centro il grande quadro della Madonna della Mercede che che raccoglie col manto i Santi del suo Ordine. Nel frontespizio la scritta “Consol. Aflict.” E in mezzo alla cornice “Redentrix Captivorun”. Sono in teressanti le due colonne cocleate (a spirale) di marmo nero. Sopra al lato destro c'era una finestra, che serviva al Vicerè per assistere alle celebrazioni della cappella dalla tribuna, solitamente riservata all'Arcivescovo per assistere privatamente ai riti, come quella di S. Michele era riservata al Vicerè.

A sin. la tomba di Mons. Paolo Maria Serci di Nuraminis, Arc. di Cagliari dal 1893 al 1900. La lastra di marmo reca questa lunga iscrizione: “sia scolpita nel marmo - come È scolpita nel cuore dei cagliaritani - la memoria dei solenni festeggiamenti - benedetti da leone xiii - e coronati da regale munificenza - che clero e popolo - celebrava il 4 febbraio 1897 - nella ricorrenza del xxv anno della consacrazione - dell'arcivescovo - paolo maria serci - nome veneratissimo e caro - presso ogni ordine di cittadini - di ogliastra di arborea e di cagliari - dove l'esimio presule -specchio di operosita' e sapienza -nei cinque lustri del suo apostolato - trasse in alto i cuori - tenendo in dolce amplesso scienza e fede - religione e civilta' - il rev.mo capitolo - - i parroci - dell'archidiocesi cagliaritana -interpreti del comune voto - questo monumento - pp - iv maggio mdcccxcviii - l.b. (luigi biginelli, canonico teologo di torino).

A destra la tomba di Luigi Amat di Sorso (1744-13/2/1807), che fino al 1934 si trovava nell'attuale Cappella del S. Cuore, opera dello scultore di Palermo Federico Siracusa.

 

Cappella di S. Barbara

Vergine e martire di Nicomedia, subì il martirio per opera del padre pagano nel 306. Al centro la bellissimoa pittura della Santa, attribuita al Carracci, non sappiamo però se ad Agostino, Annibale o Ludovico, famosi pittori di Bologna di fine 1600. S. Barbara é patrona del genio, dei minatori e dell'artiglieria, e la Cappella é stata restaurata da spese degli Ufficiali Artiglieri.

È stata costruita dall'Arciv. Giovanni Giuseppe Raulo Costantino Falletti (1726-1748) che governò la Diocesi per 22 anni.

A sin. il monumento a Gerolamo Falletti, vicerè della Sardegna dal 1731 al 1735, a destra quello dell'arcivescovo Raulo Costanzo Felletti, fatto costruire da lui stesso nel 1736 (... depositum cinerum sibi parabat anno MDCCXXXVI).

 

Cappella del Battistero

Su disegno dell'arch. Angelo Vicario i lavori in marmo bianco furono realizzati dal marmista scultore Cucchiari nel 1824. Interessante e gradevole il vascone marmoreo del sec. XVII con perfette sculture di ghirlande tra due angeli. Serviva per conservare l'acqua benedetta.

 

Santuario dei Martiri

Il Santuario, che comprende l'area sottostante il presbiterio e il coro della Cattedrale, è scavato interamente sulla viva roccia. Mons. De Esquivel, Arcivescovo di Cagliari dal 1605 al 1624, ha lasciato sicuramente un'impronta indelebile nella storia plurisecolare della Primaziale soprattutto per la sua grande generosità e l'indomabile volontà dimostrata nel far erigere questa magnifica chiesa sotterranea allo scopo di onorare le spoglie dei Martiri cagliaritani.

Giovanni Spano (1803-1878), canonico del Capitolo e senatore del Regno d'Italia dal 1871, afferma: «Il Santuario di Cagliari è una delle opere più meravigliose che si conoscano in questo genere. Si può dire di meritare un viaggio espressamente per visitarlo (...). Entrando in questo magnifico Tempio non può far a meno che uno non sia compreso di spirito religioso, e di esclamare "Vere Domus Dei est hic, et porta Coeli!"».

Il Santuario, in cui lavorarono scultori siciliani per i marmi policromi e i migliori muratori della città di Cagliari per il taglio delle pietre e per la decorazione, fu inaugurato il 27 novembre 1618, dopo una solenne e sfarzosa processione con le reliquie dei Martiri, alla presenza delle autorità religiose e civili e con la partecipazione festante di tutto il popolo cristiano. Recentemente, dal settembre del 1995 al 2000, sono stati eseguiti dei restauri, che hanno interessato il pavimento e le pareti della cappella di S. Lucifero e la sistemazione delle altre due, su progetto degli Ingegneri Prof. Antonio Dessì e Prof. Serafino Casu, che ne hanno anche diretto i lavori, eseguiti dalla Impresa RDM rappresentata dal Geom. Alberto Piras. I lavori di restauro sono stati finanziati dal Comune di Cagliari.

 

Vestibolo del Santuario

Le due scale di marmo, attraverso le quali si scende nel Santuario, si ricongiungono in un pianerottolo, al centro del quale è posto il mausoleo di mons. Francisco De Esquivel e la tomba degli arcivescovi di Cagliari.

Il mausoleo del prelato, di buona esecuzione, presenta l'Arcivescovo in paramenti pontificali, con l'anello vescovile in entrambe le mani, mentre giace ai piedi di una nicchia sullo sfondo della quale è collocata una bella tela, dipinta a olio, di scuola spagnola del secolo XVII. La tela raffigura Gesù Crocifisso attorniato da una schiera di martiri in abiti diversi. Ai lati vi sono quattro cherubini alati.

Due lapidi, ai lati del sarcofago, ricordano i due principali avvenimenti religiosi di quel periodo storico:

  • (lapide a destra) - l'erezione e la consacrazione dei Santuario, avvenuta l'undici novembre 1618, per onorare e venerare le reliquie dei Santi Martiri cagliaritani, per volontà di mons. Francesco De Esquivel nel 13° anno del suo episcopato. «D. O. M. Paulo V Pont. Max. Philippo III Hispaniarum et Sardiniae Rege potentissimo D. D. Franciscus De Esquivel Arch.pus Kalar. Primis Sardiniae et Corsicae hoc tam pium magnificum ac liberaleopus ad Reliquias Sanctorum Kalaribus a se inventas honorifice condendas in perpetuum religionis ac pietatis sive erga Deum , erga Divos et Ecclesiam suam Kalaritanam monumentum, suis sumptibus erexit, promovit felicius, complevit felicissime, ann. Posto Christum natum 1618. Praesulayus sui 13. MDCXVIII».
  • (lapide a sinistra) - la traslazione delle reliquie dei Santi Martiri dalle chiese di S. Saturnino e di S. Lucifero nella chiesa Primaziale. L'iscrizione conclude affermando che l'Arcivescovo, desiderando rimanere vicino ai suoi patroni, fece costruire per sé e per i suoi un sepolcro nel vestibolo del Santuario. La traslazione delle reliquie avvenne il 27 novembre 1618.

Interno della Cripta

Il Santuario è opera «di incomparabile bellezza per i delicatissimi lavori di scalpello, per la straordinaria abbondanza di marmi, per la notevolissima varietà di rosoni, per le molte nicchiette, contenenti, appunto, le reliquie dei Santi Martiri» (M. Delogu, Il Duomo di Cagliari, Fossataro, Cagliari, 1966, p. 107). Pietro Martini, storico cagliaritano (l800-1866), ne parla come di un illustre monumento «prezioso per la ricchezza degli svariati marmi, degli argenti e degli arredi sacri, e con ragione stimato uno dei migliori monumenti religiosi della Sardegna» (P. Martini, Storia ecclesiastica della Sardegna, v. II, Cagliari 1980, pp. 349-350).

All'interno, la volta a botte ribassata della cappella centrale e le volte delle due cappelle laterali furono scolpite con fantasiosa varietà ed esuberante decorazione, composta da ben 584 rosoni con imitazione di foglie di acanto, di rosa, di vite, di fico e anche di qualche motivo non floreale.

I 584 rosoni, scolpiti sulla roccia, sono intercalati dal ritmico ripetersi del tema decorativo della punta di diamante e sono tutti diversi l'uno dall'altro quasi a significare la ricchezza e la varietà della santità cristiana. Infatti, il can. Spano intravede nella volta dell'ambiente centrale del Santuario una chiara allusione al Paradiso (A. Saiu Deidda, Una nuova lettura del Santuario dei Martiri del Duomo cagliaritano sulla base di alcune osservazioni di Giovanni Spano, in Studi Sardi XXV, Sassari 1981, pp. 106-107).

Il Santuario consta di una scala di accesso e di tre cappelle, così suddivise:

Cappella centrale o della Madonna dei Martiri

Cappella laterale destra o di S. Lucifero

Cappella laterale sinistra o di S. Saturnino

Nelle pareti sono sistemate delle «nicchie» contenenti le ossa, che si ritennero dei martiri del cristianesimo primitivo, quando ai primi del '600 vennero scoperte le aree catacombali esistenti attorno alla Basilica di San Saturnino, alla chiesa di S. Lucifero e altre chiese della città. Contrariamente a quanto scritto dallo Spano (Guida del Duomo, pag. 37 nota 3) non sono scavate nella roccia, ma si tratta di urne in calcare forte di Bonaria a forma di tozzi parallelepipedi di circa 25x35x50 (e non di 100x50 come ha scritto lo Spano), chiuse con lastre di roccia di circa 7 cm di spessore, sigillate con stucco e inchiavardate con grappe di ferro fissate con piombo fuso.

Il problema della autenticità di queste reliquie dei Martiri, dichiarata in un periodo in cui il primato sulla Sardegna della chiesa di Cagliari era conteso da quella di Sassari, non é ancora chiarito completamente anche se le più recenti ricerche archeologiche e i confronti epigrafici portano nuovi argomenti a favore dell'interpretazione data da mons. Francisco De Esquivel.

Le nicchiette (o piccole arche) in marmo policromo sono 179 disposte, su due ordini, nelle pareti delle tre cappelle e precisamente:

66 nella cappella centrale;

80 nella cappella di S. Lucifero; 

33 nella cappella di S. Saturnino.

Sopra ogni nicchietta é rappresentata la figura in marmo del santo con il relativo nome ed i simboli del martirio, incisi in rosso con una pastina di gesso e carminio: lavoro, certamente ingegnoso, impegnativo e costoso! Dai più recenti studi queste le novità: la dimensione delle nicchiette, i rosoni realizzati a stucco in modo da imitare perfettamente la roccia, la muratura perimetrale non ha funzione portante.

 

Cappella Centrale o della Madonna dei Martiri

Pendono dalla volta cinque lampade d'argento, di cui quattro con piatto e quella centrale lavorata finemente a sbalzo e a cesello. Quest'ultima ha il motivo decorativo con foglie e volute. É uno dei rari esempi, insieme alla grande lampada del Mameli dell'altare maggiore della chiesa Cattedrale, di lavori locali di gusto prettamente barocco nella prima metà del sec. XVII.

Sopra le due porte laterali della cappella possiamo leggere in due lapidi le risposte di plauso, date dal Papa Paolo V nel 1618 in latino e dal re di Spagna Filippo III nel 1619 in spagnolo, alla comunicazione di mons. De Esquivel sul ritrovamento delle reliquie dei Martiri.

 

L'altare

L'altare maggiore del Santuario é in marmo finissimo e venne consacrato dall'Arcivescovo De Esquivel il giorno 11 novembre 1618. Sopra l'altare si ammira una grande statua policroma della Madonna, che porta in braccio Gesù Bambino. E la bella statua in marmo di «S. Maria ad Martyres», alla quale é dedicata questa cappella centrale. Ai lati sono aperte due piccole nicchie con i simulacri, di ottima fattura, di S. Giuseppe a destra, e di S. Anna a sinistra. Sotto l'altare é stata scavata un'ampia tomba, che racchiude le ossa dei martiri di cui non si conosceva il nome, con l'iscrizione:

SANCTI INNUMERABILES

In questa cappella sono sistemate 66 nicchiette contenenti le reliquie dei Santi Martiri, disposte dentro le urne.  Sul muro frontale sono ricavate due finestre quadrate, dalle quali entrano i raggi del sole per dare luce alla cripta, che pur essendo interamente scavata nella roccia, é abbastanza luminosa. Infatti le finestre prendono luce dalla parte di oriente.

 

Cappella S. Lucifero

In questa cappella, a destra di chi entra nel Santuario, possiamo contare 80 nicchiette con le reliquie dei Martiri, disposte attorno all'altare del santo Vescovo di Cagliari.

Lucifero fu combattivo campione della lotta antiariana; ricevuto l'incarico da Papa Liberio di recarsi al Concilio di Milano (355) si oppose energicamente insieme al cagliaritano S. Eusebio, vescovo di Vercelli, alla condanna di S. Atanasio di Alessandria da parte dell'imperatore Costanzo e dei vescovi arianeggianti. Fu esiliato e al ritorno dall'Oriente nella sede di Cagliari si mostrò intransigente nel riaccettare nella comunione della Chiesa i vescovi che avevano favorito l'arianesimo.

 

L'altare

Sotto la mensa dell'altare è collocata l'urna, nella quale riposano le ossa del santo. Nel dicembre del 1995 l'arcivescovo Mons. Alberti ha effettuato una ricognizione canonica ed é stato ritrovato un sacchetto di broccato contenente delle ossa. Al di sopra dell'urna in una grande nicchia è posta la statua dell'Arcivescovo in abiti pontificali. La statua è di buona esecuzione e presenta addirittura tre anelli episcopali nella mano sinistra: uno nel pollice, l'altro nel medio ed il terzo nell'anulare. Nella facciata dell'urna sono riportati agli angoli gli emblemi pastorali del presule cagliaritano.

L'iscrizione latina, che si può leggere sulla lastra sovrastante l'altare, afferma che le reliquie del santo furono ritrovate il 21 giugno 1623 e traslate il 20 maggio 1626. La statua del santo, invece, venne eseguita in un secondo tempo durante il governo pastorale di Fra Ambrogio Machin, che ne sostenne le spese e fu vivace assertore della santità dell'Arcivescovo nella sua opera «Defensio Sanctitatis Beati Luciferi».

Sopra la porta di ingresso, nella parte interna, c'è affissa l'iscrizione originale, che si trovò nella tomba del santo ed il pezzo di marmo a triangolo, che fu rinvenuto sopra il petto dello stesso Lucifero con le lettere:

S. LUCIFERUS EPP.

 

Monumento a Giuseppa Maria Luigia di Savoia

Di fronte all'altare di S. Lucifero è collocato il mausoleo, in marmo bianco, in memoria della regina di Francia Giuseppa Maria Luigia di Savoia, moglie del conte di Provenza e deceduta a Londra prima che questi salisse al trono di Francia con il nome di Luigi XVIII.

La regina, dunque, morì a Londra il 12 novembre 1810 e la sua salma venne trasportata a Cagliari nel 1811 per volontà della defunta e su interessamento del fratello Vittorio Emanuele I, mentre l'altro fratello Carlo Felice fece costruire per lei il monumento commissionandolo allo scultore sassarese Andrea Galassi, allora residente a Roma.

Il Galassi, discepolo del Canova, fu il maggiore esponente sardo della scultura neoclassica ed eseguì questa delicata opera artistica a Roma nel 1830. Completa il monumento uno stupendo genio, che piega il braccio destro sull'urna.

Un sarcofago antico è stato murato sulla parete, dietro il mausoleo della regina. Sul sarcofago si può notare in bassorilievo un personaggio recante in mano un libro nella parte inferiore ed in quella superiore alcune scene letterarie di gran pregio.

Dentro questo sarcofago furono poi tumulate le reliquie di S. Antioco, sacerdote e martire, come afferma l'iscrizione latina: «Memoriae Antiochi presbyteri» (Alla memoria del presbitero Antioco). Nella ricognizione canonica del 1995 furono rinvenute delle ossa avvolte in semplice carta.

 

Cappella S. Saturnino

Ritornati nella navata centrale, alla sinistra di chi entra nel Santuario, troviamo la porta di accesso alla cappella dedicata a S. Saturnino, giovane martire cagliaritano e patrono della città. Fu edificata per ultimo verso il 1620.

Sull'altare possiamo ammirare un bellissimo sarcofago romano risalente al secondo secolo, che fu ritrovato nel XVII secolo nell'antica Basilica di S. Saturnino con le reliquie del santo.

È probabile che contenesse le spoglie di qualche personaggio ragguardevole di epoca romana dal fatto che vi sono raffigurati in bassorilievo dei genietti, che portano strumenti musicali ed accompagnano un sacrificio pagano. Dalla iscrizione latina si può rilevare che l'Arcivescovo De Esquivel si incaricò di far trasportare il sarcofago dalla Basilica di S. Saturnino all'attuale cappella.

Al centro dell'altare, dentro una nicchia sostenuta da due cariatidi, è racchiusa la statua in marmo del santo, di modesto valore artistico. All'incrocio dei costoloni nella volta è interessante la gemma anulare, che raffigura San Saturnino e la chiesa a lui dedicata, così come era nel XVII secolo, con i due bracci attualmente mancanti.

Nella cappella, più piccola delle altre due, ma ugualmente rivestita di marmi finissimi, si trovano 33 nicchiette scavate nella viva roccia con i bassorilievi rappresentanti i martiri e il loro genere di martirio.

 

I Sarcofagi

Oltre al sarcofago dell'altare sono presenti nella cappella altri due sarcofagi antichi:

il primo è collocato sopra la porta di ingresso, al lato interno. Esso presenta un medaglione sostenuto da due geni con la raffigurazione di un personaggio togato in bassorilievo. Più sotto si vedono due pantere accovacciate. Dentro questo sarcofago sono racchiuse le reliquie di l0 Santi Martiri.

Il secondo è collocato sulla parete dietro il monumento dedicato a Carlo Emanuele di Savoia. Presenta ugualmente un medaglione sostenuto da due geni ed un oratore con un volume sulla mano sinistra. Sono ancora raffigurate diverse altre scene.

Nel sarcofago sono contenute le ossa di altri nove Santi Martiri.

 

Tomba di Carlo Emanuele di Savoia

Il monumento, in fondo alla cappella, è dedicato al principe di Savoia Carlo Emanuele, unico figlio maschio di Maria Teresa d'Austria e di Vittorio Emanuele I, re di Sardegna, salito al trono nel 1802 in seguito all'abdicazione del fratello Carlo Emanuele lV.

Il monumento si compone di un'urna quadrilatera lavorata con differenti marmi sardi. L'opera, di modesto pregio artistico, fu realizzata nel 1799 dallo scultore sassarese Fra Antonio Cano, minore conventuale. L'iscrizione scolpita sulla lapide dell'urna è la seguente:

D.O.M.
A Carlo Emanuele di Savoia,
Principe di meravigliosa indole
e fanciullo di grandi speranze.
Vittorio Emanuele, duca d'Aosta e M. Teresa,
arciduchessa d'Austria, suoi genitori, posero,
contro i loro desideri, al dolcissimo figlio
dato alla luce il 3 novembre 1796.
Volò al cielo il 9 agosto 1799.

 

Il principino Carlo Emanuele, quindi, mori a Cagliari prima ancora di aver compiuto i tre anni, colpito dal vaiolo.

 

 

Il tesoro del Duomo

Passando da una porta, in fondo a sinistra della Sagrestia dei Beneficiati e attraversando un corridoio illuminato da una grande vetrata, si arriva all’atrio delle scale o dell’ascensore, che portano al 2° piano, dov’è l’ingresso alle sale del Tesoro del Duomo di Cagliari.

In gran parte gli oggetti custoditi nel Museo furono elargiti dagli Arcivescovi di Cagliari, che erano soliti fare dei «regali» alla Cattedrale donando i dipinti e gli oggetti preziosi di loro proprietà. Anche i Canonici si distinsero in queste donazioni alla propria Chiesa Cattedrale.

Il nuovo Museo (o Tesoro) è costituito da quattro eleganti sale di esposizione. e l’inaugurazione è avvenuta il 28 maggio 2004 ad opera di S. E. Mons. Giuseppe Mani, arcivescovo di Cagliari.

 Il Tesoro del Duomo custodisce oggetti preziosi di gran valore religioso, storico ed artistico, degni di ben figurare nelle grandi città italiane ed estere.

 

 

Chiesa della Purissima

La chiesa venne probabilmente costruita dopo il 1554, quando la nobildonna Gerolama Rams Dessena, che insieme ad altre figlie della nobiltà cagliaritana si era dedicata alla vita monastica, fece edificare l'adiacente monastero di clausura.  Il prospetto sulla via Lamarmora appare anonimo, trattandosi di una semplice parete priva di ornamenti. L'ingresso è sulla strada chiuso da un cancello in ferro battuto aggiunto durante i restauri del 1903-4; oltre il cancello un piccolo atrio, voltato a botte, sul quale si apre il portale di ingresso, architravato e con lunetta ogivale sulla quale insiste un arco a sesto acuto poggiante su capitelli traforati. Al di sopra lo stemma nobiliare della famiglia Brondo.  L'interno della chiesa è tutt'altro che anonimo ed anzi si distingue per l'eleganza formale con la quale i costruttori seguirono i precetti dell'architettura gotico-catalana.  La chiesa della Purissima ha navata unica divisa da un arco a sesto acuto in due campate voltate a crociera con gemma pendula al centro. Raccordato mediante un arco a sesto acuto, il presbiterio, di dimensioni ridotte rispetto all'aula, presenta una bella volta stellare, con nervature e gemme pendule e peducci istoriati. Analoga copertura a volta stellare presentano le sei cappelle che si aprono su entrambi i lati in corrispondenza della prime due campate. La chiesa è illuminata da bifore che si aprono sulle pareti laterali e da oculi nelle cappelle laterali. Due tribune del monastero, attualmente chiuse, si aprono sempre sulle pareti laterali.  La chiesa rimase in uso fino al 1867 quando il monastero venne soppresso e acquisito dallo Stato che in seguito lo adibì a scuola. Chiuso il monastero, disperse le monache, anche la chiesa venne abbandonata e chiusa al culto. Solo nel 1903-4, in occasione del cinquantenario della proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione la chiese venne scelta per le celebrazioni solenni e restaurata. Caduta nuovamente nell'oblio la chiesa venne, nel 1933, assegnata alla congregazione delle "Ancelle della Sacra Famiglia" che tutt'ora la custodisce.

 

 

S. Maria del Sacro Monte di Pietà

La chiesa del Santo Monte di Pietà costituisce un bell'esempio dello stile Plateresco (fusione di stilemi gotici con elementi di ispirazione rinascimentale) che si sviluppò tra la fine del XVI secolo e l'inizio del XVII. Questa fusione di linguaggi, risultante dalla simultanea presenza della tradizione catalana e dei nuovi influssi provenienti dalla penisola italiana, è ben documentata da un congruo numero di opere architettoniche (oltre che pittoriche) e costituisce un momento artistico assai originale.
La pianta è di ispirazione gotico-catalana: l'unica navata è composta da due campate separate da un'arcata trasversale a sesto acuto e ricoperte da volte a crociera costolonate e gemma pendula. Un arco trionfale separa l'aula dal presbiterio a pianta quadrata con volta stellare. D'ispirazione classica sono i mutuli che percorrono l'arco incastrato sul fondo del presbiterio, i capitelli dorici sui quali poggiano le nervature della volta, il coro, di successiva costruzione, annesso al presbiterio e coperto da cupola ottagonale sottolineata, all'imposta, da una cornice, sull'esempio della Cappella del Rosario nel San Domenico di Cagliari. Di disegno rinascimentale era anche la cappella destra a pianta rettangolare e volta a botte.  La facciata, una semplice parete, è caratterizzata da un finestrone centinato a semicerchio (aperto nell'800) e da un portale architravato sormontato da un arco di scarico a sesto acuto.
La costruzione dell'edificio è ascrivibile ad un lasso di tempo compreso tra il settimo e l'ottavo decennio del '500. Un documento d'archivio datato 1571, relativo al completamento del cap d'altar della chiesa, denuncia lo stato avanzato della costruzione. I capitoli del contratto di commissione precisano, inoltre, che i picapedres Gaspare e Pietro Barrai devono costruirlo in maniera identica a quello della chiesa di Santa Lucia, del 1539, edificata nello stesso quartiere. Entrambi i vani presbiteriali, infatti, sono coperti con volta stellare a liernes e tiercerons con cinque gemme decorate nell'incavo e incorniciate da motivi fitomorfi.  Il Fara nella sua "De corographia Sardiniae" (1580), ricorda l'edificio come: "templum Pietatis, sodalitium Confraternitatis confalonis dictae".  Nelle pagine dedicate alla chiesa del Santo Monte di Pietà, il canonico Spano, riporta il 1530 come data di creazione dell'omonima confraternita, che venne confermata nel 1551, anno in cui fu aggregata all'Arciconfraternita di San Giovanni Battista decollato ovvero della Misericordia di Roma. La confraternita era preposta all'assistenza dei condannati ed era la più antica di Cagliari.  Nel 1822 la chiesa ospitò il corpo di San Lucifero, ritrovato nel 1766 nelle catacombe romane di Sant' Agnese. Da qui venne trasportato nella chiesa di San Giuseppe nel 1866, anno in cui la chiesa venne trasformata ed adibita a seconda sede della Corte d'Assise.  Per lungo tempo l'edificio divenne refettorio e dormitorio della Piccola Casa della Provvidenza, fu persino deposito per il servizio di nettezza urbana oltre che, nel 1969, palestra del Centro Universitario. Attualmente, dopo un ottimo restauro, è un centro polivalente che ospita interessanti manifestazioni culturali
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S.Croce

La chiesa è a navata unica con tre cappelle per lato, ciascuna delle quali coperta da volta a botte. Le pareti sono scandite da paraste rudentate con capitello composito e inquadrano a coppie le cappelle sormontate da un arco a pieno centro. Il capitello delle paraste poggia su una cornice fortemente aggettante che corre lungo il perimetro della chiesa. Il presbiterio mostra all'interno un'abside aggiunta il secolo scorso dall'ingegnere piemontese Ribotti, insieme al nuovo altare e alla nuova pavimentazione. L'imposta della originaria abside, quadrata secondo il modello gesuitico, è ancora visibile. La facciata è costituita da due ordini separati da un'alta fascia che prosegue sui due prospetti laterali. Nell’ordine inferiore il portale si apre alla sommità di una breve scalinata, sormontato da un timpano curvilineo spezzato al centro del quale è lo stemma dei Brondo. L'ordine superiore, inquadrato da due coppie di lesene doriche, si divide in cinque specchi. Nel fastigio, che oltrepassa in altezza la navata centrale, è presente un'apertura rettangolare che mostra il cielo. Questo particolare, di forte valenza simbolica, richiama esempi in tutto il meridione d'Italia, in particolare nel barocco pugliese e siciliano. Il coronamento curvilineo è realizzato tramite due piatte volute affrontate che si ripiegano in graziosi girali. Le volute di raccordo sono, invece, meno elaborate e si concludono con due elementi verticali a dado, sormontati da sfera e guglia, che richiamano l’ordine a fiamma, legato alla cultura controriformistica. La chiesa è provvista di due campanili, uno a vela parallelo alla facciata ma in posizione arretrata, l'altro a torre con canna quadrata e cupolino in prossimità del presbiterio. L'assenza della cupola è consueta nelle prime fasi dell’edilizia gesuitica.  La chiesa di Santa Croce fu edificata intorno al 1661. La data risulta da una lapide murata nel prospetto che ricorda inoltre il nome della benefattrice Donna Anna Brondo dei Marchesi di Villacidro, i cui lasciti vennero utilizzati per la costruzione della chiesa, che sorge sull’antica Sinagoga, abbandonata dagli Ebrei nel 1492. Nel 1563 l'Arcivescovo Mons. Antonio Parragues de Castillejo chiese al Laynez l'assegnazione di almeno due Padri predicatori; i Gesuiti infatti, già presenti a Sassari, mancavano nella città di Cagliari. Nel 1564 vennero inviati dieci Gesuiti, che presero possesso del Collegio formato da modeste abitazioni prospicienti la chiesa. Sarà Giandomenico de Verdina, Gesuita ticinese allievo del Tristano, ad adattare e trasformare le casette per renderle più consone all’ insediamento della Compagnia. È verosimile che non sulle rovine, come sostiene lo Spano, ma bensì all'interno della stessa Sinagoga, consacrata alla Santa Croce, avessero iniziato ad officiare i Gesuiti. Infatti in un atto datato 1565, e rogato dal notaio Bartolomeo Carnicer, segretario del Consiglio, si parla di una chiesa che risultava "plurimis abhic annis constructa et aedificata", costruita quindi da moltissimi anni. Il lascito Brondo servì quindi ad ampliarla e trasformarla radicalmente. Questa ipotesi è avvalorata da scavi recenti compiuti in occasione di un lungo restauro ancora in corso. All'interno della chiesa infatti, all'incirca a metà navata, è stato ritrovato un muro perpendicolare all'abside e intonacato dentro e fuori. Potrebbe trattarsi del muro perimetrale della Sinagoga poi divenuta chiesa cristiana, con ingresso su via Corte d'Appello.  Quando la Compagnia venne soppressa nel 1773, l'intera proprietà passò allo Stato e venne consegnata nel 1809 all'Ordine Mauriziano, che la modificò ulteriormente.

 

S.Giuseppe

La chiesa fu costruita nel 1641 dagli Scolopi secondo una tipologia planimetrica riferibile agli schemi controriformistici con aula unica, cappelle laterali e copertura a botte. Possiede pregevoli dipinti raffiguranti una Sacra Famiglia di Sebastiano Conca  e una natività attribuita a Pompeo Batoni.

 

 

Palazzo Viceregio

Il Palazzo fu impiantato all'epoca della presenza pisana e venne adibito a sede viceregia nel 1337 per volontà di Pietro d'Aragona, sovrano del "Regnum Sardiniae et Corsicae".  Nel corso dei secoli subì varie modifiche strutturali volte a migliorare i caratteri di funzionalità richiesti dai sempre nuovi e diversi uffici e istituti disposti dai governatori del Regno. Nei suoi locali, oltre agli appartamenti privati dei componenti la corte viceregia, ebbero sede la Reale Udienza e la direzione della difesa militare dell'isola. Soltanto a partire dal 1720, con il passaggio dalla monarchia asburgica a quella sabauda, ci furono cambiamenti sostanziali, che comportarono sia la ristrutturazione degli interni sia il rifacimento della facciata.
Nel 1730, su progetto dell'ingegnere capo De Guibert, furono ricostruiti integralmente il portale, l'atrio e lo scalone d'onore e si avviarono i lavori di abbellimento del salone della Reale Udienza. All'ingegnere Della Vallea (attivo a Cagliari dal 1735 fino alla morte nel 1744) si deve la ristrutturazione del piano nobile con la sistemazione di una serie di saloni sul fronte O; mentre la facciata, che un'iscrizione al centro del prospetto in asse col portone principale dice conclusa nel 1769 per volontà del viceré Ludovico De Hallot, si dovrebbe a un disegno di Saverio Belgrano di Famolasco, che progettò anche il prospetto a E, sopra il Terrapieno.  Dal 1799 al 1815, in seguito all'occupazione francese del Piemonte, il palazzo divenne la dimora della corte sabauda. In seguito passò all'Amministrazione Provinciale che lo acquistò nel 1885 dal demanio dello Stato.  Il prospetto principale, caratterizzato dall'estensione sul piano longitudinale, è costituito da tre ordini di finestre incorniciate da paraste monumentali in pietra, che si sviluppano a tutta altezza e poggiano su una zoccolatura realizzata in pietra forte che segue l'inclinazione del terreno. Le finestre del piano nobile, sormontate da cornici aggettanti, si aprono su balconi di forma ricurva, sostenuti da mensole e con ringhiere in ferro battuto. Un alto parapetto con cornicione conclude la parte superiore dell'edificio. Il ritmo dato dall'alternarsi delle finestre e delle paraste è interrotto dal portale centrale, con arco a tutto sesto e inquadrato da due colonne doriche che sorreggono il balcone sovrastante, sul quale si apre una porta-finestra centinata recante l'iscrizione CAROLUS EMANUEL III PROREGE D. LUDOVICO DE HALLOT COMES DE HAILES REFECIT ORNAVIT MDCCLXIX. L'atrio introduce alla scalinata che porta al piano nobile; quindi si passa, attraverso la sala con i ritratti dei viceré, nell'aula del consiglio provinciale, realizzata nella sua attuale configurazione alla fine dell'Ottocento e decorata tra il 1893 e il 1896 da Domenico Bruschi. Al secondo piano si accede attraverso due scale di servizio. Il prospetto E, che strapiomba sulla passeggiata del Terrapieno, è articolato in arcate semiobliterate.

 

 

Palazzo Boyle

Palazzo Boyl è uno degli edifici nobiliari più rappresentativi del Castello di Cagliari. Fu costruito nel 1840 da Carlo Pilo Boyl, marchese di Putifigari, generale d'artiglieria e comandante del Regio Arsenale militare, appartenente a famiglia di origini catalane. Il palazzo fu concepito secondo forme neoclassiche in voga in quegli anni, a cui si richiamano anche Porta Cristina e l'ingresso dal Regio Arsenale militare, anch'esse disegnate dal marchese di Putifigari, su imitazione delle romane Porta Angelica e di Piazza del Popolo.
L'edificio presenta una balaustrata in marmo ornata da quattro statue che raffigurano le Stagioni, mentre al centro è scolpito lo stemma del casato. In esso convivono lo stemma della famiglia Pilo (una mano che racchiude un mazzo di capelli, in sardo "pilu"), lo stemma dei Boyl (il toro, "boi" in sardo) e quello d'Aragona (pali rossi su sfondo oro). Sotto si legge l'iscrizione che ricorda l'anno di edificazione dell'edificio: "COMES KAROLUS PILO BOYL EX MARCHIO PUTIFIGARI INSTAURAVIT ANNO MDCCCXL".
L'edificio incorporò una torre pisana coeva a quelle di San Pancrazio e dell'Elefante, dall'architetto Giovanni Capula. La torre aveva perduto la sua parte superiore durante l'assedio spagnolo del 1717 ed era ridotta quasi a un rudere. Essa aveva fronteggiato i bombardamenti inglesi del 1708, i cannoni spagnoli che tentavano di riprendersi l'isola nel 1717 ed infine l'attacco francese del 1793. Tre palle di cannone infisse sulla facciata del palazzo ricordano i tre attacchi subiti. Attraverso la torre si accedeva al Castello. Oltrepassata la porta, sul lato sinistro, ad una attenta osservazione si nota un cippo funerario romano, molto annerito dal tempo, che era stato murato nella torre insieme ad altre iscrizioni purtroppo coperte dall'intonaco antico. Dalla fine dell'Ottocento il palazzo appartenne alla famiglia dei baroni Rossi (come è testimoniato dalla lettera "R" scolpita in alcune finestre che si affacciano sul Bastione di Santa Caterina); ora ne sono proprietari i conti marchigiani Tomassini Barbarossa

 

 

Cittadella dei Musei

A metà del Novecento, per iniziativa dell'Università degli Studi, si decise di ampliare la sede del Museo archeologico e della Pinacoteca, all'interno di un centro di studi polivalente ''delle arti e della storia sarda''.  Il progetto degli architetti Pietro Gazzola e Libero Cecchini ebbe vicende lunghe e complesse fin dal 1956, con una nuova proposta (1964) che variava alcune parti fino ad un'ennesima rielaborazione con l'utilizzo delle strutture murarie di rilevanza storico-archeologica inglobate nel complesso museale. La conclusione dei lunghi lavori risale al 1979 con un uso reale degli spazi ancora successivo e diluito nel tempo. L'idea di base tende a fondere l'eccezionalità delle parti antiche con le esigenze di un moderno centro polifunzionale, grazie ad una particolare attenzione al rapporto tra i nuovi interventi costruttivi con quelli preesistenti,e all'impiego di conci squadrati di pietra locale (calcare di Bonaria) e murature in calcestruzzo a vista. Superato l'ingresso con la porta neoclassica dell'antico Arsenale (1825), chiusa dalle ante bronzee degli scultori M. Salazzari e R. Cassini (1979), si vede un primo gruppo di edifici: a sinistra i locali di servizio, sulla destra le ex prigioni di San Pancrazio e la galleria per le mostre temporanee (con la ''sala pentagonale'' che ospita il Museo delle Cere Anatomiche ''Clemente Susini'') e più su il Dipartimento di Scienze archeologiche e storico-artistiche dell'Università degli Studi (che include il settecentesco ambiente della cappella dell'arsenale, con portale in calcare scolpito e sovrastante gruppo scultoreo della Santa Barbara). Al centro è l'edificio che dal 1993 ospita il Museo archeologico nazionale. Salendo attraverso le scalinate o le piste accessibili ai disabili si giunge a un ''giardino'' in pendio con l'ingresso del Museo comunale d'Arte Siamese, al fianco del quale si trovano in sequenza il Museo etnografico regionale (ancora in allestimento) e la Pinacoteca nazionale, strutturata su tre livelli. Una ''passeggiata panoramica'', oggi non più percorribile, inizia dal belvedere a oriente della sala delle mostre temporanee, continua ''coperta'' sotto i locali del Dipartimento universitario fino all'ingresso del Museo comunale e prosegue a N/E, giungendo alla torretta che ha sostituito l'antico mulino a vento seicentesco.

 

 

Bastione di Saint Remy

Lo scenografico edificio, che si affaccia sulla piazza Costituzione, ha il compito di collegare il Castello con la parte bassa della città ed è il risultato dello spianamento e della riutilizzazione degli antichi bastioni dello Sperone e della Zecca, costruiti dagli Spagnoli nella seconda metà del Cinquecento.

Il Bastione Saint Remy, realizzato tra il 1896 e il 1902, è dovuto agli ingegneri comunali Fulgenzio Setti e Giuseppe Costa su un'idea già prospettata a metà Ottocento dall'architetto Gaetano Cima.  Lo scalone principale, lungo e movimentato, si snoda dalla piazza Costituzione con diverse rampe che si riuniscono a mezza altezza in un pianerottolo che dà ingresso alla Passeggiata coperta. Questa si sviluppa sul lato lungo il viale Regina Elena con vasti e luminosi ambienti, dipinti con colori vivaci e chiusi da grandi arcate con infissi collocati soltanto nel 1985.  Sotto un grande arcone che domina tutta la costruzione si trova un'ulteriore scala con due rampe circolari che conduce fino alla Terrazza Umberto I dalla quale si gode un magnifico panorama sulla città e verso il mare. Il vasto piazzale presenta altre due rampe che conducono al successivo bastione di Santa Caterina, sul quale si affaccia l'omonima scuola elementare. Fu vivacissimo luogo di riunione e di incontro fino alla seconda guerra mondiale quando fu violentemente bombardato e semidistrutto. Nel dopoguerra fu ripristinato secondo il disegno originale.

 

 

Altri musei del quartiere di Castello

 

Museo archeologico nazionale

Il museo ospita materiali collocabili tra la preistoria e l'altomedioevo, con particolare riferimento alle regioni del Sarrabus-Gerrei, Marmilla, Trexenta, Campidano, Sulcis-Iglesiente, Oristanese, Barigadu, Montiferru. E'disposto su tre piani, dei quali quello inferiore segue un ordine cronologico. Sono presenti reperti del neolitico antico (Su Carroppu-Sirri-Carbonia), del neolitico medio e superiore (Cuccuru s'Arriu-Cabras) e dell'eneolitico primo bronzo. Del periodo nuragico sono presenti i depositi votivi di Su Benatzu-Santadi, S. Vittoria-Serri, S. Anastasia-Sardara, Sianeddu-Cabras, Molinu-Villanovafranca. Notevole la bronzistica figurata, in particolare quella di Abini-Teti e S. Vittoria-Serri, con un ricco ventaglio di temi figurativi e rituali magici. Per il periodo fenicio punico, viene suggestivamente riscostruito il tophet di Tharros, con una distesa coltre di sabbia sulla quale insistono urne cinerarie, cippi e stele rituali proprie dell’area sacra di purificazione. Del periodo romano sono esposte ceramiche a vernice nera, vasi a pareti sottili, sigillate, ceramiche comuni. Provengono dalla città romana di Olbia le effigi degli imperatori Nerone e Traiano, un’urna in marmo e un' olla cineraria di Claudia Calliste. E’ inoltre presente il noto cippo confinario di Cuglieri, con menzione delle popolazioni degli Huddaddar. Dell'età tardo antica (IV-V sec. d.C.), quando si accentuano i legami tra l’isola e il mondo africano, sono presenti ceramiche sigillate, tra cui lucerne riccamente decorate anche con simbologie cristiane, e ceramiche comuni. Monili e oggetti di ornamento in bronzo, argento e oro, sono pertinenti a corredi funerari altomedievali provenienti da vari siti della Sardegna. Tra gli strumenti didattici funzionali all'esposizione, vi sono i modellini del nuraghe monotorre e della tomba di giganti nuragica, nonché la ricostruzione di una tomba a cista fenicia di Bithia-Domusdemaria. L'esposizione dei due piani superiori segue invece un ordine topografico, per siti archeologici specifici: tra questi il complesso del Su Nuraxi- Barumini, il santuario di Antas-Fluminimaggiore e le città fenicie di Sulci-Sant'Antioco e Monte Sirai-Carbonia.

 

 

Pinacoteca nazionale 

La Pinacoteca Nazionale di Cagliari è situata all'interno del complesso museale della Cittadella dei Musei. Nata sulla preesistente struttura del Regio Arsenale, ingloba su tre livelli digradanti le antiche mura di epoca spagnola progettate dall'architetto Rocco Capellino ed ampliate da Giorgio e Jacopo Palearo Fratino nel XVII secolo.  Dopo essere stata ospitata fin dalla fine dell'Ottocento nel Palazzo delle Seziate nella vicina Piazza Indipendenza e, per più di un secolo, chiusa al pubblico, ha trovato la sua definitiva collocazione nell'attuale sede inaugurata nel 1992. Il primo nucleo della collezione pittorica si formò nel XIX secolo quando, a seguito delle leggi sulla soppressione degli enti ecclesiastici nel 1866 e della distruzione nel 1875 della chiesa cagliaritana di S. Francesco di Stampace, confluirono nel patrimonio dello Stato numerosi dipinti.  Il piano superiore, quello d'ingresso, ospita opere del portoghese A. Pirez (1411 – 1434), del senese Carlo di Giovanni (1446), del catalano Joan Figuera (1455 – 1479), di Lorenzo Cavaro (doc. 1500 – 1518) e del Maestro di Olzai (inizi del XVI secolo). Il percorso prosegue con i retabli, grandiose pale d'altare composte da tavole dipinte scompartite da una struttura architettonica in legno dorato, che costituiscono la parte più importante della raccolta pittorica. I primi retabli sono espressione della cultura tardo-gotica catalana, unita ad una certa influenza fiamminga (J. Figura e R. Thomas, 1455; J. Mates, doc. 1391 - 1431; J. Barcelo, doc. 1488-1516; Maestro di Castelsardo, fine XV-inizi XVI sec.). Il maestro di Sanluri (primi XVI secolo) rivela invece influssi italiani. I retabli del XVI sec., prodotti soprattutto dalla bottega dei Cavaro, ubicata nel quartiere cagliaritano di Stampace, riflettono un'arte isolana sensibile alla produzione rinascimentale e manierista italiana, ma entro un gusto ancora catalano-fiammingo (Pietro Cavaro, 1518-1538; Michele Cavaro, doc. 1538 - 1584; A. Mainas, 1537-1571; B. Castagnola, napoletano, 1598 - 1611; F. Pinna, 1591 - 1616). Nel piano superiore è inoltre presente la preziosa tavola fiamminga “Fuga in Egitto” (fine XVI - inizi del XVII secolo).  Nel piano intermedio sono esposte tele del XVII - XVIII secolo, di provenienza varia, testimonianti una realtà sarda dominata da opere e artisti esterni rispetto alle produzioni pittoriche locali. Il sec. XX è rappresentato, nel piano inferiore, da opere di autori sardi che ritraggono soggetti di vita rurale (Dessy, Delitala, Cabras, Ciusa Romagna). All'inizio del Novecento nuove acquisizioni e donazioni hanno arricchito la Pinacoteca di una splendida collezione etnografica di tessuti, gioielli, arredi, ceramiche e armi, che viene esposta a rotazione. Dal 1919, inoltre, fa parte della collezione uno straordinario acquamanile a forma di pavone, realizzato nel XII secolo da un'artista di cultura arabo – bizantina, rarissimo pezzo di scultura bronzea simile, per fattura e decorazione, ad un esemplare del Museo del Louvre.

 

 

Museo siamese

Il museo, intitolato al costitutore delle collezioni, Stefano Cardu (1849-1933), presenta una notevole varietà di pezzi artistici di origine e di culture asiatiche diverse. La parte preponderante degli oggetti è di origine siamese, caratteristica che dà alla collezione peculiarità e unicità. Accanto a oggetti d'arte di tema religioso sono esposti oggetti d'uso domestico preziosamente lavorati costituenti un'interessante rassegna del livello dell'artigianato.  Tra le porcellane emergono quelle cinesi del periodo MING e dei primi imperatori QING (dal XIV al XVII secolo) che per bellezza di forma, qualità, decorazione, smalti e ornato esprimono una squisita manifestazione d'arte e di tecnica di altissimo livello. Altri pezzi risalgono a periodi successivi, ma con datazione nel marchio, anteriore alla loro reale creazione, che sollevano così problemi di grande interesse, comuni a molte porcellane cinesi del XVII e XVIII secolo.  Una collezione rara è costituita dalle monete risalenti ad un periodo a partire dall' XI secolo fino al secolo scorso.  La sezione delle armi, non imponente, è tuttavia di interesse non comune. Unica in Italia e tra le poche al mondo, presenta un panorama significativo sopratutto delle armi siamesi, assai poco note, che formano il gruppo più nutrito ed interessante. Vi prevalgono i pezzi di lusso, abbondanti d'argento, quasi sempre di lavorazione elegante. Scolpite con maestria infallibile e raffinatezza, sono invece le parti in avorio. Molte delle armi esposte erano destinate solo alla parata e fra queste emergono le lance della Guardia Reale siamese e un paio di rare "lance di stato" di sultanati della Malacca. Cartteristici del Paese sono i pungoli da elefante, talvolta adatti a fungere anche da armi. Un piccolo gruppo a sè formano gli oggetti con foggia di armi, ma di uso rituale, in particolare i rari "pugnali da esorcismi", usati nella medicina tradizionale.

 

 

Collezione delle cere

La collezione consta di 23 cere anatomiche policrome attribuite dagli esperti alla piena maturità artistica di Clemente Susini (1754-1814) e giudicate tra le più belle esistenti al mondo. Alla straordinaria perfezione del dettaglio anatomico, si associa in queste cere una ricerca figurativa solitamente assente nelle precedenti opere dell’artista fiorentino, ed evidentissima nel composto realismo con cui lo stesso artista ha fissato nei volti l'immagine della morte. Le cere furono commissionate al Susini, tra il 1801 ed il 1805, dal viceré Carlo Felice, per il tramite del professore di anatomia Francesco Antonio Boi. Le cere furono modellate nel laboratorio di ceroplastica del Museo della Specola a Firenze dove il Boi attese alle dissezioni delle quali gli esemplari cagliaritani sono fedelissime riproduzioni.  

 

 

Gabinetto delle Stampe

Situato nel palazzo Belgrano di via Università comprende una serie di riproduzioni fotomeccaniche ottocentesche e di incisioni di artisti sardi del Novecento. La Collezione Piloni è composta da un insieme a quadri, stampe e incisioni con vedute di Cagliari e della Sardegna, raccoglie anche arazzi e tappeti della tradizione isolana.

 

 

Marina

Un contrasto sembra dominare Marina: il silenzio delle stradine dietro il porto (intrico di salite e discese, piazzole e scalinate che si aprono a bellissimi scorci sulla laguna di S.Gilla e sui monti di Capoterra) si scioglie nella confusione chiassosa del largo Carlo Felice e della via Manno. Proprio dall'antica sa Costa, fulcro commerciale della città e sorta di asse divisorio tra le strade che scendono verso il mare e quelle che prendono a salire in direzione dei bastioni, inizia la visita al quartiere. In passato sede di moltissimi edifici religiosi ora distrutti, Marina conserva ancora nelle chiese una parte considerevole delle sue attrattive. Nel segreto delle viuzze che vanno verso il porto sono rimaste S.Antonio Abate e S.Rosalia, barocche, S.Sepolcro e S.Eulalia, di prevalente disegno gotico-catalano, S.Agostino dall'interno monumentale, una delle rare testimonianze del Rinascimento nell'isola. In basso, davanti alle navi ormeggiate, la lunga palazzata liberty della via Roma è interrotta dalla nuova costruzione del Consiglio regionale, dalla chiesa di S. Francesco di Paola e dal Palazzo comunale, innalzato al principio del secolo e fedelmente ricostruito dopo le distruzioni della guerra. Risalito il largo Carlo Felice, si arriva in piazza Yenne (che più propriamente appartiene a Stampace) e alla statua in bronzo del sovrano sabaudo.

 

S.Antonio Abate

La chiesa fu edificata nella prima metà del XVIII secolo, probabilmente al posto di quella realizzata insieme ad altri edifici nel complesso ospedaliero di Sant'Antonio, comprendente oltre alla chiesa e all'ospedale, anche un convento, dimora dei Padri Agostiniani, che gestivano queste strutture già dal Trecento.  Nel 1638 l'amministrazione passò all'Ordine degli Spedalieri di San Giovanni di Dio, che si occuparono sia della ristrutturazione e dell'ampliamento dell'Ospedale e del convento, sia della costruzione della nuova chiesa, consacrata nel 1723, come testimonia una lapide collocata nella parete sinistra dell'atrio. Tuttavia, la presenza di un dipinto raffigurante il Salvator Mundi, firmato e datato 1721 dal pittore Giacomo Altomonte, fa pensare che la chiesa fosse stata più o meno completata già in quella data. Quando nel 1850 fu pronto l'Ospedale Civile, realizzato dall'architetto Gaetano Cima, quello di Sant'Antonio fu dimesso e, insieme al convento ceduto a privati, mentre la chiesa passò dalla proprietà dei Padri Agostiniani a quella dell'Arciconfraternita della Madonna d'Itria. Sulla chiesa, a pianta ottagonale, si imposta un tamburo su cui si eleva una cupola a spicchi culminante in una lanterna. Nel corpo principale si innestano l'atrio di ingresso, sei cappelle laterali a pianta rettangolare voltate a botte; il presbiterio,di analoga pianta e tipo di copertura ma più profondo rispetto alle cappelle. La facciata è movimentata dalle sporgenze e rientranze del portale tardobarocco, raccordato, mediante volute, alla soprastante nicchia con il simulacro di Sant'Antonio. Sull'architrave è collocato lo stemma degli Spedalieri di San Giovanni.

 

S.Rosalia

La chiesa fu eretta su un piccolo oratorio dedicato alla santa esistente nel XV secolo. Dal 1695 l'oratorio fu affidato alla congregazione dei Siciliani, che apportò migliorie e ampliamenti. Nel 1740 fu ceduta all'Ordine dei Frati Minori Osservanti che edificarono la facciata e il portico che la collega al convento, quest'ultimo oggi sede del Comando Militare della Sardegna.  I lavori di completamento del complesso furono affidati all'ingegnere militare piemontese Augusto Della Vallea, che tra il 1735 ed il 1744 si trovava a Cagliari per attendere ai lavori di fortificazione dell'isola.  La facciata della chiesa, sobria ed elegante, è segnata da lesene sormontate da capitelli di tipo piemontese e divisa orizzontalmente da mosse fasciature lievemente aggettanti. Nella parte inferiore il portone è inquadrato fra due nicchie vuote alle quali corrispondono, in quella superiore, altre due contenenti le statue dei Santi francescani Bonaventura e Antonio da Padova.  Alla sommità, sopra la grande finestra centrale, un timpano a doppia inflessione anch'esso contornato da una cornice in rilievo.  Le fasce o cornici, caratterizzanti la facciata della chiesa, continuano anche nel corpo di collegamento all'ex convento. Interessante il motivo soprastante il portico: al centro, sopra l'arcata, è un elegante balconcino in ferro battuto, sopra il quale si apre una nicchia in cui è alloggiata la statua della Madonna Immacolata. Caratteristico del Della Vallea nella facciata di Santa Rosalia, come in altri suoi progetti, è l'inserimento strutturale di statue, con cui si compie la fusione, tipicamente tardobarocca, tra architettura e scultura.  L'interno della chiesa ha un'unica navata divisa in quattro campate intervallate da archi a tutto sesto con volta a botte impostata su cornice leggermente aggettante, sulla quale si affacciano le arcate delle cappelle laterali, diverse per forma e profondità. Nello spazio antistante la zona absidale, decorata con mosaici realizzati da Franco d'Urso, sorge la cupola impostata su un tamburo ottagonale su cui si aprono otto finestre dotate di vetrate istoriate. Nella chiesa è la sepoltura di San Salvatore da Horta, nome sotto il quale è spesso popolarmente indicato l'edificio.

 

 

S.Sepolcro

In piazza San Sepolcro si trova la chiesa del Santo Sepolcro del XVI secolo, che era sede di una confraternita religiosa di nobili spagnoli, della quale resta all'interno della chiesa, una cripta, luogo di sepoltura dei membri della confraternita. La chiesa originariamente appartenne ai Templari nel XIII secolo, ma dopo la loro caduta fu probabilmente distrutta.  Al centro della sagrestia è stata individuata una vasca circolare del diametro di m 2,30 circa e della profondità di m 1, scavata nella roccia, con l'interno intonacato, tre gradini atti a favorire la discesa al suo interno, una sorta di sedile delimitato sul bordo e un piccolo canale con tubo fittile di adduzione. Si esclude che si possa trattare di una cisterna o di un impianto termale e, pur con cautela, si è propensi ad interpretare il manufatto come vasca battesimale. Dal punto di vista tipologico è confrontabile in Sardegna con la vasca circolare sotto l'ex cattedrale di San Pantaleo a Dolianova. Purtroppo non sono stati recuperati oggetti materiali utili a confermare l'ipotesi. La datazione proposta, alla fine del IV secolo, indurrebbe anche a supporre l'esistenza di una chiesa collegata al presunto battistero. Nei mesi di febbraio e marzo 2001 è stato smantellato il pavimento di un piccolo ambiente collegato alla sagrestia. L'indagine archeologica ha permesso di individuare una vasca di forma rettangolare ad angoli arrotondati, scavata anch'essa nella roccia, lunga circa m 1,60, larga circa cm 70 e profonda cm 90. Al suo interno, fra la terra di riempimento, sono stati recuperati numerosissimi manufatti ceramici e vitrei in frammenti, lucerne, ossa animali, gusci di ostriche e mitili, lische di pesce. La datazione delle lucerne riporta al II secolo d.C. L'insieme dei dati induce in questo caso ad ipotizzare un luogo di culto pagano, forse collegato alle necropoli presenti nel quartiere.

 

 

S.Eulalia

La chiesa di Sant'Eulalia è andata incontro a tali rimaneggiamenti, da risultare poco significativa dal punto di vista architettonico e monumentale, a eccezione del suo sottosuolo. Le indagini archeologiche ancora in corso hanno evidenziato una stratigrafia importante, che documenta la storia del quartiere e della città di Cagliari dall'età romana al Medioevo.  L'edificio risale al XIV secolo ed esisteva già nel 1371 come parrocchiale del quartiere di Marina. Fu ristrutturato nel XVI secolo e più avanti, fino all'intervento novecentesco a seguito dei danni riportati nel bombardamento di Cagliari del 1943.
Ha pianta mononavata lunga circa 30 m, con otto cappelle, quattro per lato, che si affacciano sull'aula con un arco ogivale. L'aula ha tre campate coperte con volta stellare e gemme pendule. Il coro si sviluppa su una pianta quadrata, sovrastato da una cupola emisferica.  La facciata, rincassata tra due contrafforti, ha un portale architravato sormontato da una lunetta modanata con centina impostata su peducci. In asse con il portale un grande oculo illumina l'interno dell'aula. Una teoria di archetti trilobati corona il prospetto. Il campanile, alto quasi 40 m, è addossato al fianco d. della facciata.  Dalla piazzetta attigua alla chiesa è ben visibile, oltre la facciata, il fianco S/O, con quattro specchi divisi da lesene, entro i quali tre monofore a sesto acuto nascono dalla cornice che divide gli stessi specchi, chiudendosi rispettivamente con tetto a due falde. Un portale architravato, sormontato da lunetta ogivale decorata con una scultura della Madonna con il Bambino, consente l'ingresso da una delle cappelle laterali.

 

 

S.Agostino

La chiesa di Sant'Agostino Nuovo contribuì all'introduzione in Sardegna della nuova estetica classicistica.
Nel 1576, durante i lavori di adeguamento della cinta muraria della città di Cagliari voluti da Filippo II, andò distrutta l'antica chiesa di Sant'Agostino, edificata in forme gotiche catalane agli inizi del XV secolo. Il sovrano provvide tempestivamente a finanziare la costruzione di un nuovo edificio dedicato al Santo, il cui progetto venne affidato agli stessi ingegneri che allora si occupavano delle fortificazioni, i fratelli ticinesi Jacopo e Giorgio Palearo Fratino. Non è dato sapere con precisione quale tra i due abbia materialmente stilato il progetto, ma è possibile si sia trattato di Jacopo, presente a Cagliari nel 1576; il fratello Giorgio, invece, avrebbe diretto i lavori, iniziati nel 1577 e conclusi nel 1580, essendo egli in Sardegna fino al 1578. Proprio la sua partenza dall'isola prima che i lavori giungessero a termine può fornire la spiegazione alla presenza nel partito architettonico di alcune incongruenze rispetto al codice classicistico che lo caratterizza. L'edificio, conforme alla politica artistica di Filippo II, appare improntato, nella sua compiutezza, ai modi spaziali e decorativi del Rinascimento italiano. L'impianto è a croce greca imperfetta, per essere un braccio leggermente più lungo degli altri. Questi hanno tutti la medesima larghezza e sono coperti da una volta a botte rinforzata da archi traversi; al loro incrocio si erge una cupola emisferica raccordata al vano cubico sottostante mediante pennacchi conici. Lungo il filo d'imposta della volta, per l'intero perimetro, corre una cornice aggettante decorata inferiormente con una teoria di dentelli, motivo che ritorna anche nella circonferenza su cui si imposta la cupola. Alla controfacciata è addossato il coro sostenuto da un arco ribassato di impronta gotico-catalana. Il repertorio classicistico compare in tutti gli apparati ornamentali, nelle mensole, nelle nicchie incastonate in edicole con timpano sostenuto da lisce lesene e soprattutto nella copertura del presbiterio, interamente decorata a cassettoni con rosette di varie forme, il cui schema rimanda alla volta cassettonata prospettica costruita dal Bramante nel coro di Santa Maria presso San Satiro a Milano nel 1482 circa. Non mancano alcune incongruenze rispetto alle forme rinascimentali, nella pesantezza dei partiti decorativi, nell'arcone ribassato del coro e nella cupola emisferica, che richiama quella della basilica del San Saturno di Cagliari: è possibile che, oltre l'esecuzione, anche l'ideazione di questi elementi sia dovuta alle maestranze locali.

 

 

S. Francesco di Paola

Fondato da San Francesco da Paola (1416–1507) l'ordine fu approvato nel 1474 con il nome di Congregazione eremitica paolana di San Francesco d'Assisi; divenuto poi Ordine dei Minimi.
I Padri arrivarono in Sardegna nel 1625; alla metà del XVII ricevettero in donazione un terreno vicino al porto dove, entro la fine del secolo, costruirono l'attuale convento e la chiesa ad esso adiacente.
L'edificio, ad aula, con tre altari per lato e profondo presbiterio rettangolare, aveva la facciata con terminale a "lucerna di carabiniere" e portale inquadrato da coppie di colonne corinzie. Queste caratteristiche compaiono per la prima volta a Cagliari nella chiesa della Confraternita dei Genovesi, dedicata ai SS. Giorgio e Caterina (distrutta dai bombardamenti del 1943) e costruita entro il 1615, e nella chiesa della Compagnia di Gesù, dedicata a Gesù, Maria e Santa Teresa, la cui costruzione iniziò nel 1623. Comune punto di riferimento, per entrambe, è il gusto architettonico manierista della Controriforma, che in Sardegna si fuse con i modi gotico–catalani. Il coronamento a duplice inflessione della facciata è presente, a Cagliari, anche nelle chiese di Santa Chiara e di Santa Restituta, entrambe dei primi decenni del Seicento. Purtroppo la facciata del San Francesco, nel 1926, fu considerata priva d'interesse artistico e demolita. Il nuovo prospetto, neoclassicista, progettato dall'ing. Ferraro ed inaugurato nel 1932, rispondeva al gusto artistico del regime fascista; la cultura urbanistica di quegli anni prevedeva, inoltre, "soluzioni di allineamento alle facciate a porticati della via Roma, risalenti alla fine dell'Ottocento".  L'interno ha invece mantenuto l'assetto secentesco. La volta a botte dell'aula è impostata su una cornice modanata che corre senza soluzione sino al presbiterio; i sott'archi che la rinforzano scaricano sui capitelli ionici delle lesene scanalate aderenti ai pilastri. Tra questi ultimi si susseguono, a vece alterna, edicole architettoniche e altari, compresi entro archi a tutto sesto con intradosso cassettonato. Il presbiterio, costruito su una cripta a due vani destinata alla sepoltura dei frati, è sopraelevato da quattro gradini. Il suo arredo, in marmi policromi, fu eseguito dal lombardo Giovanni Battista Spazzi (1745 – 1797) entro il 1793; l'altare ha un paliotto rettangolare con volute angolari e stemma centrale campeggiato dall'immagine in bassorilievo di San Francesco da Paola che attraversa miracolosamente lo stretto di Messina; la nicchia accoglie il settecentesco simulacro ligneo del Santo; la balaustra che lo chiude è impostata al centro su due leoni. Il 1° altare a sinistra, con paliotto rettangolare in marmi intarsiati (primi '700) ospita, entro un'edicola lignea, un dipinto ad olio su tela del genovese Pantaleone Calvo (attivo in Sardegna tra il 1631 ed il 1664), raffigurante la Vergine con il Bambino e san Francesco da Paola che intercede per le anime del Purgatorio, firmata e datata 1664. Il 3° altare a sinistra ed il 3° a destra sono pregevoli opere in legno dorato e policromato con fastose cornici barocche, attribuiti alla bottega dei Recupo, ebanisti siciliani documentati in Sardegna tra la fine del '600 e l'inizio del '700; nel primo una tela raffigurante due angeli che reggono il simbolo dei Minimi, ricondotta al pittore Sebastiano Scaleta (attivo nella prima metà del '700) e, nella nicchia, il gruppo scultoreo con San Michele che uccide il Drago (XVIII secolo). Nel secondo, una tela raffigurante la Madonna con Bambino che consegna il rosario a San Domenico, anch'essa probabile opera dello Scaleta; nella nicchia una Madonna in Trono con Bambino in legno dorato e policromato, forse di bottega napoletana (XV secolo).  Nella terza edicola a sinistra statua "vestita" dell'Addolorata, attribuita a bottega napoletana del XVIII secolo.; in basso, piccola scultura in alabastro del Cristo deposto, datata al '700. La lunetta e la volta del presbiterio furono decorate dal pittore cagliaritano Bacicia Scano nei primi decenni del XX secolo; vi compaiono, rispettivamente, la Canonizzazione di San Francesco da Paola e L'Eterno in gloria con la Colomba dello Spirito Santo.  Durante i lavori di restauro del 1997-99 sono stati rivenuti frammenti di affreschi, forse secenteschi; staccati e montati su tela sono adesso sistemati nella sacrestia.

 

 

 

Palazzo comunale

Lunghe vicende accompagnarono la scelta dell'area e la costruzione dell'edificio fino al concorso nazionale bandito nel 1896 e assegnato al progetto "Palmas" a firma dell'ingegnere torinese Crescentino Caselli, moderno nella struttura e nella forma, al contrario di molti progetti che riprendevano stili storici del passato, ormai superati. In realtà il progetto "Palmas", firmato soltanto da Caselli, era dovuto anche all'architetto Annibale Rigotti che dovette ricorrere a vie legali per il riconoscimento dei propri meriti. Al primo si attribuisce la parte più spiccatamente strutturale dalle fondazioni alle coperture, mentre spettano al secondo gli elementi più innovativi nei prospetti e nell'apparato decorativo.
Dopo la prima pietra posta solennemente alla presenza del re Umberto e della regina Margherita il 14 aprile 1899, l'insediamento ufficiale del Consiglio Comunale avvenne nel 1915.
Il bombardamento aereo del 26 febbraio 1943 danneggiò gravemente il palazzo nel lato della via Crispi, provocando il crollo della copertura del cortile interno in ferro e vetro e dello scalone marmoreo. Si perse anche una parte consistente della ricca decorazione e degli arredi interni realizzati dai maggiori artisti sardi del primo Novecento, quali Filippo Figari, Felice Melis Marini e Francesco Ciusa.
La ricostruzione avvenne tra il 1946 e il 1953 ad esclusione della copertura del cortile d'onore.
L'edificio, realizzato in calcare, si segnala per le due torri ottagonali sovrastanti la facciata principale che si sviluppa su tre livelli con ampi finestroni ad arco ribassato, divisi da pilastrini. Un porticato voltato parzialmente a crociera ha una ricca e artistica cancellata in ferro battuto che immette nel cortile. Qui un grande scalone d'onore conduce ai piani superiori, dove sono ubicati la sala consiliare, le sale di rappresentanza e gli uffici.  All'interno, collocati nelle varie sale, sono visibili dipinti di Filippo Figari (1916-24), di Giovanni Marghinotti (XIX sec.), un retablo cinquecentesco della Scuola di Stampace, un arazzo fiammingo, risalente al Seicento, e ancora busti marmorei e bronzei.

 

 

Largo Carlo Felice e Piazza Yenne

Il 24 febbraio 1799, Carlo Emanuele IV di Savoia sbarcò a Cagliari con l’intera famiglia reale. Per la prima volta dal tempo dei giudicati, i Sardi possono vedere in carne ed ossa il loro capo di stato. Giunto nell’isola, il re proclama l’amnistia generale per tutti i reati politici e comuni eccetto il parricidio e il fratricidio. Il 6 aprile 1822, il viceré, marchese di Yenne, collocò in Piazza S.Carlo, la prima pietra miliare della nuova strada Carlo Felice, che seguiva approssimativamente l’antico tracciato romano Karalis-Turris. Questa strada unirà Cagliari a Porto Torres, dopo un percorso di 235 km.  

Nella attuale Piazza Yenne, prima Piazza s. Carlo, c'era una porta detta dell'Angelo che metteva in comunicazione la piazza con la via S. Francesco (ora Corso Vittorio Emanuele).

Al centro della piazza è stato posto un monumento in bronzo innalzato post-mortem in onore di Carlo Felice nel 1860. La statua è del 1829 ed è stata realizzata da Andea Galassi nel regio Arsenale di Cagliari. Carlo Felice è vestito da antico romano e indica col braccio destro il percorso della sua strada, ma lo indica in senso del tutto inverso alla giusta direzione.

 

 

Stampace

Visto dal bastione di S.Croce, che lo domina, Stampace appare come un mare di case basse e modeste, segnate dal tempo. La parte alta, la più antica e interessante, è proprio sotto il belvedere, con le stradine strette che salgono verso il colle. Separato da via Azuni, Stampace basso scende invece in direzione del mare. A spezzare l'uniformità dell'abitato si leva la monumentalità di certe architetture: le chiese di S.Anna, con un'ampia scalinata d'accesso, e di S.Michele, riccamente barocca nell'architettura e negli arredi, come pure l'ospedale S.Giovanni di Dio. Alle ampie proporzioni e al gusto scenografico di questi edifici si contrappongono le piccole chiese di S.Restituta e di S.Efisio, che custodiscono storie di persecuzioni e martiri. Nel viale Buoncammino sorgono, imponenti, le ottocentesche costruzioni della caserma Carlo Alberto e del carcere giudiziario, e, poco oltre, la chiesetta dei Ss. Lorenzo e Pancrazio, di impianto vittorino. Il quartiere conserva anche importantissime sopravvivenze archeologiche: l'anfiteatro (II secolo d.C.) e l'aristocratica villa di Tigellio attestano l'estensione dell'antico insediamento romano nella parte occidentale della città. Ai confini del quartiere di S.Avendrace, la necropoli di Tuvixeddu, di origine fenicio-punica, poi usata dai Romani, e la monumentale Grotta della Vipera, tomba del I sec. d.C., confermano questa presenza. In via Porcell, l'lstituto di Scienze antropologiche dell'Università ospita il Museo di Antropologia ed etnografia, con costumi e oggetti del folclore sardo. Scendendo verso la parte bassa del quartiere si incontra l'Orto botanico, con le sue rare specie arboree.

 

 

S.Anna

La chiesa è nell'antico quartiere di Stampace, formatosi in età medievale e importante per la presenza della chiesa di Sant'Efisio, poco distante dalla parrocchiale di Sant'Anna.

Fu costruita nel 1785 sul luogo in cui sorgeva una chiesa documentata sin dal 1263. L'ideazione del progetto è attribuita all'architetto piemontese Giuseppe Viana, allievo a Torino per diversi anni dell'architetto Benedetto Alfieri. Giunto a Cagliari nel 1770, dopo il successo conseguito con la realizzazione della chiesa del Carmine ad Oristano, ottenne nel 1777 il titolo di Architetto Regio per il Regno di Sardegna. La maestosa chiesa di Sant'Anna presenta, con evidenza, i tratti del Rococò piemontese e in particolare ricorda il duomo di Carignano, presso Torino, opera dell'Alfieri.  La fabbrica subì nel tempo diversi rallentamenti, soprattutto dovuti alla mancanza di fondi. La chiesa fu aperta al pubblico nel 1818 quando ancora si trovava sprovvista dell'altare maggiore e del secondo campanile.  Nel corso dei bombardamenti del 1943 subì estesi crolli delle coperture e furono gravemente danneggiati anche gli altari ottocenteschi delle cappelle del Santissimo Sacramento e del Beato Amedeo di Savoia (la statua del santo, opera di Andrea Galassi, è del 1828). Gli accurati rifacimenti e restauri (1947-58) hanno restituito l'aspetto originario.  L'edificio si inserisce scenograficamente tra le case del quartiere, preceduto da ampie e sinuose scalinate a tre rampe. La maestosa facciata curvilinea, con la parte centrale concava, è divisa in due ordini da un'aggettante cornice. Nell'ordine inferiore, inserite nella parte concava, due coppie di colonne con capitelli ionici inquadrano il portone sormontato da un timpano spezzato a cui corrisponde, nell'ordine superiore, un rosone. Più leggera e luminosa la parte superiore scandita da paraste e raccordata con volute, da cui emergono, arretrate rispetto al prospetto, due poderose torri campanarie, la prima innalzata nel 1800 e la seconda nel 1938.  Internamente la chiesa presenta un unico grande ambiente a pianta longitudinale, coperto da tre cupole differenti per forma e grandezza. La prima cupola bombata, a ridosso dei campanili, copre un ambiente ellissoidale su cui si aprono quattro cappelle; la seconda, su tamburo ottagonale poggiante su pilastri affiancati da colonne, copre il transetto; l'ultima, più piccola, copre il presbiterio. Lungo tutto il perimetro murario corre una cornice modanata su cui si impostano le cupole e si aprono le arcate d'accesso alle cappelle. Nella zona presbiterale si aprono, infine, otto tribune affacciate sul grande scenario dell'altare e delle altissime cappelle del transetto.

 

 

 

S.Michele

La chiesa di San Michele e l'annesso noviziato (oggi Ospedale Militare) sorgono tra via Ospedale e via Azuni, le principali arterie del quartiere storico di Stampace.

La chiesa fu eretta tra il 1664 e il 1712. Seguirono i lavori per la costruzione della sacrestia dopo il 1720. La consacrazione è del 1738. Lo schema planimetrico presenta i caratteri propri degli impianti gesuitici.
A pianta centrale e aula unica, su un ottagono ampliato a croce nei lati opposti, presenta sei cappelle radiali intercomunicanti, tre per lato (secondo il richiamo al dogma trinitario) voltate a botte, di cui la centrale è più grande e più profonda. Sull'asse principale, varcato l'ingresso, si apre un atrio fiancheggiato da due cappelle, al quale si contrappone la cappella presbiteriale. Questa soluzione planimetrica permette di raggiungere lo scopo di unire la pianta centrale a quella longitudinale, senza fonderle. Le pareti sono scandite da paraste scanalate d'ordine corinzio, ornate da fregio di foglie e figure umane, sormontate da una cornice che percorre l'intero perimetro. La cupola a padiglione poggia su un tamburo ottagonale sul quale si aprono, alternate a ottagoni ciechi, quattro finestre. Coperta con tegole a squame, presenta paraste agli spigoli esterni ed è sormontata da una lanterna.  La facciata dell'intero complesso, in tufo argilloso, è composta da tre ordini che nel loro insieme ripropongono uno schema tipico degli altari lignei seicenteschi, che richiama i modi del Barocco ispanico provinciale. Il primo ordine è composto da tre fornici che immettono in un portico voltato a crociera, dal quale si accede al noviziato e alla chiesa, il cui bel portale architravato è sormontato da volute a doppia inflessione con lo stemma della Compagnia di Gesù. I fornici sono inquadrati tra quattro colonne scanalate, su plinti decorati sul fronte e sui lati. La trabeazione, con cornice molto aggettante, sottolinea il secondo ordine, tripartito come il precedente da colonne corinzie scanalate, che suddividono la superficie in tre riquadri nei quali è inserita una finestra con timpano spezzato. In asse si riconoscono tre stemmi: quello centrale della Compagnia, quello di d. del Vescovo Sanna, mentre quello di s. potrebbe invece appartenere al donatore Francesco Angelo Dessì, il cui lascito testamentario permise il completamento della chiesa e la realizzazione del prezioso arredo della sacrestia, oltre che del suo monumento funebre in marmi policromi sul lato s. del presbiterio. Il terzo ordine, sormontato da un timpano triangolare, presenta una nicchia contenente la statua marmorea settecentesca di San Michele Arcangelo. Nel 1773 la Compagnia di Gesù venne soppressa. Nel 1822 venne reso pubblico il decreto di ristabilimento dell'Ordine in Sardegna e nel 1835 si riaprì il Noviziato di San Michele. I Gesuiti verranno nuovamente espulsi dalla Sardegna nel 1848 con regio decreto. Da questa data i locali del Noviziato ospiteranno l'Ospedale Militare mentre solo nell'agosto del 1928 la Compagnia di Gesù riuscirà a rientrare nella sua chiesa. I lavori di restauro della chiesa diretti dall'ing. Dionigi Scano a partire dal 1892 vennero completati nel 1893. Altri restauri seguiranno dopo la seconda guerra mondiale.

 

 

S.Restituta

Situata nella parte alta del quartiere di Stampace, la chiesa affaccia su una piazzetta rialzata, compresa tra la via Sant'Efisio e la via santa Restituta. Fu grazie al lascito di Salvatore Mostallino, docente di medicina presso l'Università di Cagliari, che nella prima metà del XVII secolo si poté costruire la chiesa di Santa Restituta al di sopra del carcere della santa, in un terreno ceduto nel 1637 dalla vicina parrocchiale di Sant'Anna. Fu terminata verosimilmente entro l'anno 1640, data incisa sulla campana della chiesa. La struttura dell'edificio è a navata unica voltata a botte, con tre cappelle laterali per lato anch'esse coperte a botte; presbiterio rialzato, leggermente più piccolo dell'aula principale; facciata con terminazione a ventola, su cui si apre un portale architravato sormontato da una lunetta spezzata, su cui si apre una finestrella circolare, corrispondente, all'interno, alla galleria posta sopra l'ingresso. Tra il 1959 e il 1965 la Chiesa, danneggiata durante i bombardamenti del 1943, fu oggetto di lavori di consolidamento della struttura per opera del Genio Civile. Sotto la chiesa si trova un ipogeo. L'indagine archeologica ha dimostrato che in età tardo-punica l'ipogeo fu una cava di blocchi di calcare. Successivamente, come risulterebbe dal rinvenimento in loco di oggetti votivi, sarebbe diventato un luogo di culto. L'ipogeo fu poi riutilizzato come deposito di anfore fino al I secolo d.C.; quindi fu abbandonato per ben dodici secoli, quando riebbe una funzione di luogo di culto. Nel 1263 vi si recò l'arcivescovo di Pisa, Federico Visconti, in visita a Cagliari. Seguì un altro momento di abbandono, causato dalla maggior frequentazione delle vicine nuove chiese di Sant'Anna e San Francesco. Agli inizi del Seicento fu riscoperto e svuotato del materiale che lo aveva riempito.  L'ipogeo è costituito da un grande ambiente centrale collegato con l'esterno da due scalinate scavate nella roccia. Le pareti erano decorate con dipinti, di cui si conserva soltanto quella di San Giovanni Battista, datata al XIII secolo. Sull'altare maggiore è collocata la statua marmorea di Santa Restituta, mentre in quello minore stavano i simulacri delle Sante Giusta, Giustina ed Enedina.  Le statue guidarono la ricerca delle reliquie coronata da successo nel 1614, quando si distrusse l'altare minore per rinvenire i resti sacri. In seguito l'allora vescovo di Cagliari, Francisco Desquivel, ordinò dei lavori di abbellimento con il rialzamento dell'altare e la creazione di tre nicchie: quella centrale ospitava le reliquie delle quattro Sante e la statua di Restituta; quelle laterali accoglievano, probabilmente, i simulacri di Eusebio, vescovo di Vercelli, e di Eusebia abbadessa, ritenuti, tradizionalmente, figli di Santa Restituta. Nel 1620, dopo il ritrovamento, sotto il pavimento della cripta, di altri presunti corpi santi, si decorò ulteriormente l'ambiente aggiungendo il grande altare della cappella di fondo, delimitata da un grande arcone ornato con fioroni e punte di diamante.  Nel corso della seconda guerra mondiale l'ipogeo fu riutilizzato dai Cagliaritani come rifugio per sfuggire ai bombardamenti. Le reliquie di Santa Restituta vennero nascoste nella chiesa di Sant'Anna per proteggerle dai bombardamenti. Se ne perse memoria e sono state recentemente ritrovate nel 1997 da Mauro Dadea in un ambiente dimesso, all'interno di un'urna secentesca in legno rivestita di stoffa e recante un cartiglio che le identifica come reliquie de Santa Restituta.

 

 

S.Efisio

Situata nella parte alta del quartiere di Stampace, la chiesa è collocata in uno slargo dell'omonima via.

La chiesa del santo patrono della Sardegna sorge su un'antica fabbrica, secondo la tradizione luogo della sua carcerazione, che dovrebbe risalire intorno al 430 d.C. L'edificio venne ampliato e modificato nel 1538, quando fu affidato all'appena nata Confraternita di Sant'Efisio, e poi nel XVIII secolo, quando fu edificato l'Oratorio, consacrato nel 1726, come testimonia una lapide murata alla parete di un ingresso laterale di questo ambiente. Secondo il Cabras e il Naitza, l'Oratorio, coperto da volta a botte, sarebbe stato costruito dall'architetto piemontese Antonio Felice De Vincenti, che negli stessi anni si trovava impegnato a Cagliari nella ristrutturazione dell'ex Collegio Gesuitico di Santa Croce. Sul finire del XVIII secolo vi furono nuovi interventi che conferirono alla chiesa l'aspetto attuale, proprio della produzione architettonica piemontese del Settecento.  L'edificio presenta un'unica navata coperta da volta a botte, sulla quale si innestano delle cappelle laterali, e presbiterio rialzato. L'aula è scandita da elementi decorativi di gusto classicheggiante, quali paraste e trabeazioni, mentre all'imposta della volta trovano posto delle finestre quadrate, che con quelle del tamburo ottagonale della cupola che si eleva sopra il presbiterio, danno luce all’interno. La semplice facciata, segnata da tre ordini di lesene ioniche, reca al centro il portale, inquadrato da una cornice e sormontato da un timpano curvilineo, cui corrisponde, nell'ordine superiore, la finestra della cantoria. Il terminale della facciata "a cappello di carabiniere" è un elemento presente in altre chiese sarde già a partire dal XVI secolo, ma qui arricchito da volute e altre decorazioni tipiche del gusto architettonico piemontese del '700. Il campanile, a canna quadrata, risale al rifacimento cinquecentesco dell'edificio.

 

 

Caserma Carlo Alberto

La caserma fu costruita nel 1846 su disegno del genovese Domenico Barabino, maggiore del Genio militare, nella spianata chiamata di San Lorenzo. Qui sino al 1740 si innalzava una cittadella nella quale si apriva la cosiddetta Porta Reale, progettata dall'architetto militare torinese Felice De Vincenti.  Il Barabino curò gli aspetti logistico-militari senza trascurare il decoro urbano nella caratterizzazione monumentale della lunga facciata su viale Buoncammino. Gli edifici della caserma furono costruiti ad opera degli "zappatori del Regno" e ospitarono provvisoriamente la biblioteca militare di Presidio di Cagliari. Oggi sono sede della Polizia di Stato.

 

 

 

 

Ss. Lorenzo e Pancrazio

La chiesa di S Lorenzo, già dedicata a S. Pancrazio, si trova nella sommità del colle di Buon Cammino, a ridosso dell'omonimo Carcere. In origine venne intitolata a San Pancrazio, poi in età spagnola a San Lorenzo o alla Madonna del Buoncammino, in quanto vi si fermavano i viaggiatori per una preghiera propiziatrice, prima di intraprendere il lungo viaggio all'interno dell'isola. La chiesa di San Lorenzo rappresenta uno dei monumenti meno conosciuti dell'architettura medievale a Cagliari, ma non per questo privi d'interesse e della suggestione che in questo caso può venire soprattutto dall'interno, raccolto e pervaso da una luce discreta e diffusa. Mancano notizie documentarie sull'impianto, ma la tipologia edilizia consente di ipotizzarne la datazione al primo quarto del XII secolo. La pianta è a due navate divise da robuste arcate su tozze colonne. Le navate sono voltate a botte e rinforzate da sottarchi. I paramenti murari sono in conci di calcare di media pezzatura. Nel XVIII secolo la facciata originale fu distrutta per edificare un atrio; si aprirono cappelle laterali e si eliminarono le absidi. Dell'antica facciata sopravvivono i conci d'imposta del campanile e una serie di cantoni destinati ad ospitare bacini ceramici. Si contano 48 alloggi ma si conservano soltanto due bacini ceramici. Pur frammentari, permettono d'esser riconosciuti uno come produzione maghrebino-islamica, l'altro come protomaiolica dell'Italia meridionale.

 

 

L'anfiteatro

L'anfiteatro si trova nell'area cittadina di raccordo tra il quartiere di Castello e la zona di Sant'Avendrace

Il termine "amphitheatrum" (anfiteatro) designa un tipo particolare di monumento, peculiare del mondo e della cultura romani, destinato ad accogliere i combattimenti dei gladiatori (detti "munera") e le cacce agli animali feroci (dette "venationes"). Il termine sembra esplicitamente fare riferimento alla forma architettonica della struttura: si tratterebbe appunto di un "amphi-theatrum", cioè di un "theatrum" doppio. Il termine soppianta, a partire dalla prima età imperiale, quello più antico di "spectacula", che letteralmente indica un insieme di sedili da cui era possibile assistere ad uno spettacolo. Le più antiche attestazioni di questo tipo monumentale sembrano risalire alla fine del II sec. a.C. La realizzazione dell'anfiteatro di Cagliari è databile tra il I ed il II secolo d.C. La sua struttura risulta in gran parte scavata direttamente nella roccia della collina, sia le gradinate sia gli ambienti sotterranei. Per la realizzazione delle restanti parti costruttive, come la facciata S ormai distrutta, venne impiegato il calcare locale, estratto in blocchi. La stessa area dell'anfiteatro divenne nel corso dei secoli (a partire dall'età giudicale) una vera e propria cava di pietre, utilizzata sia per il recupero di materiale da costruzione già lavorato sia per l'estrazione di nuovi blocchi calcarei. I segni di questo utilizzo dell'area sono ancora ben visibili. La spoliazione sistematica ebbe fine intorno alla metà dell'Ottocento, quando l'anfiteatro divenne proprietà comunale. Durante l'intervento di scavo condotto dallo Spano vennero rinvenute numerose lastrine di marmo, destinate a ricoprire le gradinate, suddivise in tre diversi livelli, ciascuno dei quali era destinato agli spettatori pertinenti ad una specifica classe sociale; l'accesso a ciascun livello avveniva da uno specifico passaggio. La capienza sembra dovesse aggirarsi intorno ai diecimila spettatori. Al di sopra dell'arena era ubicato il "podium", riservato ai personaggi di maggior rilievo. Le classi sociali dei liberi (suddivisi gerarchicamente in "senatores, equites", plebei e servi) occupavano l'"ima, media, summa cavea". Le donne e gli schiavi occupavano l'ultima gradinata coperta, la galleria. All'anfiteatro di Cagliari si svolgevano soprattutto combattimenti tra gladiatori e scontri tra gladiatori ed animali feroci, ma sembra che l'anfiteatro fosse destinato anche alla rappresentazione di spettacoli teatrali e all'esecuzione delle sentenze capitali. L'acqua piovana che si raccoglieva sulle gradinate dell'anfiteatro confluiva nel cisternone da un passaggio lungo 96 m cui si accede attraverso una apertura scavata nella roccia ("euripus") sul lato S dell'arena.

 

 

Villa di Tigellio

L'area archeologica è ubicata ai piedi del colle di Buon Cammino, non distante dall'anfiteatro romano.

Il nome "villa di Tigellio" è ormai entrato, impropriamente, nell'uso abituale per indicare un'area archeologica cittadina. In realtà l'area comprende non un unico edificio ma un intero quartiere residenziale di età romana. La denominazione trae origine dall'errata convinzione che in questo sito fosse ubicata la "villa" di Tigellio Ermogene, musico sardo che risiedette a Roma negli anni finali della repubblica e che fu amico e conoscente di potenti personaggi, come Cesare e Ottaviano, Cicerone e Orazio. I resti del complesso edilizio oggi visibili risalgono almeno alla fine del I sec. a.C.-inizi I sec. d.C., ma la vita dell'area abitativa perdurò a lungo, giungendo fino al III-IV sec. d.C. (se non addirittura, secondo alcuni, fino al VI-VII sec. d.C.).  Le strutture sono pertinenti ad un edificio termale e a tre edifici abitativi, tipologicamente definibili "ad atrio tetrastilo", cioè contraddistinti dalla presenza di un atrio con quattro colonne collocate ai quattro angoli di una vasca centrale chiamata "impluvium" per la raccolta dell'acqua piovana. Dei tre edifici sottoposti ad indagine di scavo, due sono emersi con maggior evidenza: la "casa del tablino dipinto", che ha restituito resti di pavimentazione mosaicata, e la "casa degli stucchi" che deve il suo nome alla presenza di una notevole quantità di frammenti di decorazione in stucco. Le strutture murarie visibili sono del tipo "a telaio", cioè caratterizzate dall'uso di grossi pilastri verticali, disposti ad una certa distanza gli uni dagli altri, mentre i tratti murari intermedi sono riempiti con pietre di pezzame medio-piccolo. Si tratta di una tecnica già ampiamente utilizzata in ambito punico, ma il cui impiego prosegue anche in età romana e altomedievale.

 

 

Necropoli di Tuvixeddu

La necropoli di Tuvixeddu per estensione e per numero di sepolture è la più grande necropoli punica di tutto il Mediterraneo. Dalla fine del VI sino agli inizi del III secolo a.C., i cartaginesi, che si erano stabiliti presso lo stagno di Santa Gilla, scelsero il colle per seppellirvi i loro morti. I defunti venivano deposti nelle tombe "a pozzo" scavate interamente nella roccia calcarea del colle e profonde dai due metri e mezzo sino agli undici metri. All'interno del pozzo una piccola apertura introduceva alla camera funeraria o cella. Il morto veniva calato nel sepolcro in verticale, con il corpo adagiato su una barella, in cui venivano fissati dei ganci di ferro attraverso i quali il passaggio di funi ne facilitava la discesa all'interno della tomba. Gli addetti alla sepoltura, i necrofori, scendevano nel pozzo utilizzando le "pedarole", dei fori di forma rettangolare scavati sulle pareti frontali dei pozzi per poggiare i piedi durante la discesa e la risalita. Il defunto veniva deposto sul pavimento della camera ed era accompagnato nel viaggio verso l'aldilà dal suo corredo. Oltre ai suoi ornamenti personali (gioielli e porta profumi soprattutti) accanto al morto si deponeva il suo corredo funebre, prevalentemente ceramico: anfore, brocchette, piattini, coppe e lucerne. Il corredo funebre serviva a contenere le bevande ed il cibo necessari al defunto. I punici credevano infatti che dopo la morte convivessero due anime: una che abbandonava subito il corpo ed un'altra vegetativa che continuava a vivere per un pò di tempo ancora dopo la morte e che aveva bisogno di nutrimento per affrontare il passaggio al mondo dei morti. Compiuto il rito funebre, la camera veniva chiusa con una lastra di pietra ed il pozzo completamente riempito, spesso con lo stesso materiale estratto dallo scavo. Sulle pareti delle tombe si osservano dei tagli orizzontali, le "riseghe", che dovevano servire per poggiare le lastre di chiusura dei pozzi per poterli poi riaprire in occasione di nuove sepolture. Nella necropoli di Tuvixeddu però le "riseghe" non hanno carattere funzionale in quanto le tombe venivano utilizzate per un unica deposizione (anche se in realtà a distanza di secoli da una prima sepoltura, si è verificato che la stessa tomba venisse riutilizzata per una seconda inumazione). All'interno di alcuni pozzi si notano delle decorazioni che riproducono simboli religiosi come la mezzaluna sorgiva (simbolo di Tanit), la palma o il globo solare, altri invece presentano delle decorazioni geometriche. Tra le sepolture se ne distinguono due di particolare bellezza: la tomba "dell'Ureo" e la tomba "del Combattente", entrambe dipinte. La tomba dell'Ureo venne scoperta nel 1981, ed è datata intorno al IV secolo a.C. Il suo nome deriva dal serpente alato, l'ureo, dipinto sulla parete e simbolo, nell'antico Egitto, del potere. Il serpente è dipinto tra fiori di loto, palmette e due maschere gorgoniche. Queste maschere, dall'aspetto e dall'espressione orrida, secondo la simbologia religiosa antica avevano il potere di tenere lontani i demoni. La tomba del Combattente è stata esplorata sin dal 1973 e risalirebbe ad un arco temporale compreso tra il IV ed il III secolo a.C. Sulle pareti di questa tomba è dipinta una figura seminuda di guerriero barbuto con elmo sul capo, colto nell'atto di colpire con la lancia l'avversario. In origine doveva essere stata dipinta a tinte forti che sono andate sfumando col passare dei secoli. Il Combattente raffigura il divino Sid, il liberatore, che lotta contro le paure che accompagnano gli uomini durante la vita e nell'oltretomba. Purtroppo né la Tomba dell'Ureo né quella del Combattente possono essere visitate. Attualmente è molto difficile anche individuarle tra le tante tombe presenti sul colle a causa della mancanza di indicazioni in loco. Infatti, per la preoccupazione di proteggerle dal saccheggio sono state murate (ahimé!) con uno strato di cemento. In entrambe i ricercatori hanno rinvenuto diversi arredi funebri (lucerne, coppe, brocche semplici o a "biberon") che sono ora gelosamente conservati al Museo archeologico nazionale di Cagliari. La rilevanza archeologica del colle di Tuvixeddu era conosciuta sin dalla metà del 1800 e proprio a quel periodo risalgono i primi scavi effettuati nella necropoli. Queste prime perlustrazioni vennero condotte con metodi poco scientifici e procedendo "a sbalzi", non in maniera sistematica. Si scavava spinti dall'entusiasmo che in quel momento animava gli studi sulla cultura fenicio - punica, allora poco conosciuta. Una parte consistente della necropoli andò distrutta proprio in quegli anni a causa dell'utilizzo della collina come cava di estrazione di materiale edilizio, sorte che ha condiviso con gli altri colli cittadini. Il risultato più evidente del frenetico lavoro di scavo intrapreso già dall' epoca è il profondo canyon artificiale che si apre alle spalle della necropoli. Esso copre una superficie immensa che da via Falzarego (ingresso principale della necropoli) giunge sino a via Is Maglias. Nei primi decenni del 1900 l'attività estrattiva raggiunse il suo culmine. Con il materiale ricavato dal colle si incrementò la produzione di cemento e calce favorendo lo sviluppo del cementificio di via Santa Gilla, oramai completamente abbandonato ad un lento ed inesorabile degrado. Esso rimane comunque un importante esempio di archeologia industriale in città. Sono bene evidenti i tagli causati dalle ruspe, che hanno "sezionato" le tombe distruggendone una gran parte. Nonostante i gravi danni causati, la destinazione della collina come cava l'ha, seppur paradossalmente, preservata da un'urbanizzazione selvaggia che avrebbe quasi sicuramente segnato il suo destino. Dall'osservazione della parete di tombe sezionata, gli archeologi hanno potuto studiare la disposizione delle sepolture e trarne utili informazioni per conoscere il rituale funebre di età punica. I tagli sulla roccia hanno messo in evidenza anche un lungo tratto dell'acquedotto romano che attraversa tutta la necropoli e la taglia al centro.

Attualmente sulla collina sono in corso i lavori per la realizzazione del Parco Archeologico che preserverà tutta l'area dallo stato di abbandono da cui versa da ormai troppi decenni e che l'ha resa facile preda di tombaroli privi di scrupoli. Durante le opere di sistemazione, nello spazio che nel progetto del Parco è destinato ad ospitare la biglietteria ed i servizi (cioè al lato dell'ingresso di via Falzarego), sono emerse nuove tombe sino ad ora inesplorate. Questa recente scoperta testimonia come le tombe abbiano occupato tutto lo spazio della collina. In questo lato della necropoli è accaduto che molte tombe si siano sovrapposte le une alle altre, creando delle situazioni in cui il pozzo dell'una si può trovare sopra la camera dell'altra. Questa sovrapposizione è causa di cedimenti nel terreno. Tra le tombe della parte più interna della necropoli invece si rispetta una maggiore distanza tra una cella e l'altra.

Sul colle di Tuvixeddu si trova anche una necropoli romana. Le sepolture romane sono sparse lungo il pendio del colle che degrada verso viale Sant'Avendrace. L'intero viale, in periodo romano, costituiva la necropoli occidentale della città (contrapposta a quella orientale che si estendeva dal complesso di San Lucifero e San Saturnino sino a Bonaria). I romani avevano un concetto della morte molto diverso rispetto a quello dei punici. Per essi la morte era nefasta e generava contaminazione. Per questo i luoghi di sepoltura si trovavano fuori dal centro abitato, lungo le vie di accesso (e viceversa, d'ingresso) delle città. Nella necropoli romana di Tuvixeddu prevale il rito funebre dell'incinerazione (ossia della cremazione del corpo del defunto) tipico dell'età repubblicana. In seguito si diffuse anche la pratica dell'inumazione dei corpi e per un certo periodo si praticarono entrambi i rituali. Il colle di Tuvixeddu raggiunge in altezza i 99 metri sopra il livello del mare. Ancora oggi è incerta l'origine del nome intorno al quale esistono varie ipotesi: Tuvixeddu potrebbe derivare da tuvu (cava) e quindi significare piccola cava o piccola grotta in riferimento alle numerose grotte, ai cunicoli, ai pozzi ed alle cavità naturali e artificiali sparse sul colle; oppure Tuvixeddu potrebbe significare collina dai tanti fori, le tombe a pozzo, scavate nella roccia dai cartaginesi per seppellirvi i loro defunti.

 

 

Grotta della Vipera

Il monumento è parte integrante di una più vasta area funeraria che interessa il colle di Tuvixeddu.

Il monumento noto come "grotta della Vipera" è in realtà un ipogeo funerario (ossia un luogo di sepoltura scavato nella roccia). Si tratta di una delle tombe che costituivano la necropoli monumentale ubicata nel suburbio di Cagliari romana. Le tombe, coerentemente con una pratica urbanistica di cui l'esempio più eclatante è la via Appia a Roma, si disponevano ai lati della strada che usciva dalla città. Più propriamente, è possibile definirlo come un mausoleo familiare della nobildonna romana Atilia Pomptilla e del marito Lucio Cassio Filippo. Quest'ultimo era forse parente dell'anziano giurista Gaio Cassio Longino, esiliato in Sardegna dall'imperatore Nerone nel 65 d.C. Anche Lucio Cassio Filippo e la consorte Atilia Pomptilla erano stati condannati all'esilio nell'isola.  La facciata, scavata nella roccia, riproduce quella di un tempietto in stile ionico composito. All'interno il mausoleo è suddiviso in tre ambienti: un vestibolo, una prima camera funeraria, una seconda camera funeraria.  Nel mausoleo risultano praticati sia il rito funerario dell'inumazione sia quello dell'incinerazione. Il nome attuale, "Grotta della Vipera", deriva dalla presenza sul frontone di due serpenti scolpiti affrontati, il cui significato è stato variamente interpretato dagli studiosi: secondo alcuni, essi rappresenterebbero le figure divine di Isis e Osiris; secondo altri, si tratterebbe invece della rappresentazione simbolica di Lucio Cassio Filippo e di Atilia Pomptilla e, al contempo, della fedeltà conuigale, oltre che un monito ai passanti per il rispetto del luogo funebre; secondo altri ancora, infine, i due serpenti sarebbero in qualche misura interpretabili come un riferimento al mito di Cadmo e Armonia. L'ipogeo ha restituito un numero complessivo di 16 iscrizioni: nove sono in lingua latina e sette in lingua greca; quattordici (si tratta di quelle incise sulle pareti della prima sala) sono in versi esametri o distici elegiaci, mentre le due restanti (cioè l'iscrizione sul frontone e l'altra nella tabella che sovrasta l'architrave della porta d'accesso alla prima camera funeraria) non sono in versi.

Di una di tali iscrizioni, quella che troviamo sul frontone, riportiamo:  

1 )il testo così come compare sul frontone: O▪I▪O▪Q▪S▪MEMORIAE▪ATILIAE▪L▪F▪POMPTILLAE▪BENEDICTAE▪M▪S▪P

2) il testo con lo scioglimento delle abbreviazioni:  O(pus) i(nstitutum) o(blatum)q(ue) s(acrae) memoriae Atiliae L(ucii) f(iliae) Pomptillae benedictae. M(aritus) s(ua) p(ecunia)

3) la traduzione:  "Monumento edificato e dedicato alla sacra memoria della benedetta Atilia Pomptilla, figlia di Lucius. Il marito (fece) a proprie spese".  Dall'elogio funebre fatto incidere da Lucius sulle pareti della tomba veniamo a sapere che Atilia Pomptilla avrebbe offerto agli dei la propria vita in cambio di quella del marito. La datazione del monumento rappresenta una questione piuttosto dibattuta a causa della complessità e dell'eterogeneità degli elementi di cui occorre tenere conto per poter giungere ad un corretto inquadramento cronologico. Le proposte di datazione sinora avanzate oscillano, nelle opinioni degli studiosi, tra la seconda metà del I sec. a.C. e la metà del II sec. d.C.

 

 

Orto botanico

L'Orto Botanico sorge su un'area della città di grandissimo interesse archeologico. L'Orto, infatti, è situato tra l'Anfiteatro romano e la Villa di Tigellio, le più importanti testimonianze della presenza romana a Cagliari, ed al suo interno conserva alcune cisterne di epoca punica e quel che resta di un terminale di acquedotto romano che portava l'acqua in città da Villamassargia. Nell'Orto si trova ancora il "libarium" (altrimenti conosciuto come Fontana di Palabanda), un pozzo romano molto profondo di acqua di falda, così chiamato perché vi si dissetavano gli attori che recitavano all'Anfiteatro. L'acqua del pozzo era utilizzata ed, addirittura, venduta sino all'ottocento. L'area dell'Orto è nota come "vallata di Palabanda" e si distingue per il suo clima mite e la protezione dai venti. In passato però l'intera zona ebbe una fama sinistra legata alle vicende del suo ultimo proprietario: l'avvocato Salvatore Cadeddu. Accusato di essere uno degli artefici della "congiura di Palabanda" organizzata nel 1812 per detronizzare Vittorio Emanuele I di Savoia, il Cadeddu venne processato ed impiccato. Dal quel momento in poi tutta la zona venne vista con sospetto. All'interno dell'Orto, vicino alla vasca centrale, un lapide apposta nel 1992 ricorda questo tragico episodio. Fu l'Università di Cagliari ad acquistare l'area dove, nel 1866, su iniziativa del prof. Patrizio Gennari venne inaugurato ufficialmente l'Orto Botanico. L'Orto si trova tra le Facoltà universitarie di Giurisprudenza, Scienze Politiche, Economia e Commercio e l'Ospedale civile (il San Giovanni di Dio), progettato nel 1844 dall'architetto Gaetano Cima. Si estende su una superficie di 5 ettari e si trova a 50 metri sopra il livello del mare. Il clima, di tipo mediterraneo secco, ha favorito lo sviluppo di quattro settori di ricerca:

Il settore mediterraneo che si dedica alla coltivazione ed allo studio di specie vegetali sarde e provenienti da aree caratterizzate dal clima mediterraneo (Americhe, Asia, Africa, Oceania).

Il settore tropicale che si occupa dell'acclimatizzazione delle specie tropicali.

Il settore delle piante succulente indirizzato allo studio delle specie vegetali caratteristiche di zone aride e rocciose.

Il settore medicinale (o Orto dei Semplici) ristrutturato nel 1996, conta circa 120 specie suddivise secondo l'uso terapeutico. Ne fanno parte due aiuole aromatiche destinate ai non vedenti.

L'Orto fu gravemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale e negli anni 1942-44 ospitò un battaglione di cavalleria che trovò rifugio in un enorme cisterna romana a forma di damigiana. La cisterna, che aveva la capacità di contenere circa 160 m³ d'acqua, costituiva la parte finale dell'acquedotto romano che portava l'acqua in città da Villamassargia (in corrispondenza dell'inbocco della cisterna si trova attualmente un aula della vicina facoltà di Giurisprudenza). Nel dopoguerra fu ripresa con grande alacrità l'opera di rimboschimento e l'Orto assunse l'aspetto che conserva ancora oggi. L'Orto ospita circa 600 alberi, 550 arbusti e 75 piante lianose; ci sono anche 800 specie coltivate in vaso e facenti parte di diverse collezioni; le piante grasse (o succulente) sono circa 1000 distinte in diverse coltivazioni. In occasione dell'anno giubilare all'interno dell'Orto è stato inaugurato una percorso molto interessante dedicato alle piante della Bibbia. Disseminati qua è là tra le altre piante, si incontrano vasi che si contraddistinguono per la particolare etichetta che cita il passo della Bibbia in cui vengono nominate. All'interno dell'Orto si trova anche l'Istituto di Botanica, edificato nel 1908, che ospita il Dipartimento di Scienze Botaniche, da cui l'Orto stesso dipende. Il Dipartimento si occupa delle ricerche, delle esercitazioni e delle lezioni di Biologia vegetale per i Corsi di Laurea delle Facoltà di Scienze e Farmacia dell'Università di Cagliari. Nelle sale dell'Istituto è possibile visitare l'Erbario con la sua ricca collezione di circa 50.000 piante secche distinte in due settori: quello Sardo e quello generale. L'ingresso dell'Istituto si trova in viale Fra Ignazio, a fianco alla Facoltà di Giurisprudenza. L'Orto Botanico non è solo un centro di studi dell'Università. Esso è uno dei giardini più ameni nel cuore della città dove è possibile trascorrere delle piacevoli ore di relax all'ombra delle sue piante ormai secolari.

 

 

 

Villanova

Villanova è il quartiere dell'espansione di Cagliari verso la campagna. Nelle case basse del suo nucleo storico, la maggior parte modeste, qualcuna con misurati estri liberty, non è raro trovare ancora oggi impensabili giardini o avanzi degli orti di un tempo. 

Monumenti: La profonda religiosità che permeava in passato Villanova e che ha fatto nascere i riti della Settimana santa, di ascendenza spagnola, non è ancora del tutto soffocata e giustifica un percorso per chiese. Alcune di queste si completano di chiostri e conventi: è il caso di S.Mauro, col suo secentesco chiostro a porticato, e di quello, ancora più elaborato, di S.Domenico. La parrocchia di S.Giacomo, invece, si affianca ai due antichi oratori delle Anime e del Crocefisso, ricchi di arredi lignei e marmorei che fanno la ricercatezza del loro interno. 

La Galleria comunale d'Arte moderna, in fondo ai Giardini pubblici, accoglie, insieme a mostre temporanee, opere di artisti sardi del Novecento e una collezione incentrata sulle Neoavanguardie italiane degli anni Sessanta e Settanta. Al quartiere di Villanova appartengono ancge la chiesa di S.Saturnino e la Basilica di N.S. di Bonaria.

 

 

S.Mauro

Il complesso religioso sorge nel quartiere di Villanova: la chiesa affaccia sulla via S. Giovanni, mentre un lato costeggia la via Macomer; anche il convento è accessibile dalla via S. Giovanni e un lato affaccia sulla via S. Mauro. Il complesso francescano venne fondato dai Minori Osservanti nel secondo quarto del Seicento ai margini di Villanova ed ebbe funzione trainante dal punto di vista sia economico che urbanistico, contribuendo all'estensione del quartiere. Secondo il Corona il convento nacque precisamente nel 1646 per volontà del canonico Francesco Gaviano di Seui, al fine di accogliere i frati Recolletti appositamente venuti da Valenza; passò poi ai Padri Osservanti, che vi insediarono il proprio noviziato e che vi permasero nonostante le leggi di soppressione degli Ordini religiosi. Sul sito occupato dal complesso seicentesco insisteva precedentemente una piccola chiesa intitolata alla Vergine della Salute; l'intitolazione a San Mauro deriva dal rinvenimento della sepoltura di tale santo nei pressi della basilica di San Saturno, durante gli scavi condotti nel primo quarto del Seicento. La chiesa, mononavata con profonde cappelle laterali comunicanti, presenta campate voltate a crociera e presbiterio in parte voltato a botte, rimaneggiato negli anni Ottanta del Novecento in seguito alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II; l'edificio è concluso da un profondo coro e presenta una cantoria addossata alla controfacciata. Le cappelle laterali sono in numero di tre per lato; la prima a destra rispetto al portale d'ingresso è coperta da una cupola impostata su tamburo ottagonale, mentre tutte le altre sono voltate a botte.  La facciata della chiesa è bipartita da una cornice marcapiano fortemente aggettante, cui fa eco una ulteriore cornice dall'aggetto meno pronunciato: la parte superiore del prospetto è ritmata verticalmente da quattro risalti inquadrati da un timpano dalla cornice aggettante e, soltanto lateralmente, raccordati in diagonale al marcapiano, così da formare un motivo a doppio timpano spezzato; al centro si trova una nicchia contenente, dal 1933, la statua di San Mauro. La parte inferiore della facciata è scandita da sei lesene in cinque specchi, in ognuno dei quali si trovano aperture rettangolari, che diventano cieche negli specchi più estremi. Nello specchio mediano una finestra a ferro di cavallo sovrasta l'arco a pieno centro che delimita la lunetta al di sopra del portale; il dipinto ospitato all'interno della lunetta è attualmente sottoposto a interventi conservativi. Nel 1935 la facciata è stata oggetto di restauri di stile classicheggiante, che hanno comportato la sostituzione del coronamento a timpano semplice, sovrastato da campanile a vela, con quello ben più elaborato tuttora visibile, nonché l'aggiunta delle numerose lesene a ritmarne l'aspetto.

 

 

Chiesa di San Domenico

L'edificio sorge su una vasta area del quartiere storico di Villanova, soprastante la piazza Garibaldi.

L'edificio, originariamente tardogotico, venne gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1943. L'importanza dell'architettura e la presenza della comunità dei Domenicani, a Cagliari fin dalla metà del Duecento influirono sui problemi della ricostruzione, in bilico tra ripristino e forme nuove.
Tra il 1952 e il 1954 l'architetto Raffaello Fagnoni risolvette il caso in modo intelligente, usando l'unica aula della chiesa originaria, parzialmente conservata, come base della nuova che la sovrasta e ricalcando gli spazi dell'antica struttura. La chiesa superiore ha una sola navata, ristretta in corrispondenza del presbiterio affiancato da due altari, che seguono lo schema gotico-catalano del primitivo impianto. Un profondo coro completa lo spazio coperto dalla grande cupola ogivale, mentre il tradizionale rosone è sostituito da una finestra alta, lunga e stretta che conclude la facciata ad andamento orizzontale. Un alto campanile, staccato rispetto alla chiesa, completa il sagrato, contornato purtroppo da un'area ancora non sistemata dopo i danni di guerra. L'esterno si distingue per l'uso di un materiale tipicamente cagliaritano, il calcare usato a vista anche nell'interno, dove dalle pareti laterali partono le straordinarie strutture in cemento armato che sorreggono la copertura. Due fasci di nervature, che ricordano quelle gotiche, si innalzano a formare, intrecciandosi, una fitta rete che su un piano orizzontale richiama gli schemi delle volte a crociera distrutte, aggiungendo nelle ''vele'' stelline in terracotta, non previste in origine, allo scopo di nascondere le inevitabili fenditure dell'intonaco. Nella chiesa inferiore - impropriamente chiamata cripta, in realtà l'aula originaria, rimasta priva di copertura - accanto alle parti superstiti si vede la ricostruzione in altezza semplicemente sagomata e priva della decorazione gotica originaria, in perfetta osservanza delle regole della Carta del Restauro. In precedenza, tra il 1937 e il 1939, era stata ricostruita la facciata del convento in seguito all'apertura della via XXIV Maggio, che collega le piazze San Domenico e Garibaldi. Angelo Vicario, allora architetto nella Soprintendenza ai Monumenti della Sardegna, disegnò una sobria e lunga facciata con un corpo centrale retto da pilastri di ordine gigante, che incorniciano un alto arco appena ritagliato sulla superficie liscia.

 

 

Chiostro di S.Domenico

Ubicato nello storico quartiere cagliaritano di Villanova, il chiostro rappresenta l'unica sopravvivenza monumentale del complesso di San Domenico, dopo la distruzione sotto i bombardamenti del 1943. Il quartiere si formò ai piedi di Castello, dopo che quest'ultimo divenne, nel XIII secolo, la sede del potere cittadino. L'insediamento dei Domenicani a Cagliari risale al XIII secolo ma la chiesa di San Domenico nel quartiere di Villanova fu impiantata nella prima metà del XV secolo, sul modello della cattedrale di Girona. Modificata nel corso dei secoli successivi, mantenne le originarie forme gotico-catalane fino al 1943, quando venne quasi completamente distrutta nei bombardamenti della città. La ricostruzione del dopoguerra ha risparmiato solo poche strutture dell'antica chiesa, mentre si conservano due bracci del chiostro, uno del XV e l'altro del XVI secolo.  Il chiostro ha pianta quadrangolare con un perimetro di circa 25 m per lato. L'ala ovest consiste di sette cappelle quattrocentesche, voltate a crociera costolonata con gemma pendula. Le campate sono divise da sottarchi modanati, che si innalzano da capitelli fito-zoomorfi sostenuti da peducci troncopiramidali. Nell'ala S, due ordini di arcate sono anch'esse riferibili alla stessa fase edificatoria. L'ala E e quella N derivano dalla ricostruzione voluta da Filippo II di Spagna nel 1598. I quattro lati del chiostro sono aperti verso il giardino con archi a tutto sesto impostati su pilastri, più robusti nei lati S e O.

 

 

S.Giacomo

La chiesa di San Giacomo si erge con il suo campanile nello storico quartiere di Villanova, di cui è parrocchiale, affiancata dagli oratori delle Anime e del Crocefisso. Il quartiere si formò ai piedi di Castello, dopo che quest'ultimo divenne, nel XIII secolo, la sede del potere cittadino. La chiesa di San Giacomo qualifica uno degli spazi urbani più suggestivi e raccolti del centro storico di Cagliari. La prima menzione documentaria risale al 1346 ed è contenuta nelle Ordinazioni dei Consiglieri di Castello di Cagliari.  La chiesa, parrocchiale del quartiere di Villanova, fu conclusa entro il XV secolo e si impose come uno dei primi modelli dell'architettura gotico-catalana in Sardegna, replicato agli inizi del XVI secolo nelle numerose parrocchiali campidanesi che presentano la stessa soluzione del campanile affiancato e allineato alla facciata, in origine quadrata e merlata.  Il campanile conserva un'epigrafe che ne tramanda la cronologia di fabbrica, compresa fra il 1442 e il 1448. La facciata gotico-catalana venne sostituita dall'attuale, di forme neoclassice puriste, realizzata nel XIX secolo su progetto di Gaetano Cima. L'aula misura circa 30 m. Nell'unica ampia navata si affacciano cinque cappelle per lato, aggiunte all'impianto originario. La zona presbiteriale è costituita da una capilla mayor, con volta stellare e gemme pendule, fiancheggiata da due cappelle. In facciata, quattro robuste colonne neoclassiche, con fusto liscio e capitelli in stile corinzio, reggono un grande timpano che si sviluppa su tutto il frontone. Addossato al prospetto frontale e impostato sulla prima cappella a s., si erge per circa 30 m di altezza l'originale campanile a canna quadrata. Al vertice, sui quattro lati si aprono finestroni ogivali.

 

 

Oratorio delle Anime

Collocato fra la parrocchiale di S. Giacomo e l'oratorio del Crocifisso, sorge sul lato più lungo della piazza San Giacomo nel quartiere di Villanova.L'oratorio venne edificato tra il 1699 e il 1709 sul sito del loggiato cimiteriale attiguo alla chiesa parrocchiale ad opera della Confraternita delle Benedette Anime del Purgatorio, sorta nel 1695 con finalità di mutuo soccorso e affiliata all'Arciconfraternita della Beata Maria del Suffragio, con sede a Roma nella chiesa di Santa Maria in via Lata. Per la nuova costruzione fu necessario ottenere, nel 1699, la comunione del muro dell'attiguo oratorio del Crocifisso, rispetto al quale l'oratorio delle Anime presenta una minore estensione longitudinale. L'edificio non fu soggetto a modifiche fino al 1782, quando l'interno venne rimaneggiato sotto l'influenza dell'ingegnere sabaudo La Marchia attivo nella parrocchiale di San Giacomo; infine, la costruzione ha subito danni considerevoli durante i bombardamenti del 1943. L'edificio, a pianta rettangolare, è mononavato, con copertura a botte impostata su cornice; il tetto è costituito da tegole e coppi. La parete di fondo dell'aula consente, mediante due aperture simmetriche, l'accesso alla sacrestia edificata nel 1715. La sobria facciata è conclusa a terminale piatto e bipartita da cornice marcapiano in forte aggetto, che delimita uno specchio su cui nella parte superiore si apre un oculo; lo specchio inferiore, scandito da un'ulteriore cornice, ospita due portali architravati con timpano curvilineo spezzato sormontati da aperture ottagonali, cui in controfacciata corrisponde l'ambiente della cantoria, da queste illuminato. Tra i due portali è incassata una lapide piuttosto corrosa, che reca l'intitolazione dell'oratorio e nella quale, ancora negli anni Sessanta, erano leggibili la data di ultimazione dei lavori nonché i nomi dei tre obreres. La presenza del doppio ingresso, probabilmente determinata da esigenze di culto, è comune ad altri oratori, compreso quello attiguo dedicato al Crocifisso. Nell'oratorio ha sede la Confraternita i cui membri, esclusivamente rigattieri nel sec. XIX, indossavano abito rosso provvisto di cappuccio e di cordone dello stesso colore; recavano inoltre sul petto un'insegna di tela, sulla quale era dipinta l'effigie della Vergine del Suffragio, il cui simulacro, secondo la testimonianza dello Spano e del Corona, veniva condotto in processione dai congregati l'8 di settembre. La Confraternita possedeva un fondo finanziario cui attingere per le celebrazioni della Vergine, delle Anime e di S. Aventino e per la retribuzione di un cappellano. Dal dopoguerra l'oratorio non è più in uso.

 

 

Oratorio del Crocefisso

Attiguo all'oratorio delle Anime del Purgatorio, sorge sul lato più lungo della piazza San Giacomo nel quartiere di Villanova. L'oratorio venne edificato tra il 1665 e il 1667 sopra una precedente aula costruita in due fasi, nel 1629 e nel 1641-1645, sui ruderi del loggiato cimiteriale attiguo alla chiesa parrocchiale di San Giacomo, dopo che nel 1616 era stata fondata la Confraternita del Santo Cristo, che nello stesso anno fu aggregata da Paolo V a quella cinquecentesca del Santissimo Crocifisso di San Marcello dei Frati Serviti in Roma. Tra il 1667 e il 1682 l'edificio fu adibito esclusivamente a sala di riunione dei confratelli e soltanto nel 1683 si iniziò a celebrarvi la Messa. Nel 1697-1698 venne costruita, attigua al lato destro dell'oratorio, l'abitazione del cappellano. Nel primo quarto del Settecento l'edificio subì rimaneggiamenti resi necessari dalle mutate esigenze del culto, che imposero l'inversione dell'asse liturgico: l'altare andò quindi a occupare l'attuale presbiterio sopraelevato e determinò la costruzione di una nuova sacrestia, collocata lateralmente ad esso. Nel 1705 vennero erette la cantoria e la scalinata di accesso al presbiterio. L'oratorio è stato danneggiato durante i bombardamenti del 1943 prevalentemente in corrispondenza della sacrestia, integralmente ricostruita nel 1954. L'edificio, a pianta rettangolare, è mononavato e voltato a botte impostata su cornice in forte aggetto; la parete sinistra dell'aula ospita tre nicchie funzionali al deposito dei simulacri; il tetto è coperto da tegole. La facciata, costruita nel 1665-1667, è bipartita da una cornice marcapiano sovrastante un fregio con ornato fitomorfo ad altorilievo concluso lateralmente da leoncini rampanti, due dei quali, affrontati, compaiono anche al centro del motivo decorativo. L'aggettante cornice mistilinea del timpano è raccordata tramite una mensola a un ulteriore coronamento "a lucerna da carabiniere", ossia ad arco doppiamente inflesso, in questo caso desinente in volute; il timpano ospita un'apertura quadrangolare fiancheggiata da rosette litiche. La parte inferiore del prospetto è scandita da quattro lesene concluse da capitelli corinzi che inquadrano due portali dal timpano curvilineo spezzato. La presenza del doppio ingresso, probabilmente determinata da esigenze di culto, compare anche in altri oratori, nonché in chiese binavate espressione del Romanico sardo della prima metà del sec. XII. Due piccole aperture ellittiche sovrastanti due mensole illuminano la cantoria addossata alla controfacciata e contribuiscono ad impreziosire il ricco ornato della facciata. I membri della Confraternita, cui dal 1649 poterono essere ammesse anche le donne, indossavano tunica bianca guarnita con fasce di seta nera sulle maniche e sul collo; la veste, provvista di cappuccio e di cintura in seta bianca, recava inoltre un'insegna di tela sulla quale erano dipinte la croce, la corona di spine, le chiavi e il motto "Hic abscondita est fortitudo nostra", a significare probabilmente la forza interiore derivante ai confratelli dalla fede nel Cristo Crocifisso. L'associazione cessò la propria attività alla fine dell'Ottocento, per essere poi rifondata nel secolo successivo. È tuttora pienamente attiva nei riti officiati durante la Settimana Santa, quando in occasione del Venerdì Santo dall'oratorio il Cristo morto viene portato in processione fino alla chiesa di San Lucifero.

 

 

Basilica di S.Saturnino

La basilica, nell'abitato di Cagliari, prospetta su una grande piazza. L'area su cui sorge, ai piedi del colle di Bonaria, corrisponde alla più antica necropoli cristiana attestata nel capoluogo.

Il titolo è registrato per la prima volta in un passo del diacono Ferrando, biografo di Fulgenzio, il vescovo di Ruspe che nel primo quarto del VI secolo fu esiliato dal re Trasamondo dal Nord Africa a Cagliari, dove soggiornò due volte e fondò un monastero "iuxta basilicam sancti martyris Saturnini". L'edificio sarebbe stato costruito come "martyrium" per onorare San Saturnino, martirizzato a Cagliari nel 304. L'impianto originario era quello di una chiesa altomedioevale cruciforme, a pianta centrale con quattro bracci uguali e corpo centrale cupolato. Di questa fabbrica rimangono il corpo cupolato e residui dell'abside a scarsella quadrangolare. La cupola è raccordata tramite scuffie a mezza crociera (che sostituirono forse trombe a quarto di sfera) al vano quadrato, definito da archi a pieno centro che scaricano su pilastri con colonne alveolate in marmo rosso d'Africa. Nel 1089 il titolo fu donato da Costantino-Salusio II de Lacon-Gunale, giudice di Cagliari, ai Vittorini di Marsiglia, che ricostruirono il monastero e istituirono a San Saturnino la sede del priorato sardo. Ai monaci si deve la ristrutturazione della chiesa in forme protoromaniche tra il 1089 e il 1119, anno della riconsacrazione. Durante questa fase, dovuta a maestranze provenzali, fu mantenuto il corpo centrale cupolato e furono riedificati i quattro bracci, di cui resta integro solo quello orientale, a tre navate e abside, con paramento in calcare di Bonaria, accenni di bicromia dovuti all'inserimento di conci vulcanici e utilizzo di spogli marmorei. La navata mediana ha volta a botte impostata su cornice e scandita da sottarchi, mentre le navatelle hanno volte a crociera in cantonetti. In un manoscritto del Carmona, del 1631, sono contenuti due disegni dell'edificio romanico ancora integro, prima che nel 1669 dai bracci in rovina fosse asportato del materiale impiegato nella ristrutturazione della cattedrale cagliaritana.

 

 

Basilica di N.S. di Bonaria

Nel colle di Bonaria furono scavate le tombe della necropoli romana e della prima comunità cristiana di Cagliari. A sinistra della basilica sorge il santuario edificato nel 1324-25, la più antica architettura gotico-catalana in Sardegna.Sul finire del XVII secolo padre Bernardo di Cariñena, mercedario del convento di Bonaria, divenne arcivescovo di Cagliari. Fu lui a volere la costruzione di una nuova chiesa, da affiancare all'antico santuario trecentesco. I lavori iniziarono nel 1704 ma non andarono oltre le fasi preliminari. Quando la Sardegna passò al ducato di Savoia, fu affidato un nuovo progetto all'ingegnere militare piemontese Antonio Felice De Vincenti. Egli eseguì anche un pregevole modello ligneo, tuttora esistente, considerato la testimonianza più precoce e organica del Barocco in Sardegna. Il De Vincenti fonde elementi piemontesi, in particolare guariniani, e spagnoli, appresi sia in Sicilia sia in Sardegna. Il progetto prevedeva un impianto a tre navate, transetto poco pronunciato, cupole sul presbiterio e all'incrocio con il transetto, pronao d'ingresso. Benché mai realizzato, fu d'esempio per la successiva architettura isolana. Nel 1742 fu costruito il pronao. Tra il 1764 ed il 1765 il marmoraro cagliaritano Squinardi realizzò le colonne binate ed i capitelli che scandiscono la navata. Il lavoro fu poi completato dai carpentieri Denergry e Dejoannis. Nel 1778 un altro ingegnere piemontese, Giuseppe Viana, apportò al progetto consistenti modifiche, anch'esse però mai realizzate. Per mancanza di fondi e per l'opposizione del governo sabaudo, i lavori furono definitivamente sospesi nel 1804; nel 1866 il convento e l'area dell'erigenda chiesa furono incamerati dal Comune di Cagliari e il resto passò al Demanio dello Stato. Solo in occasione dei lavori che sconvolsero l'assetto del santuario, tra il 1869 e il 1875, si riprese il progetto di ultimare la chiesa. Nel 1907 papa Pio X proclamò la Vergine di Bonaria Patrona Massima della Sardegna; l'avvenimento dovette certo accelerare la riapertura di un cantiere ormai invaso dalla vegetazione e con le strutture pericolanti per la lunga esposizione alle intemperie. I lavori ripresero nel 1910 sotto la direzione dell'ingegner Simonetti, il quale decise di eseguire in cemento armato le coperture delle navate e la cupola all'incrocio con il transetto; si tratta di uno dei primi esempi in Sardegna di utilizzo del nuovo materiale, della cui progettazione ed esecuzione si occupò la società Porcheddu di Torino. La chiesa fu consacrata, anche se non completamente ultimata, nel 1926, ed ebbe da Pio XI il titolo di Basilica Minore. Di fredde forme classiciste, ha impianto a croce latina. La facciata è divise in due ordini: quello inferiore, a tre fornici inquadrati da coppie di lesene, immette nel pronao d'ingresso, diviso in tre campate; in quello superiore si apre la loggia delle benedizioni sormontata da un timpano con lo stemma dei mercedari. L'interno, a tre navate ed ampio transetto, ha dieci cappelle, quattro per lato nelle navate laterali e due nel transetto, ai lati del presbiterio. La navata centrale è voltata a botte scandita da sottarchi, quelle laterali hanno volte a vela sovrastate da cupolini ottagonali. All'incrocio con il transetto si eleva una cupola su tamburo ottagonale, conclusa da lanterna. I bombardamenti del 1943 provocarono la caduta degli stucchi dorati delle volte e della cupola, delle cornici e degli intonaci dipinti. Ai primi lavori di ripristino, operati dal Genio Civile nell'immediato dopoguerra, seguirono, dal 1958, quelli che diedero all'edificio la veste attuale, diretti dell'architetto perugino Gina Baldracchini. Il degrado delle strutture in cemento armato, causato dall'umidità e dall'aria salmastra, ha reso necessari ulteriori lavori di restauro diretti, tra il 1983 ed il 1998, dagli architetti Jolao Farci e Marco Atzeni.

 

 

Scalinata di Bonaria

La scalinata si sviluppa dal sagrato di Bonaria fino al sottostante viale Diaz ed era prevista già prima della seconda guerra mondiale per sistemare lo spazio antistante alla basilica. La scalinata nasce da un concorso bandito nel 1960 e vinto dagli architetti romani Adriano e Lucio Cambellotti. Originariamente il progetto doveva comprendere anche gli spazi fino al viale Colombo e il mare (su Siccu) in un'unica soluzione. Avviata tra il 1962 e il 1963 la scalinata fu aperta al pubblico nel 1967, dopo varie interruzioni.  La scalinata, lunga e articolata, non ha un preciso asse, ricorrendo invece ad un equilibrio di masse piuttosto che di simmetrie, tanto che la salita consente la scoperta progressiva della facciata della basilica, fino alla colonna mariana che ricorda l'evento miracoloso (1370) dell'arrivo dal mare della cassa di legno contenente la statua della venerata Madonna di Bonaria, peraltro stilisticamente più tarda. Il materiale è una concrezione di conglomerato di cemento e schegge di pietrame sardo (granito e calcare), che avvolge la scala, creando spazi di sosta e di passaggio, fino ad un culmine che sovrasta le sepolture paleocristiane ad "arcosolium", ritrovate durante i lavori. Non venne invece completato il ninfeo, con l'acqua a cascata, mai realizzato per la complessità dell'impianto idraulico e oggi riempito con terra e vegetazione.

 

  Itinerari fuori Cagliari

1) Verso ponente. Lungo l'arco occidentale del golfo, immediatamente fuori Cagliari, c'è lo spettacolo della laguna di S.Gilla. Qui, nonostante i guasti dell'industrializzazione, è di casa un'avifauna ricchissima; è facile trovare anche una colonia di fenicotteri rosa, che si divide tra questo stagno e la riserva faunistica di Molentargius.

Laguna di Santa Gilla

Sono circa 4.000 ettari di acque che sbarrano l'espansione cittadina, separati dal mare col cordone sabbioso di La Plaia. Per secoli fu regno incontrastato di un'avifauna ricchissima, che in parte esiste ancora. Sono dunque di casa specie migratorie e nidificanti come il cormorano, la folaga, l'avocetta, il pollo sultano, il cavaliere d'Italia. Ma la presenza più straordinaria è costituita da una colonia di fenicotteri rosa, che si divide tra questo stagno e quello di Molentargius e che è facile trovare a poche decine di metri dalla strada. L'asfalto, che si è incuneato nella laguna, rappresenta solo un aspetto della violazione del luogo. Infatti, dal primo dopoguerra in poi, nell'area hanno stabilito la propria sede parecchi impianti chimici. L'industrializzazione e la conseguente crescita dei traffici commerciali hanno reso inoltre urgente la costruzione di un porto-canale. Tuttavia,proprio la realizzazione di quest'opera ha urtato la coscienza ecologista dei cagliaritani, scatenando una lunga disputa risolta solo agli inizi degli anni Ottanta. Ai margini del porto industriale, di prossimo compimento, si sono così inseriti il progetto di un'oasi faunistica e l'attivazione di un depuratore (nella zona di Macchiareddu). Il degrado ambientale, che aveva raggiunto livelli allarmanti, è stato in parte arrestato e S. Gilla è stata restituita ai pescatori. Le seduzioni della laguna non si esauriscono nelle colonie di uccelli e negli splendidi tramonti sull'acqua. AI km 3 della statale per Pula, sul lato destro venendo da Cagliari, quella che in tempi andati fu una minuscola isoletta (sa illetta, ora inglobata nella strada) conserva una cappella in attesa di restauri. La facciata del tempietto, dedicato a S. Simone, è caratterizzata dal portale gotico strombato, sormontato da una lunetta affrescata con l'effigie dell'apostolo nell'atto di benedire. L'interno, ad unica navata ed abside semicircolare, con volta a botte ed archi a crociera, presenta un altare, un tabernacolo con il Trionfo degli angeli osannanti l'Eucarestia, un olio di Felice Melis Marini..

 

Stagno di Molentargius

Lo stagno di Molentargius è un'oasi naturale, una delle più importanti del Mediterraneo, che i fenicotteri rosa, esemplari rarissimi che in Europa nidificano solo in Spagna e Francia, hanno scelto come luogo ideale per costruire i loro nidi. L'evento eccezionale si verificò nel 1993 quando una colonia di fenicotteri nidificò nello stagno dando vita ad un migliaio di nuovi nati. Nella primavera di quell'anno nelle acque dello stagno si registrò la presenza di oltre 10.000 esemplari della specie. Negli anni successivi essi ritornarono ad accoppiarsi a Molentargius e nel 1997 si è intrapreso il monitoraggio dei nuovi nati ai quali è stato applicato un piccolo anello che consentirà di controllarne gli spostamenti. I fenicotteri sono degli uccelli dalle lunghe zampe e dal piumaggio vivacemente colorato che librandosi in volo disegnano una lunga scia rosa nel cielo. Il loro caratteristico colore rosa deriva da un piccolo crostaceo di cui sono ghiotti e che vive nelle acque dello stagno insieme ad altre varietà di crostacei ed insetti di cui essi si cibano. I sardi li hanno soprannominati sa genti arrubia. Ogni primavera puntualmente si accoppiano, seguendo precisi rituali, nelle acque dello stagno, protetti dalle lunghe file di canne dagli sguardi indiscreti di uomini e predatori. La particolarità dello stagno di Molentargius è proprio quella di trovarsi nel bel mezzo del centro abitato più popoloso di tutta l'isola, quello di Cagliari e Quartu Sant'Elena, immerso nel traffico caotico e nei rumori cittadini. Lo stagno, che si estende su una superficie di 550 ettari, dal 1999 è stato dichiarato Parco nazionale e affidato alla tutela dei quattro comuni coinvolti nell'area: Cagliari, Quartu, Quartucciu, Selargius ed alla provincia. L'attuazione del progetto del Parco Molentargius - Saline tuttavia stenta a decollare. Lo stagno, che si divide in due aree, quella d' acqua salata del Bellarosa maggiore e quella d' acqua dolce del Bellarosa minore, racchiude un ecosistema di grandissima rilevanza scientifica.  La stessa diversità delle acque che lo compongono consente l'esistenza di differenti varietà sia vegetali che animali. Le acque salmastre rappresentano l'habitat ideale oltre che dei fenicotteri rosa anche di molte altre varietà di uccelli: avocette, gabbiani, cormorani, aironi cinerini, tuffetti, sono solo alcuni degli esemplari che frequentano assiduamente lo specchio d'acqua salata. Preferiscono le acque dolci del Bellarosa minore e la sua folta vegetazione: la garzetta, il pollo sultano, il cavaliere d'Italia, il mignattaio e tante altre specie rare. Altri uccelli, anfibi e rettili frequentano indistintamente entrambi i bacini. Negli ultimi anni, durante la stagione invernale, è stata segnalata la presenza di circa 20.000 uccelli. Un'altra zona umida importantissima in cui i fenicotteri ed altri rarissimi esemplari hanno scelto di riprodursi, grazie alle favorevoli condizioni climatiche, è la laguna di Santa Gilla, situata nel versante occidentale di Cagliari. Del Parco fanno parte anche le saline, che si trovano tra lo stagno e la spiaggia del Poetto.  Il nome Molentargius è legato alla produzione del sale derivando da "su molenti", "l'asinello" utilizzato in passato per trasportare il sale estratto dalle saline di cui il Bellarosa maggiore rappresentava la prima vasca di evaporazione. Le altre due vasche evaporanti e le caselle salanti occupano l'area retrostante il litorale del Poetto e sono separate dallo stagno dalla breve striscia sabbiosa di Is Arenas. La storia delle saline ha origini antichissime. Tutti i conquistatori dell'isola e della città, a partire dai fenici sino ai piemontesi, si dedicarono allo sfruttamento di questa preziosissima risorsa naturale. I primi colonizzatori dell'isola, i fenici, al loro arrivo trovarono già una fiorente produzione. Essi furono i primi ad intraprenderene l'esportazione da abili navigatori e commercianti quali erano. Fu durante l'impero romano che l'attività raggiunse il suo culmine: dal porto di Cagliari partivano navi cariche di sale (e grano) dirette verso la penisola, scortate dalla potente flotta del Tirreno per non essere saccheggiate dai pirati.  Caduto l'impero sotto i colpi delle invasioni barbariche, anche il commercio del sale conobbe una batutta d'arresto durata alcuni secoli. I giudici di Cagliari concessero lo sfruttamento delle saline ai monaci vittorini di Marsiglia. Ad essi subentrarono i pisani che, dopo aver distrutto il giudicato di Cagliari nel 1258, presero il potere dando nuovo impulso all'attività estrattiva. Gli aragonesi assegnarono agli abitanti di Cagliari una concessione annua di sale mentre i re di Spagna introdussero il monopolio regio sul sale che in tutto il regno era venduto al prezzo di "10 soldi a quartino". Gli addetti all'estrazione del prezioso minerale, i salinieri, erano i contadini dei villaggi limitrofi (i cagliaritani erano esonerati da questo obbligo) costretti ad estrarre il sale mettendo a disposizione i propri attrezzi e gli animali per il trasporto (gli asinelli che hanno dato il nome allo stagno). Ad essi si affiancarono in seguito i condannati della colonia penale di San Bartolomeo. Fu il re Carlo Alberto, nel 1836, a decretare la fine di questa durissima prestazione servile.  Dal quel momento in poi l'estrazione del sale fu affidata a manodopera libera. Le saline attiravano lavoratori da tutto l'hinterland cagliaritano rappresentando un'importante fonte d'impiego e di sviluppo economico. Negli ultimi secoli l'industria saliniera passò sotto il diretto controllo dello stato che investì notevoli risorse per l'introduzione di moderni macchinari e la formazione del personale addetto alle attività estrattive. Nonostante il calo dell'esportazione che si registrò nel ventesimo secolo a causa della concorrenza di altri paesi del Mediterraneo, il sale continuò ad esse una risorsa importante dell'economia cittadina e isolana. L'attività di estrazione svolta dalle Saline di Stato cessò definitivamente nel 1985 a causa dei notevoli danni ambientali ad essa connessa. Non pochi sperano che una volta risolti i problemi di inquinamento e riconvertita l'industria del sale in modo da essere compatibile con l'ambiente circostante, le saline possano rincominciare a produrre dando nuovo impulso allo sviluppo economico di tutta la zona.

 

 

2) Nora

Le prime frequentazioni del luogo dove sorge Nora risalgono probabilmente all'epoca nuragica, anche se su questo periodo le informazioni sono molto scarse. Secondo la tradizione letteraria Nora è la città più antica fondata in Sardegna, e ciò parrebbe confermato anche dalle stele fenicie ritrovate in loco. La colonizzazione fenicia a partire dall' VIII secolo circa, fa di Nora  un importante centro commerciale dotato di tre porti, oggi non più visibili. Relativamente a questo periodo importanti informazioni provengono dalle indagini archeologiche ancora in corso, con la scoperta di un complesso sacro nella zona del Coltellazzo (sotto la torre spagnola), e di un quartiere abitativo di età punica al di sotto del foro romano.  Successivamente, in età punica, Nora accresce ulteriormente la sua importanza raggiungendo un alto grado di prosperità e divenendo sicuramente una delle più importanti città della costa meridionale sarda. Di questo periodo sono visibili scarsi resti architettonici, quali il tempio di Tanit e alcuni resti nella zona a mare.  La dominazione romana comincia nel 238 a.C..

Gli scavi effettuati negli anni 50' hanno portato alla luce vaste aree della città del periodo romano e la maggior parte delle strutture visibili risalgono al periodo imperiale.

Nel 1952 la rappresentazione di un dramma dello scrittore Marcello Serra nei ruderi del teatro di Nora, eseguita a cura dell'ESIT, portò ad effettuare uno sterro per la posa del palcoscenico, che mise in luce strutture antiche. La scoperta, che del resto non avrebbe dovuto giungere inaspettata, provocò la decisione dell'allora Soprintendente alle Antichità della Sardegna prof. Gennaro Pesce, di iniziare un lavoro sistematico. Ciò avvenne con finanziamenti regionali per un cantiere scuola dove operarono talvolta sino a cinquanta sterratori, guidati da assistenti di scavo e volontari. Lo scavo si protrasse sino al 1960 scoprendo più di tre ettari di rovine. Una edizione scientifica di questi scavi, dei materiali ritrovati, dalle strutture edilizie, delle varie situazioni topografiche e cronologiche della città non è mai stata purtroppo fatta, così che ci mancano tutti i dati stratigrafici dell'area urbana e le conseguenti relazioni fra materiali mobili e strutture. Dal 1960 in poi Nora è stata interessata solo da alcuni saggi alle fortificazioni puniche dell'acropoli, posta sulla Punta di Coltellazzo, da parte dell'attuale Soprintendente Prof. Ferruccio Barreca. Nel 1977 e nel 1982 si sono scavate alcune tombe romane venute fortuitamente alla luce sull'istmo, e, sempre nel 1977, Carlo Tronchetti ha proceduto allo scavo integrale delle Terme a mare, effettuando, in seguito, limitate verifiche in alcuni settori della città.  A partire dal 1990 le Università di Genova, Padova, Pisa, Viterbo e Venezia, in collaborazione con la Soprintendenza di Cagliari e Oristano, sono impegnate in attività di scavo, ricognizione del territorio, e studio dei reperti.

 

I reperti dell’area archeologica

 Il Foro

La piazza della città romana è posta nel settore orientale dell’abitato, alle pendici dell’altura del Coltellazzo, tra la cala nord-orientale e quella sud-orientale. Presenta una forma regolare, grosso modo quadrangolare, di cui sono ora visibili solo tre lati; il lato settentrionale è andato distrutto a causa dell’erosione marina. L’accesso al foro avveniva mediante due ingressi, costituiti da un arco o da una porta, posti l’uno dinanzi alla curva della strada, l’altro nell’angolo nord-est. I lati orientale e occidentale erano delimitati da porticati che davano accesso a vari ambulacri e ambienti. A est la situazione è poco chiara, mancando gran parte delle strutture in elevato; ad ovest rimangono più chiare tracce del porticato, di cui si notano ancora le basi per colonne o pilastri, e delle strutture mosaicate retrostanti. Sul lato settentrionale la regolarità dell’impianto è spezzata dalle fondazioni di un grande edificio sacro, ora distrutto. La pavimentazione in lastre di arenaria include, in una zona più o meno centrale, un basamento destinato con ogni probabilità ad ospitare la statua di qualche personaggio benemerito. Reimpiegata nella stessa pavimentazione è inoltre la base di una statua onoraria con dedica a Q. Minucio Pio, databile tra la fine del I e l’inizio del II sec. d.C.

 

Le terme di levante

L’edificio termale posto ad oriente della città è posto in prossimità del mare. L’erosione marina, che ha interessato la porzione orientale del complesso, e il cattivo stato di conservazione delle strutture non permettono di ricostruirne con esattezza la pianta. Un grande vano pressoché quadrato, decorato con un mosaico policromo geometrico con riempimenti floreali, permetteva l’accesso dalla strada. Dall’atrio, tramite una soglia mosaicata con motivo a losanga, si passava ad un vano irregolare su cui si apre l’apodyterium. La parte erosa dal mare doveva comprendere gli ambienti riscaldati. Di questa rimangono solo le tracce in un vano absidato e in un altro dotato di praefurnium, in cui bisogna probabilmente identificare il calidarium. Esso è separato dall’atrio di ingresso mediante un corridoio cieco; un altro passaggio allungato si imposta a nord. Nella porzione meridionale dell’edificio la situzione è ancora meno chiara, dal momento che gli scavi non sono mai stati completati. Si può riconoscere solo una grande vasca, forse pertinente alla natatio. La datazione del complesso pare collocabile nel IV sec. d.C.

 

Il teatro

Il teatro cittadino si trova nel settore orientale della città, in prossimità del foro, in una zona di leggero pendio ai piedi del cosiddetto colle di Tanit. Si tratta di uno degli edifici meglio conservati della Nora romana e doveva contenere tra i 1.100 e i 1.200 spettatori. L’emiciclo esterno, mosso da otto nicchioni quadrangolari e da tre vomitoria, era decorato da una cornice elegantemente modanata circa a metà della sua altezza originaria. Sul lato orientale si trovava la porticus post scenam, da cui si poteva accedere a due ambienti comunicanti con la scena. Sul lato meridionale il prospetto del teatro era inquadrato da un portico di cui non rimangono che le basi. L’orchestra semicircolare, accessibile mediante due passaggi voltati, era pavimentata in mosaico. La cavea era composta da dieci file di gradini su cui sedevano gli spettatori, i quali, entrati dai vomitoria, potevano distribuirsi sulle gradinate mediante un largo passaggio posto nella parte più alta della cavea. Due piccole tribune, accessibili dalla porticus post scenam mediante due scalette in pietra, si impostavano sopra i passaggi voltati. La frons scenae era mossa da quattro nicchie semicircolari; due piccole scale laterali portavano sulla scena, pavimentata con travature in legno, di cui rimangono solo gli incassi. Nell’iposcenio sono stati rinvenuti due grandi orci con probabile funzione di contenitori di derrate, riferibili ad una fase tarda, in cui l’edificio perse la sua originaria funzione teatrale. L’intero complesso edilizio mostra l’esistenza di tre fasi edilizie, l’area della scena, a partire con ogni probabilità dalla prima età imperiale, durante le quali l’area della scena subì numerose modifiche.

 

Il tempio presso il foro

Sulla strada che collega il foro al teatro si affaccia un tempio, cui si accedeva tramite una larga scalinata che introduceva in un peribolo decorato con un mosaico raffigurante un labirinto; esso circondava il tempio su tre lati. Il pronao, piuttosto tetrastilo che esastilo, era fruibile tramite una seconda rampa, posta in asse con la prima. La cella, di forma pressoché quadrata, è decorata con un mosaico databile tra la fine del II e l’inizio del III sec. d.C. e si prolungava in un piccolo adyton.

 

Le abitazioni orientali

Si tratta di un quartiere di abitazione di cui si conservano resti ora scarsamente comprensibili, con elevati talora notevoli costruiti in opus africanum. Al suo interno sono presenti cisterne a bagnarola e pozzi. Di rilevante interesse è che gli scavi precedenti hanno restituito in quest’area materiali molto antichi, databili all’età fenicia.

 

Isolato centrale

Lungo la strada che dal teatro conduce al settore occidentale dell’abitato si estende un isolato sottoposto ad un’intensa continuità di vita, occupato ora da edifici di difficile definizione. Nella porzione centrale si può individuare una domus con peristilio di otto colonne, decorato con mosaici databili tra la fine del III e l’inizio del IV sec. d.C. In una fase successiva il mosaico della corte centrale fu coperto da una nuova pavimentazione in opus sectile. In età tarda nel settore nord-occidentale fu impostato un complesso dalla probabile destinazione artigianale, come sembra testimoniare la presenza di strutture produttive (ziri interrati, utilizzati probabilmente per la conservazione delle derrate alimentari, bacili in pietra, macine, fornaci).

 

Le terme centrali

Si tratta di un edificio di difficile comprensione, perché poco rimane degli alzati e perché le sovrapposizione e i rimaneggiamenti sono stati numerosi. Hanno la stessa disposizione circolare degli ambienti che si ritrovano nelle altre terme di Nora: da un grande ambiente quadrangolare d’ingresso, forse un apodyterium, si accedeva a un frigidarium con vasca quadrangolare gradinata; di qui, probabilmente tramite un’ampia scala, si raggiungevano due ambienti riscaldati e quindi il calidarium, munito di vasca semicircolare ad acqua calda. Il percorso interno delle terme doveva quindi svolgersi con un andamento anulare, che portava dal frigidarium al tepidarium, poi al calidarium, per tornare infine al frigidarium transitando per l’altro tepidarium. Dietro ai prefurnia si situavano ambienti di servizio. Il mosaico pavimentale dell’apodyterium si data tra il II e il III sec. d.C. Più tardo, forse pertinente ad una fase successiva, è quello del frigidarium, attribuito alla seconda metà del III sec. d.C.

 

Edificio sul colle Tanit

Si tratta di una struttura dalla forma rettangolare, visibile ora solo al livello delle fondazioni. Al suo interno una serie di ambienti quadrangolari si dispone senza un ordine preciso. Una certa regolarità si nota solo sul lato orientale, dove uno spazio rettangolare centrale e due quadrati ai lati definiscono un impianto tripartito. In passato il monumento è stato letto come un basamento destinato a ospitare un altare o una piccola edicola dedicata a Tanit. Il ritrovamento di una piccola piramide in pietra identificata come l’idolo betilico della dea, aveva infatti suggerito, già all’inizio del secolo, che la struttura fosse dedicata a questa divinità. Gli studi più recenti tendono invece ad attribuire i resti al sistema di fortificazione punico della città.

 

Il quartiere sotto il colle Tanit

Si tratta di un quartire di abitazione disposto lungo il pendio che scende dal colle di Tanit. Purtroppo si è completamente perso l’aspetto originario della zona per quanto concerne la struttura delle case. Non si riconoscono infatti i muri di sostruzione degli ambienti pertinenti a un piano superiore da quelli che definiscono vani al piano terra; inoltre non possiamo sapere se i primi si affacciassero sulla strada che costeggia la cima del colle di Tanit ovvero se fossero accessibili dalle stanze inferiori. Di queste riconosciamo lunghi ambienti, disposti perpendicolarmente all’asse della strada, con pavimenti in cocciopesto spesso attraversati da canalette di scolo delle acque. In molti vani si apre una cisterna a bagnarola, dalle cui vicinanze si originano spesso le canalette. Fra queste case trova posto un piccolo spiazzo per una fontana pubblica, preceduta da una zona pavimentata in cacciopesto. La struttura è di forma pressoché quadrata, con il lato rivolto verso la strada concavo. Lo spazio destinato all’attingimento dell’acqua è pavimentato in andesite. L’approvigionamento di acqua deriva, con ogni verosimiglianza, da una grande struttura posta alle spalle della fontana, una sorta di piccolo castellum aquae. Subito dopo la fontana è una piccola strada, percorsa da una canaletta, che saliva verso il colle.

 

Santuario di Esculapio

Il grande complesso, posto sulla sommità del promontorio meridionale detto di “sa punta 'e su coloru”, si presenta come una delle aree sacre più antiche della città; da qui proviene un’edicola databile al VII sec. a.C. Alcune statuette di dormienti, rinvenute durante lo scavo e databili al II sec. a.C., hanno permesso di collegare l’edificio al culto di Esculapio, il punico Eshmun, nel cui ambito era compreso il rito dell’incubazione. Ulteriore conferma di ciò sembra essere la presenza del serpente, animale sacro al dio, le cui spire avvolgono una di queste figure di dormienti. Il santuario fu interessato da varie vicende costruttive, rifacimenti e distruzioni, che hanno assai complicato la comprensione della planimetria generale e della funzione dei vani, nonché della loro appartenenza alle diverse fasi. Recenti indagini hanno permesso di individuare una prima fase costruttiva che numerosi indizi di carattere tipologico e metrologico suggeriscono di inquadrare in età punica, anche se i dati archeologici a nostra disposizione forniscono solo un generico terminus ante quem al II sec. a.C. Appartengono a tale fase alcune strutture relative all’edificio templare vero e proprio, cui si collega una serie di recinti posti su livelli via via più alti procedendo verso sud, nonché alcuni basamenti disseminati nell’area santuariale, probabilmente all’esterno del nucleo maggiore, e le tracce di un accesso all’area sacra dalla parte del mare. Alcune delle strutture appartenenti a questo primo complesso furono riutilizzate nella costruzione, di probabile età post-costantiniana, di un edificio disposto su più livelli preceduto da un’ampia terrazza. Esso era costituito da un pronao, da una cella e da un adyton doppio absidato.

 

La Casa dell'atrio Tetrastilo

La casa, con prospetto porticato, è incentrata su una piccola corte con vasca centrale e pozzetto accessibile dall’esterno tramite un corridoio percorso da una canaletta. Attorno alla corte si dispone una serie di vani mosaicati, in parte affacciati su di essa, in parte distribuiti su altri tre corridoi. Tra essi si distringue, subito a sinistra dell’ingresso, un cubiculum con decorazione musiva bipartita in cui è inserito un emblema con la raffigurazione di una figura femminile seduta su un animale marino. Il mosaico è databile nella prima metà del III sec. d.C. Una piccola gradinata doveva portare al piano superiore, ora del tutto assente. La costruzione dell’edificio è da collocare almeno agli inzi del III sec. d.C. e si imposta sopra strutture precedenti, forse di età punica.

 

L'abitazione Signorile  a nord della Casa dell'atrio Tetrastilo

A nord della Casa dell’Atrio Tetrastilo si estendono i resti di un’altra abitazione signorile dal cattivo stato di conservazione. Il fronte dell’edificio è allineato con quello dell’abitazione vicina, ma non vi è traccia di porticato. Anch’esso si incentra su una piccola corte tetrastila, accessibile dall’esterno tramite un corridoio. Ad occidente della corte si apre un altro corridoio percorso da una canaletta. Manca tutta la parte settentrionale del complesso; la porzione meridionale è invece suddivisa in una serie di ambienti di non facile interpretazione. L’edificio, il cui primo impianto, sembra coevo a quello della Casa dell’Atrio Tetrastilo (inizio III sec. d.C.), è stato sottoposto in età tarda a numerosi rimaneggiamenti.

 

Le terme a mare

L’edificio si presenta con i lati nord e est contornati da un porticato, mentre ci sfugge il lato occidentale, eroso dal mare. L’accesso avveniva tramite una piccola gradinata posta all’angolo dei portici e comunicante con un atrio collegato ad un apodyterium pavimentato a mosaico. In posizione centrale era il grande frigidarium a pianta quadrata, con una nicchia absidata su un lato e due vasche sui lati nord e sud utilizzate per immersioni in acqua fredda, che sgorgava dalle tre nicchie absidate che ne ornavano le porzioni superiori. L’accesso a queste vasche, rivestite di lastre di marmo, avveniva mediante gradini, anch’essi in marmo. Nell’angolo nord-ovest era l’accesso al percorso agli ambienti riscaldati, posti lungo il lato occidentale dell’edificio e serviti da forni collocati in un corridoio ora non più visibile. Si tratta di un tepidarium, di un ambiente elissoidale e di un calidarium absidato con vasca rettangolare. Un altro forno era posto sul lato settentrionale. Sul lato sud erano una grande sala mosaicata speculare all’ingresso e comunicante con il porticato orientale, un piccolo ambiente di servizio e di un grande vano absidato dalla funzione incerta. L’ultimo ambiente pertinente alle terme è accessibile solo dalla parte terminale del portico orientale tramite una soglia rialzata e si riconosce come latrina pubblica, collegata alla fogna che proveniva dalle terme e successivamente si dirigeva verso il mare. L’intero edificio doveva essere decorato con mosaici. Il momento di costruzione si pone tra la fine del II e l’inizio del III sec. d.C. Circa due secoli dopo, ma la data non è precisabile con sicurezza, l’edificio fu riattato con funzione diversa, non altrimenti specificabile. Il crollo finale avvenne in seguito ad un incendio, di cui si sono trovate tracce evidenti sotto le grandi volte crollate, che si data fra il VII e l’VIII sec.

 

Lo spiazzo a est delle terme a mare

Il grande spiazzo, ora occupato dal crollo asportato dalle terme, non è di facile lettura. Del suo aspetto originario si è individuato per ora solo il piano di lastricatura in piccole pietre e un porticato sul lato settentrionale. Potrebbe trattarsi di una struttura connessa con l’edificio termale, forse una palestra.

 

Il macellum

Nell’area occidentale della città, lungo la strada E-G, si imposta un grande complesso eseteso entro un intero isolato, il cui ingresso principale avveniva dalla strada G-H, su cui si impostava un porticato comunicante con una serie di ambienti e con un lungo corridoio posto a nord-est. L’edificio si articolava attorno a un grande cortile centrale dalla forma rettangolare, apparentemente senza aperture. Sul lato nord-orientale correva un lungo corridoio, da cui si accedeva a otto ambienti, uno dei quali conserva ancora le tracce della decorazione dipinta. All’interno di questo corridoio si aprivano un pozzo e una cisterna, le cui cronologie e connessioni con l’edificio sfuggono e, nell’angolo sud-orientale, un vano di notevoli dimensioni. Sul lato opposto un’altra serie di vani comunicava direttamente con la strada E-G. L’edificio, la cui costruzione, datata nella prima metà del III sec. d.C., portò al radicale riassetto dell’intera area, è stato interpretato, se pur dubitativamente, ora come hospitium, ora come macellum-horreum.

 

Le piccole terme

Le cosiddette Piccole Terme si impostano lungo la strada denominata G-H. L’accesso all’edificio avveniva tramite una piccola gradinata seguita da un lungo corridoio decorato con un mosaico geometrico policromo a ottagoni adiacenti. Nel corridoio si aprono numerosi pozzetti e lungo la parete meridionale corre un bancone che si prolunga nel vano successivo, sempre mosaicato, con funzione di apodyterium. In questo ambiente il bancone presenta delle aperture regolari coperte a cappuccina. Dal corridoio, tramite una piccola scala, si accedeva al frigidarium, decorato con un mosaico geometrico a riempimenti floreali e dotato di una vasca a tre nicchie semicircolari. In epoca tarda questa vasca fu adibita a forno mediante l’innalzamento del pavimento. A fianco dal frigidarium si trova il calidarium, con annesso praefurnium a est, accessibile da una scaletta. Nella porzione occidentale del complesso sono due ambienti forse utilizzati come tepidaria

Il complesso è datato al IV sec. d.C.

 

La basilica

L’edificio è collocato nel settore occidentale della città, lungo la strada G-H. Si tratta di una grande basilica (m 33 x 22) a tre navate, la centrale delle quali absidata, preceduta a est da un nartece affacciato sulla strada. I muri perimetrali, costruiti con materiali di reimpiego, si impostano su edifici precedenti, appositamente rasati. L’accesso dalla strada, posta a un livello inferiore, avveniva probabilmente attraverso gradinate collocate tra i sei pilastri o colonne del portico. Soglie in andesite mettevano in comunicazione il nartece con le tre navate interne, divise da due muri che si aprivano in tre grandi aperture, verosimilmente ad arco. La pavimentazione interna era in cocciopesto. Il tetto doveva essere a capriate, con doppio spiovente. Un recente sondaggio eseguito al di sotto del pavimento ha permesso di individuare un terminus post quem per la costruzione dell’edificio nella seconda metà del III sec. d.C.

 

Il porto

La particolare morfologia del promontorio di Nora ha portato ad ipotizzare la collocazione del porto nelle insenature che la fiancheggiano. Tuttavia, tali insenature potevano assicurare solo delle cale di buon tempo (summer anchorages) essendo troppo esposte ai venti di Scirocco e Libeccio.

L’antico porto di Nora è certamente da localizzare nel golfo naturale, trasformato in peschiera nel 1957, posto a Nord-Ovest della penisola. Si tratta di un braccio di mare, parzialmente occluso da una duna d'arenaria (penisola di Fradis Minoris), riparato dai venti settentrionali e occidentali. L’ipotesi di uno sfruttamento portuale dell’area trova conforto nella lettura delle fotografie aeree che mostrano come tra il 1954 e il 1995 quest’insenatura subì un processo di colmata e d’interramento. Tale processo è dovuto in parte agli accumuli fangosi portati dai fiumi che vi sfociano e in parte accelerato dalle opere di drenaggio e dalla costruzione del molo per la trasformazione dell’area in peschiera. L’interramento e i detriti portati dai corsi fluviali dall’età storica ad oggi potrebbero aver completamente colmato lo specchio d’acqua che in età a noi prossima e quindi, a maggior ragione, in età antica aveva profondità tali da garantire ormeggi: di fatto essi erano ancora possibili nel 1889, quando la cartografia IGM identificava il toponimo con il nome Cala di Nora e l’area era utilizzata come porticciolo per piccoli natanti.

Le indagini condotte nei terreni immediatamente circostanti e nelle acque antistanti la peschiera hanno portato all’individuazione di una serie di evidenze archeologiche connesse al porto. E’ questo il caso di una serie di edifici posti sulle sponde settentrionali e orientali della peschiera che costituiscono un settore produttivo/artigianale legato alle attività portuali. Inoltre, una serie di strutture sommerse sono state individuate lungo la costa occidentale del promontorio. Si tratta di barriere frangiflutti e canali, che oltre a contrastare l’attività erosiva marina e ad impedire l’interramento dell’avamporto facilitavano l’ingresso al porto sull’onda delle correnti superficiali.

 

 

3) L'lglesiente

Offre itinerari di "archeologia" industriale, tra gli insediamenti minerari ormai inattivi, e occasioni speleologiche a portata di tutti. Nella grotta di S.Giovanni, a circa 3 km da Domusnovas, si entra addirittura in automobile: la tortuosa galleria naturale si apre sulla parete del monte Acqua. Le incrostazioni di minerali creano invece uno scenario di grande effetto nelle grotte di Is Zuddas, a circa 6 km da Santadi.

S.Antioco, I'isola maggiore, è congiunta artificialmente alla terraferma con un ponte. Dell'antica colonia fenicia di Sulci (VIII sec. a.C.) si possono visitare i resti della necropoli e del tophet. Una scelta di ceramiche, gioielli e altri reperti fenici o romani ed iscrizioni ebraiche è esposta all'Antiquarium, in via Castello (accanto alla fortezza). raccomandabile l'escursione (in gommone) alle isolette del Vitello, della Vacca e del Toro, un paradiso per i subacquei più esperti. Occorre invece il traghetto o l'aliscafo per arrivare a Carloforte, da Calasetta e da Portovesme. La visita darà spazio al mare e alle splendide coste dell'isola nonché alla speciale atmosfera del paese.

 

 

 

4) Verso nord. Giara di Gesturi.

La Giara di Gesturi è un altopiano basaltico di origine vulcanica. Situato nella Sardegna centro- meridionale, al confine tra la "bassa marmilla" e il "sarcidano", si estende su una superficie di 42 Kmq a circa 600 m. sul livello del mare.  La notorietà dell'altopiano, a livello internazionale, è dovuta alla presenza dei famosi "cavallini della Giara" che vivono allo stato brado, perfettamente integrati nell'ambiente. Tali cavallini sono una specie tra il normale cavallo ed il pony, hanno il manto scuro e l’altezza che in media raggiunge  il metro e venti  al garrese. La loro presenza  sulla  Giara  è antichissima, come alcuni siti archeologici stanno a testimoniare.  La Giara è un altopiano venuto su per un capriccio creativo della natura, in un certo punto della Sardegna. Un pezzo di terra dove il tempo perde il suo valore e lascia il passo all’incedere delle stagioni, senza che le stagioni cambino nulla. Forse la Giara è un brandello di corpo celeste caduto dal cielo, che muta colore e profumi se piove o se comanda il sole. Un eremo silenzioso dove vegetazione, acqua ed animali possono vivere in un insieme quasi indistinto, elementi di un paesaggio unico ed irripetibile. Una sorta di fortezza dove la natura si ripara dall’avanzare rumoroso dell’umanità e dove regna sovrano il disordine straordinariamente organizzato della natura stessa. Una natura misteriosa quanto misterioso è il nome del luogo: la Giara, “sa Jara” nel sardo di queste zone, forse il residuo di un linguaggio remoto, precedente la conquista dell’isola. Giara forse come il risultato mutato nel tempo del vocabolo greco “glarea”, la ghiaia, dal ruvido pietrisco misto a ciottoli che ricopre l’intera superficie dell’altopiano. Un’isola  nell’isola.

 

Quarantacinque chilometri quadrati segnati da rocce, boschi di leccio e di sughere, macchia mediterranea ed una densa coltre di specie botaniche disparate, concentrate in un’area talmente ristretta da sembrare un museo naturale, circondato e forse un tempo difeso da ventitré nuraghi ed aperto sulla Marmilla e sul Sarcidano, terre in cui l’uomo nei secoli ha potuto incidere appena il tanto da garantirsi la sopravivenza. Camminare sulla Giara, percorrere i suoi 14 chilometri di lunghezza attraverso i segni che l’uomo ha lasciato nell’arco di 3500 anni è un’esperienza che non ha riscontri: abitata fin dalla preistoria, risulta difficile distinguerei resti del passato dai detriti lavici che la rivestono. L'altipiano basaltico che domina il paesaggio, ricoperto da boschi, macchia mediterranea e prateria erbosa, accoglie i quadrupedi famosi per la loro taglia piccola, poco più di un metro di altezza in media. Ai piedi della giara di Gesturi, in un lembo di Marmilla pianeggiante, c'è Barumini. Qui si trovano le testimonianze più significative della civiltà nuragica nell'isola. Le caratteristiche abitative e l'architettura del monumento principale Su Nuraxi non hanno confronti, anche per il loro stato di conservazione, in Sardegna. Ritornando verso Cagliari, una deviazione per Villanovaforru permette la visita ad altri resti archeologici e a un museo di ottimo livello.

 

[1] La festa del popolo sardo, Sa die de sa Sardigna, è legge del nostro Consiglio Regionale dal 14 settembre 1993. Rievoca un momento esaltante dei "Vespri Sardi" l'insurrezione popolare del 28 aprile 1794 che portò all'espulsione da Cagliari e dall'isola dei Piemontesi e del Vicerè Balbiano. La sollevazione nacque dall'inadempienza del Governo torinese nel soddisfare le domande indirizzate dai rappresentanti dell'autonomo Regno sardo al Re, per ottenere il godimento di diritti di cui i sardi per secoli avevano goduto in virtù di solenni patti. Nello stesso tempo significavano, dopo tanti anni di dominio, una nuova presa di coscienza dell'identità e dell'orgoglio del popolo sardo, e della volontà di autonomia e autodeterminazione. Una festa, questa di Sa die de sa Sardigna, che vuole essere luogo d'incontro e occasione di gioia, nella quale devono deporsi conflitti e pene quotidiane, per esprimere propositi solidali e pacifici ispirati alla memoria storica e alla fede dei propri valori e risorse.

 

[2] Breve biografia di Gaetano Cima 1805-1878Architetto cagliaritano tra i più importanti del XIX secolo. Nacque nel 1805 da un'agiata famiglia che lo assecondò nelle inclinazioni culturali, permettendogli di studiare architettura a Roma, in ambiente di purismo neoclassico, sotto la guida di grandi maestri, tra i quali il Canina e il Poletti. Rientrato a Cagliari, fu tecnico dell'ufficio del genio civile dal 1834 al 1836. Entrato poi in contrasto col viceré, si dedicò alla libera professione fino alla morte, avvenuta nel 1878.   Fautore di uno stile rinnovato, il Cima fu un architetto originale e fecondo, la cui attività si esplicò in vari centri della Sardegna. Costruì o intervenne parzialmente su chiese (San Giacomo di Cagliari, parrocchiale di Guasila, San Francesco di Oristano), palazzi e ville nobiliari dai canoni palladiani (Villa Santa Maria a Pula, di proprietà della famiglia Cugia, e Villa Aymerich a Laconi), teatri (teatro civico di Cagliari, andato distrutto nei bombardamenti del 1943). Ma la sua più importante opera fu il monumentale ospedale civile di Cagliari, di stile rigorosamente neoclassico, modernissimo per l'epoca (1842).  Fondamentale fu anche l'opera del Cima in campo urbanistico. Il progetto di sistemazione urbanistica di Cagliari, definitosi con modifiche dopo il 1861, vedeva come elementi architettonici emergenti il palazzo comunale, in gustoso stile Liberty,e la terrazza neoclassica Umberto I, sorta sul luogo dell'abbattuto bastione di St. Remy.