Itinerari attorno ai luoghi: i riti della Settimana Santa

I cori della Settimana Santa diAlgheroI RITI DELLA SETTIMANA SANTA La settimana Santa di Alghero

Le manifestazioni della Settimana Santa algherese (Setmana Santa de l’Alguer) sono tra le più suggestive della Sardegna, per l’affascinante scenario del centro storico cittadino e per la forte impronta catalana dei riti che si ripetono immutati da secoli. Un ruolo centrale hanno i Germans Blancs (confraternita di N.S. della Misericordia), che dal XVII secolo organizzano le sacre rappresentazioni della Passione. Ad essi la leggenda attribuisce il prodigioso recupero, nelle acque del porto cittadino, del bellissimo Cristo ligneo [1]di fattura spagnola che costituisce l’elemento centrale dei riti. La notte del Venerdì Santo, il Cristo Morto, dopo il rito del desclavament [2](discendimento) in Cattedrale, è seguito per le vie della città dal grande corteo notturno dei confratelli[3], dalla folla dei fedeli che reggono i farols[4] e dai cantori che intonano preghiere in musica, con antichi canti catalani e gosos[5] in lingua sarda.

La Confraternita di Nostra Signora della Misericordia - Confraria des Germans Blancs -, affonda le proprie origini nel movimento penitenziale dei Disciplinati Bianchi. Unita all'Arciconfraternita del Gonfalone, in principio aveva il compito di raccogliere le elemosine per la redenzione dei cristiani ridotti in schiavitù dai corsari barbareschi. Intorno alla metà del Seicento la Confraternita decise di costruire l'oratorio della Misericordia, all'interno del quale verrà custodito il simulacro seicentesco del Crocifisso.

Ancora oggi la Settima Santa di Alghero è un evento molto sentito dalla popolazione, oltre che un momento di forte richiamo turistico in quanto attira fedeli e turisti da ogni parte della Sardegna e dalle comunità catalane della Spagna.

VENERDI’ DI PASSIONE

Le celebrazioni della Settimana Santa ad Alghero prendono il via con la processione dell’Addolorata che ha luogo nel tardo pomeriggio, verso l’imbrunire del Venerdì di Passione. Alla luce delle fiaccole rosse dette farols, portate dalle donne, il simulacro della Vergine dei Sette Dolori si muove dalla chiesa di San Francesco per le vie del centro storico. Dell’immagine della Vergine Addolorata si conservano ad Alghero, in differenti chiese, quattro copie utilizzate in cerimonie diverse.

MARTEDI’ SANTO

Il Martedì Santo si tiene la processò dels Misteris (la processione dei misteri) che parte dalla chiesa di San Francesco e si dirige verso la cattedrale di Santa Maria accompagnando le sei statue, portate a spalla, che rappresentano i momenti maggiormente significativi della Passione di Cristo e coincidono con i cinque misteri dolorosi del Rosario. Queste statue rappresentano nell’ordine: Gesù nell’orto degli ulivi, la flagellazione, l’incoronazione di spine, Gesù che porta il fardello della Croce, il Cristo Crocifisso e, infine, chiude il corteo Maria Addolorata.

GIOVEDI’ SANTO

Le celebrazioni proseguono il Venerdì Santo con le due cerimonie de las cerques e dell’Arboramento. La prima di questa processioni, quella de las cerques,  muove dalla chiesa della Misericordia, sede della Confraternita, portando una piccola statua di Nostra Signora dei Sette Dolori che, vagando di chiesa in chiesa, cerca disperatamente il figlio. La ricerca non dà alcun esito e così la processione, tristemente, riaccompagna alla chiesa della Misericordia la Madonna (sino alla metà del 1900 la processione partiva e si concludeva nell’antica chiesa del Rosario ora sede del Museo Diocesano). Conclusa la processione de las cerques dalla stessa chiesa parte il Santcristus accompagnato in una lunga, sommessa e suggestiva processione che termina in cattedrale per il rito dell’ Arborament (termine in cui si opera una sorta di sintesi popolare fra l’espressione biblica e liturgica arbor crucis e il termine arborar utilizzato dai marinai algheresi per indicare l’azione di issare le vele). Il Santcristus giunge in cattedrale per la solenne cerimonia dell’innalzamento sulla croce ad opera dei confratelli della Misericordia. Da quel momento, e per tutta la giornata successiva, il Cristo in Croce, vegliato a turno dai confratelli, è venerato da una folla di fedeli che gli sosta accanto in mesto raccoglimento.

VENERDI’ SANTO

La celebrazione del Venerdì Santo ha inizio verso le otto di sera dopo l’adorazione della Croce che viene detta popolarmente la missa fugi fugi e si svolge in cattedrale. Un corteo diretto alla chiesa di Santa Maria, muovendosi dalla chiesa della Misericordia e procedendo lungo le viuzze della città vecchia, porta oltre agli strumenti che occorrono per schiodare Gesù dalla Croce (tenaglie e martello) anche le scale su cui saliranno per effettuare l’opera due dei quattro barons. Questi, anticamente scelti solo fra i cittadini nobili o laureati, ora fra i confratelli della Misericordia, impersoneranno Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea. Sfilano in questa processione anche le statue di San Giovanni e dell’Addolorata che accompagnano la bara in cui verrà deposto il corpo di Cristo, mirabile opera in stile barocco interamente decorata in oro zecchino, chiamata dalla popolazione bressol termine che significa culla. Il momento più intenso e drammatico di questa giornata e di tutta la Settimana Santa è il rito del Desclavament, con il quale ogni anno la collettività rivive il doloroso momento della depositio. Il rito inizia non appena la processione entra in cattedrale ed ogni personaggio della sacra rappresentazione si colloca al suo posto. Il predicatore dà l’incipit ad un sermone che fino a non molti anni fa utilizzava l’antica lingua della città; questo rievoca con ritmo cadenzato la vita di Gesù soffermandosi sui eventi salienti della Passione, fino a giungere al momento culminante della celebrazione, quello della deposizione. Si avvia quindi la processione durante la quale il simulacro è portato, con tutti i simboli della Passione, lungo le vie della città illuminata dai farols e dalle luci dei lampioni che per l’occasione vengono ricoperti da un drappo rosso. Il rito si conclude a notte fonda nell’oratorio della Misericordia.

DOMENICA DI PASQUA

Nella mattina di Pasqua, intorno alle dieci, si assiste all’incontro fra le due statue del Cristo Risorto e della Madonna Gloriosa. Contemporaneamente dalle chiese di San Francesco e della Misericordia escono due distinte processioni che accompagnano, rispettivamente, la Vergine e il Cristo Trionfante. Queste si incontrano fra la folla festante, gli spari a salve dei fucili e dei mortaretti e, in segno di gloria, il suono festoso delle campane di tutte le chiese. Le due statue si inchinano l’una all’altra e le due processioni si fondono in una, proseguendo per un breve itinerario accompagnate dalle corporazioni di arti e mestieri (gremi) con i loro vessilli. Successivamente le due statue rientrano alla Misericordia, dove si celebra la Messa pasquale in lingua catalana e avviene la distribuzione del pane benedetto.

 

 Alghero

Alghero è sul mare ed al mare deve il suo nome. Alghero  deriva il suo nome dall'abbondanza di foglie di Posidonia oceanica, chiamata alga, che vanno a depositarsi lungo i litorali sabbiosi a seguito delle mareggiate. In epoca romana, Algarium, ricoprì il ruolo di porto della città di Corax (il Coracodes portus di Tolomeo). Fondata nel 1102 dalla famiglia genovese dei Doria, fu scelta per la sua posizione strategica, naturalmente protetta dal mare e facilmente difensibile da terra. Proprio a causa di questa posizione geografica, favorevole allo sviluppo di attività commerciali nel Mediterraneo, la città dovette essere più volte difesa: risale in particolare al 1283-1284 una breve occupazione pisana dopo di che Alghero rimase possedimento della famiglia genovese fino alla conquista catalano - aragonese del 1353. Durante questo periodo la città venne ripopolata da genti provenienti da diverse terre del regno iberico (ebrei maiorchini, occitani, provenzali e da coloni cristiani), la lingua ufficiale divenne il catalano e, una volta decretata l'unione della città con la corona aragonese, S'Alighera per i sardi, la Lighera per i genovesi, l’abitato prese il nome Alguer. Nel 1501 ottenne il titolo di Città e con la riforma del 1503, voluta dal sovrano Filippo II che prevedeva una riduzione delle diocesi sarde, Alghero divenne sede vescovile.

Il periodo compreso tra il '600 e il '700 vide il passaggio dall'uso del catalano al castigliano, che rimarrà come lingua ufficiale fino al 1821, quando, attraverso l'editto di Carlo Felice, verrà imposta la lingua italiana. Alghero è collocata in un contesto ambientale di grande pregio che comprende il Parco naturale di Porto Conte e la Riserva Marina di Capo Caccia-Isola Piana. Il Centro Storico, con le sue architetture, i suoi suggestivi vicoli, si presenta come un piccolo gioiello incastonato nella terra di Sardegna. E' un Comune con un territorio ricco di testimonianze storico- archeologiche tra le più importanti del Mediterraneo. Proprio la sua dimensione di città mediterranea, continua nel tempo, ha portato il Comune di Alghero a promuovere nel 1998, in collaborazione con l'ISPROM (Istituto di Studi e Programmi per il Mediterraneo), di intesa con l'ICOMOS-CIVVIH (Comité International des Ville set Villages Historiques), la costituzione della Conferenza Permanente delle Città Storiche del Mediterraneo. Questo organismo ha raccolto l'adesione di numerose cittadine storiche che si affacciano sulle sponde del grande mare. Nell'ambito delle iniziative della conferenza sono stati attivati significativi progetti come l'istituzione proprio ad Alghero della Facoltà di Architettura del Mediterraneo, di intesa con le Università delle Baleari e della Corsica.

 

I monumenti

 

Campanile e Cattedrale di Santa Maria

La costruzione della cattedrale di Alghero ebbe inizio nel 1567 con la costruzione del coro con cinque cappelle radiali, del campanile di forma ottagonale coronato da una guglia piramidale e del portale gigliato posto alla sua base, eseguiti secondo un modello prettamente gotico-catalano. La fabbrica subì una lunga interruzione per mancanza di risorse finanziarie. Alla ripresa dei lavori, alla metà del Cinquecento, si seguì una concezione architettonica di tipo rinascimentale e manierista, con un impianto caratterizzato da un transetto e di un corpo longitudinale d'impianto classicista. L'edificio, concluso allo scorcio del secolo XVI, presenta una navata centrale coperta da volta a botte, divisa da quelle laterali, più basse e coperte a crociera, mediante l'alternanza di pilastri cruciformi a colonne tuscaniche. Sull'incrocio dei bracci del transetto si imposta la cupola di forma ottagonale su un alto tamburo finestrato. L'arredo della cattedrale è tipico del XVIII secolo. Al genovese Giuseppe Massetti va ascritto il complesso di marmi policromi del presbiterio, commissionati nel 1723 e portati a termine nel 1730. Tra questi si annovera l'altare maggiore con la figura dell'Immacolata posta tra due statue di angeli in atto di venerazione, e il pulpito ornato da un rilievo raffigurante la predica del Battista. Fu invece il ligure Giacomo Costo a realizzare gli altari di San Filippo Neri, del 1742, di San Giuseppe, del 1754, e dell'Annunziata, risalente al 1755. La cattedrale ospita alcune interessanti testimonianze della cultura figurativa neoclassica, a cominciare dall'imponente pronao con quattro colonne doriche addossato alla facciata in seguito a restauri nel 1862. Nel braccio sinistro del transetto si ammira il monumento funebre di Maurizio Giuseppe di Savoia, duca di Monferrato, morto ad Alghero nel 1799. L'opera fu scolpita nel 1807 dal torinese Felice Festa. Si incontra nella prima cappella a destra l'altare del SS.mo Sacramento, eseguito nel 1824 dallo scultore carrarese Giuseppe Barabino.

 

Chiesa di San Francesco

La chiesa di San Francesco fu eretta nel XIV secolo, in forme gotico-catalane, dai Frati Minori Conventuali, presenti in città dai primi decenni del Trecento. Nel 1593 l'edificio subì un crollo che ne distrusse la zona centrale. Parzialmente riedificata nel 1598, dell'impianto originario la chiesa conserva il presbiterio, le cappelle ad esso adiacenti, le prime due cappelle in controfacciata e il campanile. Quest'ultimo è addossato ad uno dei lati del presbiterio: ha pianta quadrata nel primo ordine ed esagonale in quelli successivi, ed è concluso da una guglia triangolare ornata da gattoni. Alla medesima fase gotica risale il chiostro, costituito da archi a tutto sesto poggianti su pilastri ottagonali e cilindrici. La facciata della chiesa testimonia perfettamente le due fasi costruttive: della più antica, a doppio spiovente, rimane un piccolo rosone gotico. La ricostruzione della chiesa fu portata a termine secondo i dettami classicistici del Rinascimento italiano. Alla navata centrale vennero affiancate due navatelle laterali tramite archi a tutto sesto, impostati su pilastri cruciformi. La volta a botte è lunettata con archi trasversali che poggiano sulle lesene addossate ai pilastri. Alla stessa epoca appartiene anche il portale plateresco con architrave includente un bassorilievo con otto putti che recano i simboli della Passione. La chiesa conserva un pregevole arredo barocco. Di grande suggestione sono i tre altari in legno dorato e policromato eseguiti dalla bottega artigiana degli algheresi Michele e Agostino Masala. Datati nell'ordine 1729, 1730 e 1734, sono dedicati a S. Antonio da Padova, alla Madonna degli Angeli e al SS.mo Sacramento. Si ispira invece all'omologo arredo rococò della cattedrale, ma per la sua compostezza prelude al neoclassicismo, l'altare maggiore in marmi policromi con la statua della Vergine affiancata da S. Francesco e S. Antonio da Padova, opera del milanese Giovanni Battista Franco (1773).

 

Chiesa di San Michele

La chiesa di San Michele, nei cui pressi i Gesuiti fondarono un collegio nel 1588, fu ricostruita nelle forme odierne tra il 1661 e il 1675 dal savonese Domenico Spotorno, secondo il celebre modello del Gesù di Roma. Ripartita in cappelle da pilastri con capitelli corinzi, l'ampia aula è divisa in tre campate e si apre su un breve transetto. Al di sopra dei bracci del transetto si imposta la grande cupola di forma ottagonale. La facciata presenta un gruppo scultoreo raffigurante l'Annunciazione. L'interno, caratterizzato da tre imponenti altari barocchi in stucco, eretti nel 1678 da maestranze lombarde, è ornato da un ciclo di dipinti del tardo Seicento, nei quali sono raffigurati alcuni Santi della Compagnia di Gesù. Nell'ultima cappella a destra si nota la lapide sepolcrale, in marmi policromi, del fondatore del collegio gesuitico, il capitano algherese Geroni Ferret, recante la seguente iscrizione che denuncia la precarietà della condizione umana: y tu hermano mira por ti i vive como hombre que has de morir, que yo fuy como tu eres, y tu seras como yo soy.

 

Chiesa della Misericordia

L'oratorio di Nostra Signora della Misericordia, sede dell'omonima confraternita dei Disciplinati Bianchi, fu costruito entro il 1654 ad eccezione del campanile, eretto per iniziativa dei frati Minori Osservanti, dopo il 1738, quando si stabilirono nell'annesso convento. La chiesa si qualifica per l'unica navata suddivisa in tre campate rettangolari voltate a crociera. Il crollo della volta, nel 1818, comportò la ricostruzione della chiesa, conclusasi entro il 1823: a quest'epoca data il vano absidale, di schema semicircolare, coperto con volta lunettata a quarto di sfera. L'altare maggiore, eretto nel 1811, ospita la statua in legno dorato e policromato della Vergine della Misericordia, riferibile a bottega napoletana della fine del secolo XVII. Appartengono alla stessa scuola, ma risalgono al secondo quarto del Seicento, i simulacri lignei del Cristo risorto e della Madonna dell'Incontro. Ad attirare l'attenzione dei visitatori è tuttavia un Crocifisso di ambito spagnolo, collocabile agli inizi del XVII secolo, che si porta in processione durante la Settimana Santa. La documentazione archivistica conferma che il venerato Santcristus de la Misericordia sia arrivato ad Alghero nel 1606, a seguito del naufragio avvenuto nelle acque di Porto Conte di un veliero proveniente da Alicante.

 Chiesa del Carmelo

La chiesa del Carmelo o di N.S. del Carmen sorge con l'annesso convento nel 1644, in seguito alle donazioni degli ecclesiastici e dagli esponenti della nobiltà. La facciata è caratterizzata da un ampio portale ad arco al quale fa seguito il vestibolo e dal campanile a vela. All'interno conserva un pulpito ligneo del XVII secolo e un altare policromo barocco dello stesso periodo. Dell'antica devozione verso la Vergine del Carmelo, che trovò espressione nella confraternita del Carmelo, rimane testimonianza nella festa del 16 di luglio. Dal 1961 la chiesa ospita una statua della venerata Nostra Senyora dels Desemparats, proveniente da València, che ha rinnovato un culto che ad Alghero è testimoniato almeno dal secolo XVII.

 

Oratorio del Rosario

La chiesa deriva da una costruzione civile di epoca medievale, di cui sopravvive la testimonianza nei due portali ora ciechi in conci dicromi posti nel prospetto sulla via Maiorca che rappresentano il più antico esempio di architettura civile della città, risalente al periodo della dominazione genovese. Con la dominazione catalana, la fabbrica fu ampliata verso l'attuale Piazza Duomo e divenne l'abitazione di una famiglia patrizia. Ulteriori elementi del periodo catalano sono, sempre nel prospetto laterale, alcune monofore e bifore gotiche, mentre sulla facciata sono visibili le tracce di due portali adovellats in conci di arenaria. L'edificio, destinato a chiesa nella seconda metà del Seicento dalla confraternita del Rosario, è rimasto aperto al culto sino a tempi recenti. Attualmente ospita il Museo Diocesano d'Arte Sacra.

 

 Le antiche dimore di Alghero

 

Palazzo del Pou Salit (via Manno)

Il nome attuale deriva dal prospiciente pozzo rinomato per le sue acque salmastre usate sino a tempi recenti dalle popolane algheresi per la panificazione (Salit è catalanizzazione del sardo salidu, cioè salato). La casa nobiliare, sorta su un banco roccioso in uno dei punti più elevati della città vecchia ed attualmente sede delle facoltà di Architettura e Scienze delle Produzioni Marine dell'Università di Sassari, mostra ancora due bifore tardo-gotiche.

 

Palazzo de Ferrera (Piazza Civica)

La costruzione, risalente al XV secolo, rappresenta un raro esempio di architettura civile gotica con monofore e bifore e con portale in conci di arenaria locale. Appartenne ai De Ferrera, ricchi mercanti catalani che nel 1436 collaborarono finanziariamente alla conquista di Monteleone, già roccaforte dei Doria. Passato dalla famiglia de Ferrera agli Albis, e quindi ai de Arcayne, l'edificio, che fu sede stabile del governatore militare della città, ha subito in questi ultimi anni un'opinabile ristrutturazione interna.  Nell'ottobre del 1541 ospitò l'imperatore Carlo V. Il sovrano, che aveva fatto scalo nella piazzaforte con 40 galere, durante la spedizione contro Algeri, in quell'occasione concesse il cavalierato a tre illustri cittadini algheresi che si erano uniti nell'impresa. Se non risponde al vero che l'imperatore abbia pronunziato rivolto alla piazza la fatidica frase estode todos caballeros, è al contrario documentato che, dopo aver visitato dall'esterno la roccaforte, osservando la maestosa torre de l'Esperó Reial, esclamò bonita por mi fé y bien asentada.

 

 

Palazzo Peretti (via Roma)

Acquistato alla fine del Settecento dalla famiglia Peretti, anche questo edificio appartenne all'illustre casata Guió. Il palazzo sorse tra il XV e il XVI secolo in forme gotico-catalane, di cui conserva testimonianza nelle tre bifore, nonché nelle tre ampie arcate a sesto ribassato, ora cieche, del piano terra. L'assetto attuale dell'edificio risale al XIX secolo, quando fu sopraelevato e ristrutturato.

 

 

Palazzo Guió (via Carlo Alberto)

L'edificio, sorto tra il XV e XVI secolo, appartenne alla famiglia Guió che possedeva anche quello situato in via Roma, attualmente noto come casa Peretti.  Completamente rimaneggiato nell'Ottocento, il palazzo ha restituito, durante gli ultimi restauri, alcune splendide finestre rettangolari con architrave traforato, simili a quelle del Palazzo Machin.

 

Palazzo Carcassona (via Sant'Erasmo)

Il palazzo, eretto verso la fine del XV secolo, fu abitato dalla facoltosa famiglia ebraica dei Carcassona, originaria della Linguadoca, che espresse personaggi di rilievo tra i quali Antonio Angelo, considerato, nel Cinquecento, uno dei più importanti giurisperiti del suo tempo. Tracce delle antiche origini catalane si hanno nel portale con lunghi conci cuneiformi disposti a ventaglio (dovelles) che si dipartono da una cornice continua, e nei resti di tre bifore gotico-catalane archiacute con cortina traforata. Alterato nella sua struttura interna, l'edificio è vivacizzato nel prospetto dai pannelli decorativi in stile liberty.

 

 

Palazzo Arbosich (via Sant'Erasmo)

Appartenne agli Arbosich, casato valenzano di origine ebraica che raggiunse una ragguardevole posizione economica grazie al diritto ereditario di riscossione delle imposte sul sale e nel 1512 acquistò il feudo di Olmedo. L'antica dimora, risalente alla fine del Quattrocento, presenta un prospetto semplice e lineare con paramento litico a vista ed è caratterizzata da una bella finestra di gusto tardo-gotico che include lo stemma della famiglia, raffigurante la pianta del corbezzolo (arboser).

 

 

Palazzo Machin (via Principe Umberto)

La dimora, costruita nella prima metà del XVI secolo da maestranze catalane, delinea un prospetto interamente realizzato in conci squadrati di arenaria, con finestre inserite fra esili colonnine e sormontate da una ricca decorazione. Motivi gotico-catalani e rinascimentali si armonizzano nell'edificio e testimoniano la presenza di un gusto fantasioso ed eclettico. Il palazzetto era chiamato impropriamente "Casa Doria", in riferimento alla potente dinastia genovese cui si fa risalire la fondazione di Alghero, verosimilmente nel XIII secolo. Oggi viene associato alla famiglia del vescovo algherese Ambrogio Machin, che vi avrebbe dimorato nella prima metà del XVII secolo. Nel prospetto dell'edificio si evidenzia il bel portale d'ingresso di gusto plateresco, molto simile a quello della chiesa di San Francesco.

 

 

Palazzo Serra (Piazza Civica)

Il palazzo, sorto intorno alla metà del Ottocento su una preesistente costruzione gotico-catalana, è il risultato di un gusto eclettico in cui convivono istanze barocche e rococò insieme a motivi neoclassici tipici dell'architettura sabauda del secolo scorso. Già dimora dei conti Serra, l'edificio si presenta con il prospetto principale articolato su tre livelli, ripartito da un ordine di lesene e bugnato al piano terra. Il monumentale portale timpanato, compreso fra due paraste ioniche, ripropone, seppure in epoca avanzata, gli stilemi del barocchetto piemontese.

 

 

Palazzo Lavagna (Piazza Civica)

In questo palazzo nacque il magistrato Giovanni Lavagna, di nobile famiglia ligure, che ricoprì importanti incarichi sia in città che nella Reale Udienza di Cagliari, ma soprattutto fu personaggio di spicco nei tumultuosi anni a cavallo tra Sette e Ottocento segnati dai moti angioyani. L'assetto odierno risale al 1866, come attesta l'iscrizione presente sulla meridiana di ardesia posta in facciata. Quest'ultima, restaurata di recente, è ripartita orizzontalmente in tre ordini di cornici marcapiano, ed é caratterizzata da quattro balconcini in ferro battuto su cui si aprono porte sormontate da architravi retti da mensole.

 

 

Palazzo Civico (Piazza Civica)

Le strutture più antiche del palazzo risalgono al XV secolo, quando il Consiglio Civico acquistò alcune case nella piazza del Pou Vell (Piazza Civica) per adattarle a sede della municipalità. Più volte rimaneggiato nel corso dei secoli, l'edificio fu ricostruito nella seconda metà del Settecento, ad opera di ingegneri militari piemontesi, e ancora ampliato nei primi decenni dell'Ottocento. A quest'ultimo periodo data il prospetto di piazza del Municipio, di gusto neoclassico, mentre risale verosimilmente alla fine del Settecento la facciata retrostante, situata in piazza Civica, in cui si apriva l'ingresso originario al palazzo. Gli ambienti al piano terra, in antico utilizzati dal corpo di guardia e attualmente sede di un circolo privato, verranno presto restaurati e restituiti alla collettività.

 

 

Teatro Civico (Piazza del Teatro)

Come conseguenza dell'approdo delle idee liberali in città, nei primi anni del XIX secolo, Alghero ebbe il suo primo teatro, denominato "degli Amatori", presso l'antico collegio gesuitico. Cinquant'anni dopo venivano pubblicati i bandi per innalzare il nuovo Teatro Civico nella Piazza Vittorio Emanuele, in un'area di proprietà comunale, chiamata Calasanz. I lavori, iniziati nel febbraio del 1858, su progetto dell'architetto Franco Poggi, terminarono nel novembre del 1862, quando ebbe luogo l'inaugurazione.  L'edificio, unico in Sardegna a conservare la struttura portante interamente lignea, è stato recentemente restaurato all'interno, mentre la facciata d'impianto neoclassico, attende ancora un intervento conservativo. La piazza davanti al teatro era in epoca medievale la carra, antico mercato delle granaglie, indagini archeologiche effettuate in occasione del recente restauro hanno rilevato la presenza, proprio sotto la platea, alcuni silos granari scavati nella roccia.

 

 

Palazzo Balata (via Carlo Alberto)

In accordo con la tipologia strutturale sperimentata nella seconda metà dell'800 per molti edifici del centro storico, anche la Casa Balata, come è oggi conosciuta, è di fondazione antica e fu ristrutturata e trasformata nella sede della Cassa di Risparmio Depositi e Prestiti, verso la seconda metà del XIX secolo. Caratterizzato da balconi in ferro battuto e per la sopraelevazione di semicolonne in stile toscano, il palazzo presenta i criteri classici delle antiche case nobiliari algheresi, con mezzanino, piano nobile e piani che ospitano le camere. Con il fallimento del casato genovese dei Morando, antichi proprietari, l'edificio fu acquistato nel 1900 dal commerciante Giuseppe Balata.

 

 

Palazzo Simon (via Gilbert Ferret)

Di origini tardogotiche, che si evidenziano nei resti di un portale a ventaglio in conci di arenaria, fu riedificato in forme neoclassiche nel 1865. Caratteristico dell'architettura algherese dell'epoca è l'ampio atrio (visibile da una finestra al piano terra) scandito nel vano scala da tre archeggiature, mentre sul prospetto posteriore si apre un loggiato. Il palazzo è legato alle vicende della famiglia Simon, implicata, attraverso la figura dell'intellettuale illuminista Matteo Luigi, nei torbidi di fine Settecento che videro i giacobini perdenti contro i realisti.

 

 

Mercato Civico (via Sassari)

Nell'Ottocento la vendita dei generi alimentari avveniva in Piazza Civica ed in Piazza del Teatro; successivamente, dopo il crollo dell'antica casa Ruiz, la vendita si sposta nell'attuale piazza del Municipio, sede del mercato del pesce. L'esigenza di una struttura che raggruppi le diverse attività commerciali si impose nel momento in cui avvenne la demolizione della cinta muraria: nell'area del Forte di Montalbano si costruì il nuovo mercato civico, progettato dall'ingegner Sebastiano Urtis nel 1909, ma fu costruita solo successivamente dall'ingegner Giovanni Calciati

 

 

Palazzo Chiappe (angolo via Vittorio Emanuele - via Lo Frasso)

Prende il nome dal ricco armatore Luigi Chiappe, membro di una famiglia di Alassio stabilitasi ad Alghero nel 1890. l'imponente edificio, situato tra via Lo Grasso e via Vittorio Emanuele, fu iniziato alla fine degli anni venti, ma fu portato a termine, fra molte vicissitudini, solo intorno al 1940. E’ certamente l'espressione architettonica più significativa della città per quanto riguarda il tardo eclettismo.

 

Percorsi archeologici nei dintorni di Alghero  Area archeologica di Sant'Imbenia

Occupa il tratto più interno del Golfo di Porto Conte e fu interessata da insediamenti in epoca diversa. Oltre ad un villaggio nuragico, l'area comprende anche delle sepolture fenicie, i resti di insediamenti romani, e una grande villa rustica con un impianto termale. Il nuraghe è caratterizzato da una sola torre con pianta circolare irregolare ed è circondato da numerose capanne, tra le quali una, probabilmente adibita ad usi collettivi, possiede un bacile di pietra al centro e una panca circolare in arenaria. Uno spazio comunitario era anche un vasto cortile, posto a nord-ovest della torre, in cui si trova un focolare lavorato in pietra. All'interno del sito sono stati rinvenuti numerosi oggetti di bronzo di ceramica, probabilmente di origine fenicia e greca, che documentano una certa frequentazione della zona. Oggi, alcuni degli oggetti ritrovati a Sant'Imbenia sono anch'essi custoditi all'interno del museo di Sassari.

 

 

Necropoli di Anghelu Ruju

Scoperto casualmente all'inizio del '900, durante lavori di bonifica, il sito nuragico è formato da un gran numero di domus de janas, ovvero particolari tombe che vennero costruite scavando all'interno di grandi rocce e massi. Le tombe, scoperte esattamente nel 1905, sono 38, ma molte altre si trovano probabilmente ancora sotto il livello del terreno. La roccia arenaria nella quale sono scavate è tenera e porosa. I soffitti, di modesto spessore, sono in parte crollati e alcune tombe si presentano a cielo aperto. Alcune di esse possiedono due tipi di ingresso: a dromos, con un corridoio discendente, fornito di alcune scalette rudimentali, e a pozzetto, una semplice apertura posizionata su un breve rialzo di terreno che immette direttamente nella sala.

Un primo complesso di tombe occupa un'ampia zona pianeggiante, mentre un secondo è situato su una modesta altura. Lo schema planimetrico tipico delle tombe è quello a T, con delle cellette disposte intorno al braccio superiore. Tra le tombe più importanti si deve ricordare la terza tomba, formata da due cellette sul lato destro del vestibolo; dal corridoio quadrato si può accedere ad una piccola cella rettangolare in cui si trovano sei stanze funerarie (tre sulla sinistra e tre sulla destra). All'interno delle domus è poi possibile notare delle semplici decorazioni in rilievo e particolari disegni di diverso tipo.

Inoltre, la presenza di cornici intorno ai portelli, piccole architravi e pilastri sono tra le caratteristiche tipiche delle costruzioni dei viventi; il che giustifica una sorta di continuità tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Gran parte dei resti del corredo dei defunti è oggi custodito presso il museo archeologico "G.A. Sanna" di Sassari.

 

 

Nuraghe Palmavera

Si trova esattamente adagiato alle falde del colle omonimo. Il nuraghe è circondato da un villaggio nuragico risalente al XIII secolo a.C. e a tuttoggi è considerato come una delle più interessanti costruzioni antiche dell'intera isola. I suoi resti più antichi sono caratterizzati da una doppia torre in roccia arenaria, un piccolo cortile interno e un lungo terrazzo continuo. In una fase ulteriore l'edificio è stato sottoposto a restauro e rafforzato con pietra calcarea. Esso possiede due corridoi: uno conduce all'interno della costruzione, mentre l'altro porta direttamente al cortiletto suggestivo, in cui si trova anche l'ingresso della torre principale. Le rovine delle sue mura racchiudono la vasta sala consiliare, la Capanna delle riunioni, di 12 m. di diametro, in cui è presente la sedia del consigliere, il piccolo trono del capo tribù e una vasca rettangolare per l'acqua sacra.

 

[1] Il recupero del Cristo fu nella realtà davvero avventuroso. Come risulta da documenti d’archivio, il 18 gennaio del 1606 il veliero Santa Maria di Montenero, con a bordo nobili, religiosi, militari e mercanti, salpò da Alicante diretto a Genova. In vista del golfo di Portoconte, l’imbarcazione, travolta da un fortunale, naufragò. Faceva parte del carico della nave una grande cassa contenente il crocefisso, che il proprietario (Nicola Busso di Varazze) non riuscì a salvare. La cassa fu recuperata per interessamento dell’arciprete Munoz ed il crocefisso fu trasferito ad Alghero, nel convento di S.Maria della Pietà dei Frati Minori Osservanti. Questi, trasferitisi in città nella Chiesa della Misericordia, lasciarono il crocifisso alla confraternita dopo la loro soppressione nel 1855.

[2] Il desclavament (discendimento) del venerdì santo è una cerimonia di grande impatto e con forti influenze catalane. Ha luogo nella Cattedrale. Quattro baroni in costume chiedono il permesso a Maria di avvicinarsi al Cristo. Portano guanti bianchi e con bende bianche, lentamente, saliti sulle scale poggiate alla croce, levano la corona di spine e i chiodi. Il Cristo viene poggiato delicatamente nella cassa (bressol, culla) e viene accompagnato processionalmente per le vie della città.

 [3] Sono i Germans Blancs, o confratelli della Misericordia, ai quali si aggiungono altre confraternite dal resto della Sardegna, dall'Italia e dalla Catalogna per rendere omaggio al Cristo di Alicante. 

 [4] Candele che si consumano dentro cartocci rossi, riempiendo l’aria dell’odore della cera.[5] I gosos (goccius nel sud dell'isola) sono componimenti in onore dei santi, un'usanza molto diffusa in Sardegna che secondo alcuni studiosi avrebbe origine bizantina, secondo altri ispano-catalana.