Itinerari attorno ai Festival:Narcao Blues

Narcao Blues - Narcao Narcao Il centro abitato sorge nella vallata incuneata tra i rilievi montuosi di Montessu e Monte Narcao a Sud e i Monti di Orbai a Nord. Nel territorio sono presenti molte frazioni: Is Meddas, Is Cherchis, Pesus, Is Aios, Is Sais, Terraseo, Terrubia, Rio Murtas. Nel centro di Narcao appaiono numerosi murales inspirati al lavoro della vicina miniera Rosas. A Nord del centro abitato vi è il romantico Parco di Monte Atzei.Tutto il territorio, paesaggisticamente molto ameno, è gremito di testimonianze di ogni epoca. Quella più antica si trova a Bagoi a Nord Ovest di Terraseo e risale al Neolitico Medio (4000-3500 a.C.); poi vi è la Gotta di Is Ollargius dove sono stati rinvenuti reperti della cultura di Monte Claro (250-2000 a.C.) e cultura di Bonnannaro (1800-1600). Vi sono anche diversi nuraghi. Il più importante è il proto-nuraghe di Monte Atzei, in posizione panoramica. Esistono tracce del periodo cartaginese (535-238 a.C.) a Terraseo, dove si trovano i ruderi del tempio di Demetra (sposa di Zeus) e della figlia Persefone (dea dell’Ade); antico centro di celebrazione dei misteri eleusini, di origine preellenica, collegati al mito di Adone e ai riti agrari della fertilità.Nel periodo medioevale fece parte del Giudicato di Cagliari, quindi entrò a far parte dei domini pisani con i conti Donoratico della Gherardesca. Dopo l’arrivo degli aragonesi, sbarcati nel Golfo di Palmas nel 1323 per dare inizio alla conquista della Sardegna voluta dal Papa Bonifacio VIII che l’aveva infeudata alla Corona di Aragona nel 1297 (perché in Sardegna c’erano ancora troppi usi della chiesa bizantina ma soprattutto perché c’era la dominazione dei pisani, notoriamente ghibellini e quindi nemici del potere temporale del Papa), iniziò per Narcao un periodo di spopolamento. Cessato il controllo dei pisani che, in alto mare, per difendere i loro possedimenti minerari in Sardegna, attaccavano i navigli saraceni, subentrato il dominio aragonese ripresero con maggiore intensità le razzie dei corsari musulmani. Dal 1350 iniziò l’esodo degli abitanti, trovandosi Narcao molto vicino al Golfo di Palmas dove i pirati musulmani attraccavano per razziare e depredare.Il territorio cominciò a ripopolarsi dopo il 1700. Narcao fu eretto a Comune nel 1853. Le estrazioni di solfuri di rame, di ferro e galena, nella miniera Rosas, ebbero inizio nel 1851 e cessarono nel 1978; quelle di barite, nella miniera di Mont’Ega, ebbero termine nel 1995. Oggi la popolazione si dedica, principalmente, all’agricoltura e all’edilizia.

 

 I siti archeologici

La Necropoli di Montessu

Ai piedi del Monte Narcao, in un anfiteatro naturale particolarmente magico e suggestivo, si estende la più grande Necropoli rupestre della Sardegna preistorica.  La Necropoli di Montessu, con un percorso di circa 2 Km., lungo i costoni trachitici dell'omonima giara, è inglobata attualmente nel parco archeologico di quasi 50 ettari, che include anche i complessi megalitici prenuragici, l’allée couverte, e i nuraghi di S'Angioni e de Sa Corona Sa Figu. La Necropoli cosiddetta a grotticelle artificiali o domus de janas, risalente al neolitico finale (3500-2800 A.C.) di ambito culturale di S. Michele di Ozieri, con alcuni attardamenti di fase sub-Ozieri (allée couverte) e romana, di tipologia varia, è distribuita in quattro raggruppamenti: orientale (Tomba delle spirali e Grotta de is Procus), settentrionale (Is Tuttoneddus), occidentale (Sa Cresiedda) e nord-occidentale (Cungiau Pittanu). Le 35 “domus de janas” presentano tutte e tre le tipologie tombali, quella pluricellulare a sviluppo longitudinale, con ingresso a corridoio e il tipo a forno con calatoia verticale.  L’emozione data dalla visita di Montessu, assieme alla presenza del singolare Menhir “luxia arrabiosa” alto circa 5 m. e la non distante impressionante realtà della tomba di giganti di “Barrancu Mannu”, ci fanno capire quanto il territorio del Sulcis sia stato marcato dalla presenza delle genti e dei loro culti preistorici.

I monumenti più significativi di Montessu 

Tomba delle spirali

Del tipo sulcitano "a lobi" è caratterizzato da un ampio padiglione quadrangolare da cui si accede all'ipogeo, scavato ad un'altezza superiore. Nelle pareti dei due vani sono presenti motivi decorativi e simbolici scolpiti e in alcuni casi coperti di ocra rossa: figure taurine, motivi a V, motivi a festone, spirali e falsa porta.  

Tomba della dea Madre

Ipogeo bicellulare con corridoio a sviluppo longitudinale, in parte risparmiato sulla roccia viva, in parte con pietre di riporto. Sulla parete di fondo, in alto a sinistra dell'ingresso, è visibile una cavità che ripropone in negativo, la sagoma delle statuine femminili tardoneolitiche sarde.

 

Sa Tutta' e is Procus

Tomba bicellulare a sviluppo longitudinale. Grande padiglione d'ingresso di pianta rettangolare, con pareti verticali leggermente concave. Da una grande apertura si accede al vano centrale di pianta rettangolare. Sul pavimento, al centro, è presente una cavità circolare da interpretare come focolare. L'accesso al vano di fondo è possibile mediante un piccolo portello ubicato in posizione mediana e due ampie aperture al lati del portello e rialzate rispetto ad esso. E' una delle cosiddette "tombe-santuario", che, per le dimensioni, le caratteristiche planimetriche e la presenza di un'area megalitica all'esterno, è da ritenere sia stata sede di pratiche cultuali, oltre che funerarie.  

 

 Allèe Converte

Il monumento, di cui si conservano le pietre di base dei lati lunghi della camera, è ubicato davanti ad una tomba del gruppo orientale. Si inserisce in un'area megalitica con strutture murarie pertinenti, probabilmente, a recinti cultuali, di fase culturale sub-Ozieri

 

 Sa Cresiedda

Tomba bicellulare con ampio corridoio di accesso, in blocchi poligonali, di pianta quadrangolare. In prossimità dell'ingresso sono presentì un menhir e blocchi poligonali di medie dimensioni di non facile lettura. Sul pavimento sono presenti, oltre alle solite coppelle, anche il focolare sacro nonché due colonne risparmiate sulla roccia viva, spezzate in due. L'accesso al secondo vano è consentito, inoltre, attraverso due ampie aperture laterali rialzate rispetto al portello centrale. Il vano di fondo presenta nel pavimento tre grandi cavità ellittiche. E' considerata anche questa una "tomba-santuario" con le stesse caratteristiche dell'altra tomba-santuario simmetrica de Sa Tutta' e is Procus. 

 Tomba delle Corna

Ipogeo monocellulare a calatoia verticale provvisto di gradino, mutilo, a forma di protome bovina. La camera ha il soffitto a forno, decorato a bassorilievo da motivi simbolici tipici dell'arte prenuragica: protomi bovine o taurine di tipo curvilineo, singole o doppie, larghe, con corna rivolte verso l’alto o verso il basso. All'esterno il monumento è circondato da una struttura megalitica, lacunosa nella parte nord-orientale.

 

 Parchi, miniere e sito archeologico nei dintorni di Narcao 

 Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna

Il Parco della Sardegna è stato dichiarato il primo Parco Geominerario Storico e Ambientale del mondo, esempio emblematico della nuova rete mondiale di Geositi/Geoparchi istituita nel corso della Conferenza Generale dell`UNESCO (Parigi, 24 ottobre - 12 novembre 1997). La dichiarazione ufficiale di riconoscimento è stata sottoscritta a Parigi il 30 luglio 1998 ed è stata formalizzata pubblicamente in occasione di un`apposita cerimonia (Cagliari, 30 sett. 1998) alla presenza delle massime autorità dell`UNESCO e del Governo italiano, nonché dei promotori del Parco: la Regione Autonoma della Sardegna e l`Ente Minerario Sardo(EMSA). La `Carta di Cagliari` sancisce i `Principi fondamentali per la salvaguardia del patrimonio tecnico-scientifico, storico-culturale e paesaggistico-ambientale connesso alle vicende umane che hanno interessato le risorse geologiche e minerarie della Sardegna` e recita che `I territori destinati a Parco sono riconosciuti di rilevante interesse internazionale, locale e regionale in quanto portatori di valori di carattere generale. Le realtà presenti nei territori del Parco devono essere conservate e valorizzate, al fine di promuovere il progresso economico, sociale e culturale delle popolazioni interessate ad assicurare la loro trasmissione alle future generazioni. Nei territori del Parco deve essere assicurato un nuovo modello di sviluppo sostenibile e compatibile con i valori da tutelare e conservare. Il progetto del Parco geominerario della Sardegna è stato elaborato dall`EMSA (Ente Minerario Sardo). Esso prevede otto aree disseminate in tutta l`isola, e individuate tenendo conto delle testimonianze geominerarie, di quelle archeologiche e delle valenze naturalistiche. In questo modo si è tracciato un ideale percorso rappresentativo della storia mineraria della Sardegna, storia che dura ormai da 8.000 anni. La Conferenza Generale dell`UNESCO, tenutasi a Parigi dal 24 ottobre al 12 novembre 1997, ha accolto favorevolmente la proposta presentata il 23 settembre 1997 dalla Regione Sarda, tramite la Commissione Nazionale Italiana UNESCO ed il Governo Italiano, per il riconoscimento del valore internazionale del Parco Geomi-nerario, Storico ed Ambientale della Sardegna. L`Organizzazione delle Nazioni Unite per l`Educazione, la Scienza e la Cultura, nel giudicare `eccellente` la proposta della Regione Sarda, ha deciso di considerare il Parco Geominerario, Storico ed Ambientale della Sardegna primo esempio emblema-tico della nuova rete mondiale di Geositi / Geoparchi istituita nel corso della stessa Conferenza Generale. Il 30 luglio 1998, a conclusione delle valutazioni positive espresse da un gruppo internazionale di esperti, è stata sottoscritta a Parigi la dichiarazione ufficiale di riconoscimento, formalizzata pubblicamente in occasione di una apposita cerimonia (Cagliari, 30 settembre 1998) alla presenza delle massime autorità dell`UNESCO e del Governo italiano. Il Parco della Sardegna è stato, dunque, dichiarato il primo Parco Geo-minerario, Storico ed Ambientale del mondo. Trattandosi di un risultato di grande prestigio internazionale al quale la Regione Sarda attribuisce un valore strategico per favorire la riconversione e lo sviluppo economico e sociale delle aree minerarie dismesse, è stato dato impulso con la massima colorita a tutte le procedure necessario per la sua formale istituzione. A tal fine l`Assessore Regionale dell`Ambiente ha affidato l`elaborazione dello studio di fattibilità all`EMSA, che aveva già tempestivamente predisposto la proposta e la documentazione tecnico-scientifica che hanno consentito di ottenere il prestigioso riconoscimento dell`UNESCO, e di cui il presente volume rappresenta la sintesi. Per assicurare il massimo della competenza nell`elaborazione dello studio di fattibilità, l`EMSA ha istituito un Comitato scientifico con funzioni di indirizzo ed alta vigilanza, composto da autorevoli personalità a livello regionale, nazionale ed internazionale. Nell`ambito dello studio di fattibilità, è stato già effettuato uno studio giuridico che costituisce la base per la definizione di un articolato normativo che si prevede possa essere presto presentato al Parlamento su iniziativa del Governo, d`intesa con la Regione Autonoma della Sardegna. Ma il risultato più tangibile finora conseguito, ancor prima della formale istituzione del Parco, è rappresentato dall`Intesa di Programma sottoscritta in data 10 dicembre 1997 dalla Regione Sarda, con i Ministri dell`Ambiente, dei Beni Culturali e dell`Industria che, oltre all`impegno per attuare tutte le procedure necessario per informale istituzione del Parco, prevede l’avvio dei primi concreti interventi rappresentati da: attuazione di un progetto di lavori socialmente utili con l`impiego di 550 lavoratori distribuiti in tutte le aree del Parco per l`esecuzione di lavori propedeutici alla sua istituzione. Al progetto è stato dato avvio l`I settembre 1998; progettazione del Presidio Minerario nel quale dovranno essere inclusi i più rappresentativi cantieri minerari presenti all`interno delle aree del Parco, che dovranno essere mantenuti in normale stato di agibilità a scopi scientifici, formativi, didattici, culturali e turistici, e che dovranno rappresentare anche le prime strutture ecomuseali del futuro Parco. Il progetto è già stato predisposto adopera di un gruppo di lavoro appositamente costituito; istituzione di un Centro Intenzionale per la specializzazione di tecnici minerari e ambientali dei Paesi in via di sviluppo, per la cogestione è stato costituito il Consorzio FORGEA Intemational tra l`EMSA. e l`Università di Cagliari, che si prevede di attivare entro il corrente anno con l`avvio del primo corso sperimentale finanziato dall`ics dell`UNIDO. Allo scopo di fornire agli Enti locali territoriali interessati e all`opinione pubblica più in generale le necessario informazioni sul progetto ed attivare i primi confronti in vista dell`istituzione del Parco, sono state organizzate negli scorsi mesi dalle Amministrazioni Comunali, dalle Università e dalle Associazioni culturali decine di Assemblee in tutte le aree dello stesso Parco, nel corso delle quali la Giunta Regionale e l`EMSA hanno potuto illustrare i contenuti della proposta. È stato possibile in tal modo costruire un percorso partecipato che ha favorito il coinvolgimento delle comunità locali, il cui contributo è multato di grande importanza per la predisposizione dello studio di fattibilità.

 

 

Miniera di Malacalzetta

La miniera  piombo-zincifera di Malacalzetta, facente parte del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall'UNESCO, fu abbandonata nel 1986. Ancora oggi è possibile visitare i resti dei cameroni destinati agli operai, il villaggio dove sorgevano gli uffici, l'infermeria, la cantina e il circolo e resti della laveria sita in località Baueddu.

Per raggiungere la miniera bisogna percorrere la strada che collega Iglesias a Fluminimaggiore. Attraversare il villaggio San Benedetto e proseguire verso l'insediamento situato ai piedi della Punta Campu Spina.

 

 

Miniera di Masua

All'interno del complesso minerario di Masua sono visitabili "Porto Flavia" ed il "Museo delle macchine da miniera".  Per raggiungere la miniera di Masua bisogna percorrere la strada verso Funtanamare.

 

 

Miniera di Monteponi

La miniera metallifera di piombo, argento e zinco di Monteponi fu uno tra gli impianti più produttivi dell'Italia. Gli impianti più antichi sono rappresentati dai due pozzi principali, quello di Vittorio Emanuele II del 1869, e Quintino Sella del 1874. Il complesso comprende vari edifici di servizio, come il vecchio ospedale, la chiesa, l'asilo, la scuola e le abitazioni per dirigenti, impiegati e operai.

All'interno del complesso è possibile visitare la galleria Villamarina. La miniera di Monteponi è raggiungibile percorrendo la SS 126.

 

Miniera di Nebida

La miniera piombo-zincifera di Nebida fa parte del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall'UNESCO. Il complesso comprende un villaggio di cui rimangono tracce della piazzetta originaria dove si trovavano l'infermeria, il circolo dei lavoratori, la palazzina della dirigenza. Di notevole interesse è la  laveria Lamarmora, risalente al 1897.

La miniera di Nebida si trova nel territorio comunale di Iglesias e si raggiunge deviando dalla SS 126 verso Funtanamare.

 

 

Miniera di San Benedetto

La miniera, piombo-zincifera di San Benedetto, fa parte del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall'UNESCO.  Il complesso risalente ai primi del '900, include un villaggio le cui abitazioni sono disposte lungo la strada principale. La miniera si trova nella valle del rio San Benedetto. Per raggiungerla bisogna percorrere la SS 126 in direzione Fluminimaggiore.

 

 

Miniera di San Giovanni

La miniera piombo-zincifera fa parte del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall'UNESCO.  All'interno del complesso è possibile visitare la grotta di santa Barbara.

Come Arrivare: La miniera ,raggiungibile percorrendo la SS 126, si trova difronte all'abitato di bindua.

 

 

Parco di Monte Arcosu

La riserva naturale di Monte Arcosu è situata nella parte nord-orientale dei Monti del Sulcis, gran parte dell'area risulta compresa nel bacino idrografico del Rio Santa Lucia. Per accedere al territorio protetto è necessario raggiungere la chiesetta di S.ta Lucia e imboccare la strada provinciale per Santadi (SP 12), svoltare a destra dopo circa 500 m e seguire la strada bianca che si mantiene sulla sinistra idrografica del Rio Guttureddu, in circa dieci minuti si giunge all'ingresso della riserva posto in località Sa Canna. L'oasi, acquistata dal W.W.F. nel 1985, è stata dichiarata riserva naturale nel 1987 e ancor oggi rappresenta l'unico esempio compiuto di parco in Sardegna. Recentemente ai 3205 ha iniziali se ne sono aggiunti altri 587, acquistati grazie all'operazione "beniamino" per la salvaguardia del patrimonio boschivo italiano.  La riserva comprende le due vallate di Guttureddu e Sa Canna, una piccola parte di quella di Gutturu Mannu, tutte le cime che dal Monte Lattias (1086 m) giungono sino al Monte Arcosu (948 m) e le zone alte del Rio Fenugus e Sa Spindula. In generale il paesaggio appare molto aspro e tormentato, dominano le formazioni granitiche e metamorfiche che danno luogo a morfologie peculiari e strutture geologiche spesso uniche. Si susseguono valli strette e molto incassate, pareti rocciose e creste come quelle del Monte Lattias, di Su Scavoni e di Sa Sperrimas. Il reticolo idrografico è assai sviluppato ma il regime e la portata di tutti i corsi d'acqua è decisamente di tipo torrentizio. I principali rii nascono dal Monte Lattias e dal Monte Arcosu, ricordiamo quello di Guttureddu ed il suo principale affluente il Rio Sa Canna. Per quanto riguarda le sorgenti, la più interessante e suggestiva è senza dubbio quella di Su Suergiu, l'acqua sgorga da uno splendido tronco di ginepro abilmente lavorato. Importanti sono anche quelle di Su Tragu e Sa Canna; la prima posta lungo la strada che risale la valle del Rio Guttureddu e la seconda nei pressi dell'ingresso dell'oasi. La flora della riserva è tipicamente mediterranea, dominano le specie stenomediterranee (areale coincidente con il limite di coltivazione dell'olivo) e quelle eurimediterranee (specie aventi come area di diffusione quella della vite), importanti sono anche la componente mediterranea sud-occidentale (18%) e quella endemica (entità esclusive di un dato territorio) pari al 10% del totale. Tra le specie più rappresentative vanno ricordate la buglossa ermosa (Anchusa formosa Selvi, Bigazzi & Bacchetta), l'elicriso del Monte Linas (Helichrysum montelinasanum E. Schmid) e lo spillone del Sulcis (Armeria sulcitana Arrigoni), endemismi esclusivi del Sulcis-Iglesiente e presenti sulle creste più elevate che dal Monte Lattias si snodano in direzione nord. Fra le numerose orchidee (20 specie) meritano d'essere ricordate la rarissima ofride di Woodii (Ophrys x maremmae O. et E. Danesh nssp. woodii Corrias) e il viticcino estivo [Spiranthes aestivalis (Lam.) L.C. Rich.], orchidea dalla fioritura estiva presente solo lungo il Rio Guttureddu e quello di Su Cuguzzulu e s'Axina. Splendide per le fioriture sono anche il gigaro sardo-corso (Arum pictum L. fil.), molto comune nella macchia a lentisco, l'erba di S.ta Barbara sarda (Barbarea rupicola Moris), la sassifraga di Corsica [Saxifraga corsica (Duby) G. et G.] e la ginestra di Corsica [Genista corsica (Loisel.) DC. in Lam. et DC.], endemismi caratteristici delle creste e delle zone rocciose in genere; il giglio di Sardegna (Pancratium illyricum L.) e la pratolina spatolata (Bellium bellidioides L.) comuni fra le rocce dei torrenti e nelle zone più umide, oltre ad altri endemismi quali lo zafferano minore (Crocus minimus DC.) ed il verbasco di Sardegna (Verbascum conocarpum Moris) che si rinvengono con facilità ai margini dei sentieri e delle mulattiere. Gli alberi più rari e interessanti sono sicuramente il tasso (Taxus baccata L.), presente solo nei canali del M.te Lattias, il bagolaro (Celtis australis L.) di cui si conoscono esemplari maestosi nel C.le di Sa Canna e in Baccu Perdosu e l'alloro (Laurus nobilis L.), fino ad oggi ritrovato solo in alcuni tratti del C.le di Sa Canna. Per quanto riguarda la vegetazione, va innanzi tutto evidenziato come la scarsa incidenza degli incendi facciano di questa zona, e di tutto il Sulcis in generale, una delle più boscose e intatte della Sardegna. Dominano i boschi di leccio (Quercus ilex L.), di sughera (Quercus suber L.) e le macchie, in particolare quella ad erica e corbezzolo (Erica arborea L., Arbutus unedo L.). Nel sottobosco di queste formazioni si possono ammirare il viburno (Viburnum tinus L.), felci come l'asplenio maggiore (Asplenium onopteris L.), il polipodio meridionale [Polypodium cambricum L. ssp. Serrulatum (Sch. ex Arcang.) Pic. Ser.] e l'asplenio tricomane (Asplenium trichomanes L. ssp. Quadrivalens D.E. Meyer), splendide fioriture di ciclamini (Cyclamen repandum S. et S.), oltre a numerosissime specie di funghi. Nelle radure o ai margini dei boschi più freschi si incontrano sovente lianose come la clematide Vitalba (Clematis vitalba L.) o l'edera (Hedera helix L.), popolamenti di digitale rossa (Digitalis purpurea L.) e specie officinali come il camedrio maro (Teucrium marum L.) o la nepetella [Calamintha nepeta (L.) Savi ssp. glandulosa (Req.) P.W. Bell]. Nelle zone più prossime ai torrenti tendono a dominare le macchie a oleandro (Nerium oleander L.), le boscaglie a salice rosso (Salix purpurea L.) e i boschi ripariali di ontano [Alnus glutinosa (L.) Gaertner]. Quest'ultimi in località Is Frociddus e Perdu Melis formano veri e propri boschi a galleria nei quali frequentemente si incontra il salice di Arrigoni (Salix arrigoni Brullo), l'osmunda regale (Osmunda regalis) e l'erica tirrenica (Erica terminalis Salisb.)

Altre info

L'ingresso prevede il pagamento di un biglietto ed è consentito tutti sabati e le domeniche, escluso il periodo in cui si verifica l'accoppiamento del cervo sardo (solitamente dal 15.08 al 30.09). Previa prenotazione è anche possibile pernottare presso le strutture poste in località Perdu Melis e effettuare visite guidate.

 

Tempio di Genna Cantoni

Il tempio punico è costruito con blocchi isodomi di calcarenite ed è presumibilmente orientato sull'asse N/S. Ha una pianta regolare di m 7 x 12. Il coronamento era costituito da una modanatura continua punica ''a gola egizia'' del tipo presente nei templi ''a semicolonne doriche'' e ''delle gole egizie'' di Tharros, e del tempio di Antas. Negli strati di crollo che circondano il tempio sono stati individuati anche alcuni elementi angolari. La copertura del sacello era in materiale ligneo, come farebbero supporre gli incastri individuati su alcuni blocchi e funzionali alla travatura del tetto. Avanzano anche frammenti dell'intonaco parietale e pavimentale che abbelliva gli interni. Gli scarsi reperti ceramici si riferiscono ad una fase di frequentazione del sito riportabile al II sec. a.C., mentre una moneta di Antonino Pio (86-161 d.C.), trovata presso i templi nuragici di Matzanni, sembra l'unica testimonianza che riporta alla fase imperiale romana. In considerazione dello stato attuale degli studi, non è possibile precisare con certezza la datazione del primitivo impianto del santuario. Le tecniche architettoniche e il significato storico-strategico di ottica cartaginese, indurrebbero però a ipotizzare l'edificazione del tempio nella prima metà del IV sec. a.C., in un periodo di poco posteriore alla costruzione del tempio di Antas e in una fase storica segnata dal consolidamento della presenza punica nella Sardegna centro-meridionale. Storia degli scavi Segnalata nel 1900 da Domenico Lovisato e, successivamente, da Antonio Taramelli, Giovanni Lilliu, Ferruccio Barreca e Sabatino Moscati, non è stata sottoposta a scavi archeologici sistematici o ad indagini mirate.

 

 

 Cos’altro vedere nei dintorni di Narcao Iglesias

Città pisana, anticamente era conosciuta come Villa Ecclesiae e successivamente chiamata Villa di Chiesa. Probabilmente il nome deriva dalle numerose chiese erette nel Medioevo, che ancora oggi caratterizzano il tessuto urbano della città. Le origini di Iglesias risalgono al XIII secolo e sono strettamente legate alle vicende del Comune di Pisa, il quale nel 1257, dopo aver vinto la battaglia di Santa Igia, si impadronì del territorio appartenente, all'epoca, al Giudicato di Cagliari. In un secondo tempo, il territorio di Iglesias venne suddiviso in tre zone, ripartite rispettivamente alle famiglie dei Capraia, dei Visconti e dei Donoratico della Gherardesca.

I Pisani avviarono una serie di lavori, il cui progetto prevedeva l'innalzamento di una muraglia quadrangolare, intervallata da venti torri e aperta da quattro porte (Sant'Antonio, Barlao poi Nuova, Maestra poi di S. Sebastiano, Castello); la costruzione di un acquedotto e la realizzazione di uno Statuto.

Nel 1324, Iglesias passò sotto il dominio della corona Aragonese e, nel corso del Quattrocento ottenne il titolo di Città Reale. La città è abitata da circa 30.000 persone. E’ situata nella Sardegna sud – occidentale, nel vasto territorio Sulcis – Iglesiente comprendente le ampie e fertili vallate del Cixerri e la pianura dei Campidani, storiche regioni che si estendono in una forma vagamente triangolare, perfettamente individuata nella morfologia e nel disegno generale dell'Isola. La natura si presenta  incontaminata nei rilievi montuosi e nelle splendide valli, con fiumi che danno luogo anche a spettacolari cascate. Particolarmente suggestivo è il complesso naturalistico del Marganai. Iglesias è capoluogo, con Carbonia, della provincia di Carbonia – Iglesias nonchè sede vescovile (Diocesi di Iglesias). E' centro minerario, commerciale ed industriale di antica origine, abitato già nel periodo punico – romano molto probabilmente per la ricchezza del sottosuolo.  Oggi le miniere iglesienti, in via di risanamento e valorizzazione, avendo concluso il loro ciclo,  costituiscono più che altro grande interesse per l'archeologia industriale e la città è alla continua ricerca di nuove soluzioni volte ad incrementare il suo sviluppo e l'imprenditorialità. La popolazione attiva è occupata nei servizi, nell'agricoltura ed allevamento, nell'artigianato e nella ristorazione. Iglesias è città turistica grazie alle attrazioni di epoca medievale. Basti pensare al centro storico, racchiuso entro le mura caratterizzate da ventidue torri, all'innumerevole presenza di chiese, ai palazzi, ai caratteristici vicoli e al Castello di Salvaterra.

Infine, va menzionato il Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, nato con lo scopo di salvaguardare il patrimonio tecnico-scientifico, storico - culturale e paesaggistico - ambientale delle zone ricche di risorse geologiche e minerarie della regione Sardegna. Questo parco si estende nella parte sud-occidentale della Sardegna, in una zona ricca di giacimenti metalliferi, piombo, zinco, rame, argento, stagno e ferro.

 

I monumenti e i musei di Iglesias

 

Cattedrale di Santa Chiara

Dedicata a Santa Chiara, la chiesa fu costruita tra il 1285 e il 1288, per volontà del Conte Ugolino della Gherardesca, signore di Villa di Chiesa, ed ubicata in posizione centrale rispetto alla cinta muraria dell’antica città medioevale. Indicazioni precise sulla data di edificazione ci sono fornite da due iscrizioni, un tempo poste ai lati delle porte principali e oggi rimosse per garantirne la conservazione. Queste menzionano i podestà Guidone de Sentate e Pietro Canino, che governarono in città quando la chiesa venne costruita. La prima epigrafe, scritta in latino, è datata tra il 24 settembre 1284 e il 24 marzo 1285; la seconda scritta in volgare toscano, presenta come unico riferimento cronologico la menzione del Conte Ugolino come ancora insignito della carica di podestà di Pisa, da lui mantenuta fino al maggio 1288.

Il Breve di Villa di Chiesa ed altre fonti documentano un collegamento fra la chiesa e l’Opere Ecclesiae Sanctae Clare, un’istituzione laica che, all’epoca, svolgeva in città funzioni di tipo amministrativo e che promuoveva la costruzione, l’abbellimento e la manutenzione dell’edificio; nel Breve si trovano anche indicazioni sulla elezione, i requisiti e le funzioni dell’operaio posto a capo di tale istituzione.Dal 1400 circa la chiesa parrocchiale di Santa Chiara divenne, di fatto, la residenza dei vescovi sulcitani, del capitolo e del clero che ne fecero loro abituale dimora; nel 1503, con la bolla “Aequum reputamus” di Giulio II, essa venne elevata a cattedrale, con la traslazione della sede episcopale da Tratalias ad Iglesias.La presenza del vescovo in città, tuttavia, non durò a lungo perché, nel 1513 l’Arcivescovo di Cagliari divenne anche vescovo di Iglesias e tale rimase fino al 1763, anno in cui la Diocesi riottenne il vescovo residenziale. Dal punto di vista architettonico diversi sono gli stili e le influenze artistiche che hanno contribuito alla sua realizzazione, così come numerosi sono stati i rimaneggiamenti subiti dall’edificio prima di arrivare allo stato attuale.La facciata risulta divisa in due ordini da una cornice sagomata, è romanica nella parte inferiore con portale architravato sormontato da una lunetta con motivo classicheggiante. La parte superiore lascia invece posto al gotico: due archi a sesto acuto inquadrano un rosone e, tredici archetti trilobati che seguono le pendenze del tetto a capanna.Al lato destro dell’edificio si erge la torre campanaria. La pianta quadrangolare e il coronamento a terrazza rinviano a modelli catalani e fanno pensare ad una edificazione, o ad un completamento nel secolo XIV; intonacata e dotata di una cuspide nel 1862, fu riportata alle forme originarie da un restauro degli anni Cinquanta; attualmente conserva una campana fusa da Andrea Pisano nel 1337 dedicata a Pietro III d’Arborea.La pianta della chiesa è a croce latina, mononavata, divisa in quattro campate da archi a sesto acuto con cappelle laterali ricavate tra i contrafforti. La zona presbiteriale, a pianta quadrangolare, è rialzata rispetto alla navata e vi si accede per mezzo di una scalinata in marmo. I vani che costituiscono il transetto, hanno copertura con cupola ottagonale.E’ possibile ipotizzare che l’edificio abbia avuto inizialmente una pianta ad aula con copertura lignea con terminazione absidale: nella seconda campata, sulla destra, sono rimaste infatti le mensole che reggevano le capriate.Con l’arrivo degli Aragonesi la chiesa subisce una serie di ristrutturazioni che ne modificano progressivamente l’impianto. Nella seconda metà del XVI secolo, infatti, sotto la guida di Melchiorre Sanna, direttore del lavori realizzati nello stesso periodo nella chiesa di Santa Maria di Valverde, le capriate lignee vengono sostituite dalle volte stellari e, per contrastare le spinte le pareti laterali vengono sfondate e rinforzate con cappelle di pianta quadrangolare, rialzate rispetto al pavimento della navata e coperte anch’esse da volte stellari.L’abside si trasforma in vano di pianta quadrata adibito a presbiterio.Testimonianza di tutti questi restauri si ha nelle chiavi di volta, che recano incise le date dei lavori eseguiti tra il 1576 e il 1588.All’ingresso, sulla destra, un angelo reggi-acquasantiera in marmo dei primi del Seicento.Nel vano sinistro del transetto la parete di fondo è occupata dal retablo ligneo dorato dedicato a Sant’Antioco, patrono della Diocesi, databile al 1712-14, in base a due lasciti conservati nell’Archivio Storico Diocesano: uno del Canonico Cardia y Garau “para el retablo nuevo che se hace” (1712), l’altro per la sua doratura da parte della “monja de casa” Maria Cogotti (1714).Sempre nello stesso vano, sul lato destro, si trova una lastra marmorea con epigrafe a ricordo dell’opera del vescovo Pietro, risalente all’VIII secolo, trovata nelle catacombe di Sant’Antioco. Sulla sinistra un’altra lastra indica l’elezione di Mons. Luigi Satta a vescovo nel 1763, anno in cui venne ripristinata la Diocesi di Iglesias.Nel vano destro un altare in marmi policromi, datato 1769, donazione di Mons. Tommasio Maria Natta, arcivescovo di Cagliari e vescovo di Iglesias fino al 1763.

 

 

 

Chiesa del Collegio

Ai Gesuiti, presenti ad Iglesias fin dal 1578, si deve la costruzione della chiesa intitolata alla Vergine Purissima e del Collegio ad essa collegato. Si tratta di un bell’esempio, unico in città, del severo manierismo dell’architettura tipica della Controriforma la cui facciata, estremamente semplice, incarna perfettamente gli ideali di rigore e sintesi propri della Compagnia di Gesù. L’unico elemento di vivacità è il contrasto fra il bianco dell’intonaco e le decorazioni in trachite rossa delle cornici che fanno da ornamento al portale in legno sormontato da un timpano curvilineo spezzato. Al centro si trova lo stemma selle Compagnia di Gesù, mentre sotto, nell’architrave che inquadra il portale, uno stemma nobiliare, forse quello della famiglia Serra: sopra una finestra rettangolare anch’essa inquadrata da cornici sagomate in trachite rossa.

Sulla sinistra sorge il campanile di pianta quadrangolare, con bifora nella parte terminale. L’interno è caratterizzato da un’unica ampia navata, voltata a botte a tutto sesto, con sei cappelle laterali, tre per lato, anch’esse voltate a botte e rialzate rispetto al corpo dell’aula, con altari e decorazioni baroccheggianti. La zona presbiteriale, leggermente sopraelevata rispetto al piano del calpestio della navata, accoglie un sontuoso altare barocco in marmo con decorazioni policrome, colonne tortili su capitelli corinzi e putti, posti in alto sui lati, come coronamento.

La balaustra d’accesso al presbiterio, anch’essa in marmi policromi, reca la data del 1722. Alla fine del XVII secolo risale la realizzazione della cantoria, costruita sul modello di quella della chiesa di San Michele di Cagliari, mentre al Novecento risalgono gli ultimi interventi decorativi: i dipinti della seconda e terza cappella sinistra realizzati tra il 1906 e il 1908 dal pittore Luigi Cambini e da collaboratori. Quando nel 1774 i Gesuiti lasciarono la città, la chiesa rimase in stato di completo abbandono fino al 1808, quando il re Vittorio Emanuele I la cedeva al Vescovo di Iglesias. 

 

 

Nostra Signora delle Grazie

Originariamente era dedicata al martire cagliaritano, San Saturno, così come risulta anche dal Breve di Villa di Chiesa. Tuttavia il ricordo dell’antico nome rimase vivo per molto tempo, e non solo nella memoria e nella devozione dei fedeli, come dimostra la documentazione conservata presso l’Archivio Storico Diocesano della Curia Vescovile di Iglesias. La facciata divisa in tre ordini documenta le tre principali fasi costruttive: al XIII secolo, in epoca pisana, risale il primo ordine, diviso in tre specchi da lesene in pietra squadrata, con decorazione ad archetti a tutto sesto, che ricorda la chiesa di Santa Maria di Valverde: la monofora a sesto acuto del secondo ordine è di epoca aragonese, mentre la parte superiore è di fattura settecentesca con un timpano spezzato e campanile a vela, coronamento baroccheggiante, che conferisce originalità all’edificio. L’interno, rimaneggiato e ampliato a più riprese, ha pianta ad aula, con due piccole cappelle laterali, una a sinistra e una a destra, e copertura con spioventi in legno. Cinque archi a sesto acuto in trachite rossa, che dividono le campate, spezzano l’unitarietà dell’aula basilicale. L’ampia zona presbiteriale è sormontata da un’ampia cupola a padiglione su tamburo ottagonale recante la data del 1708. Le decorazioni dell’arco a sesto acuto d’accesso al presbiterio sono in trachite rossa con motivi di rose e conchiglie come nella chiesa di San Domenico ad Iglesias. Sopra il portale di ingresso trova spazio la cantoria con balaustra in legno. All’ingresso sul lato sinistro, una grata con una piccola porta che serviva per la comunione delle monache Clarisse, il cui monastero, costruito per iniziativa del Canonico di Cagliari Marco Canavera ricordato nella lapide posta in facciata, era addossato sul lato sinistro dell’edificio. Nel presbiterio, sulla parete di fondo entro una nicchia, è conservato il simulacro ligneo di Nostra Signora delle Grazie, venerata dalla comunità iglesiente perché grazie alla sua intercessione la città fu liberata dal flagello delle locuste nel 1735, anno del Voto. Sempre nel presbiterio, il tabernacolo ligneo proveniente dalla parrocchiale di Mores, realizzato da fra Gaudenzio di Sassari.

 

 

San Domenico 

La chiesa neogotica di San Domenico sorge nell’area in cui, in epoca medioevale, era ubicata la chiesa della Santissima Trinità menzionata nel Breve di Villa di Chiesa. La sua costruzione fu voluta dal canonico iglesiente Michele Fenza, che ne favorì la costruzione mediante un lascito del 1610 a favore della creazione di un convento di frati Domenicani, con l’impegno di impartire gratuitamente l’istruzione ai bambini poveri. La tradizione popolare racconta che gli stessi bambini contribuirono al trasporto del materiale per l’erezione della chiesa, da qui il nome di “Cresia de is piccioccheddus” (chiesa dei ragazzi). L’edificio, ricostruito ed intitolato a San Domenico, nel suo evidente aspetto neogotico, riflette la fase di ritorno della cultura medioevale attuatasi con la Controriforma, tra la fine del ‘500 e i primi del ‘600. La facciata presenta un portale inquadrato da colonne corinzie ed architrave, sormontato da un arco trilobato in cui si apre una piccola finestra, ai lati altre due colonnine sostengono un piccolo timpano. L’interno ha pianta ad aula mononavata, divisa in quattro campate da archi a sesto acuto in blocchi di trachite rossa con cappelle laterali, due per lato, coperte con volta a botte, tranne la seconda a sinistra, quella dedicata all’Assunta, coperta con cupola a padiglione. Da rilevare in questa chiesa l’assenza del presbiterio, che fu completamente demolito per la costruzione dell’attuale Via Eleonora; quello che un tempo era l’arco d’accesso infatti, è oggi interrotto dal muro di fondo, sul quale si trovano due monofore, a sesto acuto, con vetri policromi; in alto, al centro, una nicchia ospita il simulacro di San Domenico.

San Francesco

La costruzione attuale dell’edificio, il più bell’esempio dell’arte gotica della Diocesi, si colloca a partire dalla prima metà dell’400. La facciata realizzata interamente in trachite rossa, con tetto a capanna e spioventi sporgenti esemplifica l’austerità dello stile romanico: al centro un portale ligneo, inquadrato da esili colonnine sagomate, sormontato da un  arco a sesto acuto, in alto un rosone con cornici, sopra il quale è collocata una piccola statua raffigurante la “Alma Redemptoris Mater”; ai lati, due piccoli oculi. L’interno, presenta un pianta ad aula mononavata con cappelle laterali, scandita in sette campate da archi a sesto acuto che sorreggono la copertura lignea. L’abside, più stretto e più basso rispetto alla navata, coperto da volta ombrelliforme, risale al 1523, quando la chiesa venne innalzata e dotata di una nuova copertura che sostituisce le capriate. La quinta cappella, denominata “del Crocifisso”, è dedicata ai caduti del primo conflitto mondiale. Sulla parete di fondo un crocifisso in bronzo, realizzato dallo scultore sassarese Gavino Tilocca nel 1951. Nella stessa cappella è conservata la lastra tombale che ricorda la sepoltura nella chiesa del primo camerlengo catalano, Guglielmo De Rius, di Villa di Chiesa, morto nel 1328, e la statua in terracotta, databile intorno al XV secolo, che raffigura un frate seduto, l’unica rimasta delle sette del ciclo della Verna, raffiguranti scene della vita di San Francesco. Nel presbiterio una delle gemme pendule, raffigura un crocifisso che ricorda il celebre “Crocifisso di Nicodemo” del Duomo di Oristano; realizzato in trachite rossa, intorno al XV-XVI secolo, è attribuito a scultore di scuola iberica. Fra le opere più importanti il “Retablo della Vergine” di Antioco Mainas, pittore cagliaritano della bottega di Stampace, restituito alla chiesa solo recentemente e collocato sulla parete di fondo del vano aggiunto alla prima cappella di sinistra. Con la soppressione degli ordini religiosi la chiesa e il convento diventano di proprietà comunale; a fine dell’800 viene sconsacrata ed adibita agli usi più vani. Solo nel 1928, dopo un restauro, è stata riaperta al culto e dal 1935 i francescani hanno ripreso possesso della struttura.

 

 

San Salvatore

Pur ridotta a un rudere, la chiesa di San Salvatore trae la sua importanza dal fatto d'esser compresa nel ristretto gruppo di chiese cruciformi sarde inquadrabili nell'età bizantina. Per via della prossimità di forme con la chiesa di Santa Croce a Ittireddu, può collocarsi nel IX-XI secolo.  La pianta cruciforme si sviluppa per una lunghezza di 25 m. La navata principale interseca il transetto con un angolo solo apparentemente retto; in realtà, i corpi di fabbrica si incrociano con un angolo di cento gradi. Nella facciata si apre un portale del tipo architravato semplice con architrave gravante sulla murature perimetrali. Il secondo accesso all'edificio è tramite un portale del tipo centinato a tutto sesto, nella testata del braccio destro del transetto. Un terzo accesso alla chiesa è stato di recente identificato lungo il lato s. del transetto.  Dalla parte opposta alla facciata la navata principale si chiude con un muro che mostra evidenti segni di ammorsatura di un'abside. La presenza dell'abside ha trovato definitiva conferma durante gli ultimi lavori di restauro quando è emerso il perimetro di fondazione, in perfetta corrispondenza con i conci di ammorsatura. Nella stessa occasione sono state riportate alla luce anche le fondazioni di altre due absidi, orientate come la principale ma posizionate ai lati del transetto. I bracci sono voltati a botte, mentre nel punto di incrocio si innalza un tiburio coperto da tetto a spioventi, ma originariamente concluso anch'esso con una volta a botte.  La tecnica edilizia è piuttosto curata, con uso di grandi blocchi ben squadrati negli angoli esterni dei bracci e di pietre di dimensioni inferiori nella tessitura dei paramenti murari. Dall'analisi della muratura, classificabile come"opus incertum", emerge anche il largo uso di mattoni in cotto di almeno due tipi: il più antico rispetta l'unità di misura bizantina, il cosidetto piede bizantino, l'altra risulta di origine e realizzazione autoctona. Molto è irrimediabilmente perduto, purtroppo anche le pitture murali che ornavano l'interno della chiesa.

 

 

Santa Maria di Valverde

La chiesa di Santa Maria di Valverde sorge nel XIII secolo, non molto distante da una delle vie d’accesso alla città pisana: “Porta Castello”. Così come per la sua contemporanea Santa Chiara, con la quale probabilmente condivide le maestranze, molte informazioni riguardanti questa chiesa ci sono fornite dal Breve di Villa di Chiesa. Lo statuto documenta che il servizio religioso dovesse essere svolto dagli stessi cappellani della chiesa cattedrale e che entrambe fossero fortemente subordinate alla municipalità, in quanto “costructe et hadificate per li homini di Villa di Chiesa” che, dunque, avevano diritto di controllo su di esse. Si ha notizia che nel 1539 i frati Cappuccini, entrati in possesso della chiesa, fondarono, vicino all’edificio, il loro convento. Si ha notizia che lo stesso Sant’Ignazio da Laconi ha dimorato in questo convento tra il 1730/40: è, infatti, nel pozzo del giardino, tuttora conservato nelle forme originali, che avvenne in quegli anni il miracolo delle chiavi del santo. Del primo impianto, con pianta ad aula e copertura a capriate lignee, rimangono oggi solo alcuni tratti murari del lato sinistro e la facciata che, molto simile a quella di Santa Chiara, risulta divisa in due ordini da una cornice sagomata. Nel primo ordine si trova un portale ligneo con arco di scarico a tutto sesto; nel secondo è presente, al centro, una bifora di vetri policromi e, più in alto, degli archi trilobati che seguono l’andamento del tetto a capanna. Dal 1592, maestranze di formazione aragonese, guidate da Melchiorre Sanna, modificarono notevolmente l’edificio. L’aula viene divisa in campate da archi a sesto acuto, il presbiterio viene coperto da una volta stellare (le cui gemme recano incisa la data di esecuzione dei lavori, il nome del curatore, Antioco Spada, e dell’esecutore, Melchiorre Sanna) e, lungo il lato destro, vengono aperte due cappelle, la prima delle quali ha copertura semiottagonale con vele negli angoli, che la raccordano alla pianta quadrata. I Francescani, allontanati nella seconda metà del XIX secolo, in seguito all’espulsione cittadina di tutti gli Ordini religiosi, riprendono possesso dell’edificio soltanto negli anni Cinquanta.

 

 

I musei

 

Museo Etnografico

Museo della civiltà agro-pastorale e dell'artigianato della città di Iglesias Il museo è ubicato nel cuore del centro storico, in un'antica e caratteristica cantina rinomata come altre, fino a qualche decennio fa, per la vinificazione e la vendita del prodotto.  Il locale, unico, è caratterizzato da due arcate di trachite, da una pavimentazione in mattoni, da due pittoresche finestrelle e da un ampio portone. Vi sono stati creati sei settori dedicati alle principali attività cui si dedicarono gli abitanti di Iglesias fino agli anni '50 del Novecento.  Il primo settore espone gli attrezzi del mondo pastorale, sempre presenti nella dimora tipica: su furriadroxiu. Il secondo settore riguarda la tessitura, con il telaio, l'arcolaio e lo strumento per cardare la lana; vicino al telaio siede un manichino con il caratteristico abito da massaia, mentre confeziona un gomitolo di lana. Il terzo ed il quarto settore evidenziano la tipicità della casa contadina iglesiente: su medau; sono presenti la mola granaria, gli strumenti usati per la lavorazione della terra, del pane, dei cereali in genere, e la cucina rurale. Il quinto settore illustra il mondo viti-vinicolo, con le botti, i torchi, le misure e il distillatore. Il sesto settore espone vari oggetti legati al lavoro del fabbro, del carradore e del falegname.  Al centro del locale si possono ammirare un antico carro a buoi, una cassa (sa caxa meurreddina o pintada) e una conca (su cossiu) con la tavola da bucato. Due grandi espositori mostrano oggetti vari, mentre alcune vetrine espongono esemplari di pane tradizionale votivo, strumenti musicali (sonus de canna), pifferi e vecchi giochi.  Alle pareti, dei pannelli approfondiscono le varie tematiche, dando interessanti notizie storiche, fotografie e proverbi tipici della vita quotidiana.

 

 

Museo MinerarioIl Museo è situato all'interno di una bella costruzione Liberty degli inizi del '900, sede dell'Istituto Minerario Asproni. Istituito nel 1871, il museo espone una delle più complete collezioni di minerali esistenti nell'isola. Salone I: Minerali nazionali ed internazionali; modelli dell'arte mineraria, di macchine e apparecchiature di laveria , metallurgia e arricchimento di minerali; fossili vegetali e animali. Salone II: Espone le rare e pregevoli collezioni sarde, contenute entro belle ed antiche vetrine e bacheche. E' presentato quanto di più caratteristico hanno espresso la geologia e l'attività industriale legata alla miniera in Sardegna: carbone fossile, marmo, anglesiti, fosgeniti, galene, smithsoniti, calamine, fossili dell'Iglesiente; resti di scheletri umani ad attrezzi di lavoro dall'età punica a quella aragonese; plastici e modelli riproducenti i metodi di coltivazione e varie altre strutture; la piccozza di Alberto della Marmora , utilizzata durante le escursioni effettuate nell'isola nella prima metà dell'Ottocento e la carta geologica della Sardegna da lui elaborata a compendio degli studi compiuti. 

 

Museo delle macchine da minieraNei millenni di sfruttamento dei giacimenti dell' Iglesiente, i minatori hanno utilizzato strumenti di scavo semplici che comportavano un duro ed estenuante lavoro fisico. Unica innovazione tecnica di rilievo fu l'avvento dell'esplosivo. Dopo il 1850, con l'industrializzazione, furono adottati mezzi tecnologicamente sempre più avanzati, che portarono alla meccanizzazione delle miniere. L'inventiva e la professionalità dei tecnici minerari determinarono la trasformazione di un lavoro basato sulla forza dell'uomo e su pochi attrezzi, in un sistema produttivo industriale all'avanguardia nel mondo. A partire dal 1980, per la necessità di dare un forte impulso alle produzioni, sono state introdotte delle grandi macchine che hanno consentito la rapida coltivazione di grandi aree mineralizzate e il trattamento di quantitativi notevoli di tout-venant.  Le miniere di piombo e zinco e le officine minerarie sarde sono così divenute banco di prova e fucina per tante aziende costruttrici che volevano migliorare i rendimenti e le prestazioni delle proprie macchine. In qualche caso, come per l'autopala Montevecchio, il prototipo fu addirittura ideato e realizzato nelle officine di quella Società che poi trasferì il brevetto alla Società Atlas Copco.
Il museo documenta queste importanti tematiche, esponendo oltre 70 macchine a partire dal 1850 e varie attrezzature specifiche per i lavori minerari. Tra i modelli di macchine: Jumbo Tamrock Minimatic H207M, Vagone Hagglunds HRS 12, Vagone per il trasporto del personale, Autopala Atlas-Copco Cavo 310, Locomotore Parkano PUL 12°, Carro di perforazione Atlas-Copco Simba H252.

 

 

Museo Arte MinerariaIl museo, articolato in un androne centrale e due anditi, è ubicato nei sotterranei dell'Istituto Minerario "Asproni", pregevole edificio Liberty. I sotterranei, fin dal tempo della costruzione dell'edificio, furono adibiti a laboratori per le esercitazioni pratiche che accompagnavano le materie di insegnamento; vennero utilizzati durante la seconda guerra mondiale come rifugio antiaereo ed infermeria-sala operatoria in collegamento con il vecchio ospedale Santa Barbara. L'esposizione è finalizzata a documentare e illustrare il mondo della miniera in Sardegna. Comprende un'importante raccolta di fotografie, attrezzature e macchine da laboratorio, nonché modellini e plastici in scala che hanno fatto la storia dell'arte mineraria. L'androne centrale ospita le attrezzature per il trasporto, gli esplosivi, la sonda, il compressore ed altro. Nell'andito di destra si trovano le attrezzature di perforazione e foto d'epoca. Nell'andito di sinistra è collocata la sezione modellistica con la preparazione dei minerali. Sono inoltre percorribili, dall'ingresso "Discenderia" dell'androne centrale, tratti ristrutturati e messi in sicurezza delle gallerie realizzate dagli stessi allievi, a partire dal 1934, secondo diverse tecniche. Le gallerie si diramano con traverse per circa 300 metri sotto e fuori dal perimetro dell'Istituto.

 

 

Giardino e Casa natura LinasiaIl giardino (mt 700 s.l.m., 9000 mq) è allestito presso l'area dei servizi AFDRS, nella foresta demaniale di Marganai-Parco Regionale Linas/Marganai. Nato con scopi scientifici, didattici ed educativi su un terreno modulato morfologicamente, raccoglie e rappresenta le tipiche associazioni geo-floristiche e fito-sociologiche del massiccio Linas-Marganai. Calcari del Paleozoico-Cambriano, graniti, quarziti e scisti metamorfici del Paleozoico, detriti del Quaternario sono associati ai quattro tipici paesaggi vegetali: la lecceta, la macchia termofila, le zone umide (vi è ricostruito un corso d'acqua lungo il quale è riconoscibile la vegetazione delle zone fresche e riparia), le garighe orofile. Particolarmente interessante la sezione della garigha per la presenza di rari endemismi e per la sistemazione delle specie rupestri direttamente sulla roccia. Tra i più notevoli endemismi l' Helichrysum montelinasanum, l'Armeria sulcitana, il Bellium bellidiodes.  Ampiamente corredato di commento scientifico, il giardino offre il massimo dell'interesse e della bellezza nei mesi di aprile e maggio, con la fioritura della maggior parte delle piante (negli altri mesi questa può essere osservata nella postazione informatica collocata all'interno della casa-natura). Nella casa-natura sono conservati reperti archeologici della zona, minerali provenienti dalle miniere dismesse del massiccio Linas-Marganai e l'erbario.

 

 

2) Isola di San Pietro - Carloforte

Proprio davanti all'estremità sud-occidentale della Sardegna, si adagia il piccolo arcipelago del Sulcis, le cui due isole principali sono Sant'Antioco (in realtà collegata alla terra ferma da un sottilissimo istmo di terra) e San Pietro, già conosciuta dai navigatori greci, che la chiamarono Hieracon; per le navi di Roma era accipitrum insula (o isola degli sparvieri). Il suo nome attuale è invece legato ad una suggestiva voce, secondo la quale su questo trapezio di roccie laviche di 51 chilometri quadrati, vi sarebbe sbarcato e soggiornato San Pietro, il primo pontefice e apostolo del Cristo. L'isola, priva di corsi d'acqua, ma con stagni, paludi, e rare sorgenti, ha una sagoma ondulata da dolci colline, che hanno i loro vertici nel bricco (monte) Guardia dei Mori (211 m.), nel bricco Tortoriso (208 m.) e nel bricco Ravenna (192 m.).

L'economia dell'isola è basata principalmente sulla pesca anche se, nel passato minerario, Carloforte, principale centro dell’isola,  ebbe un ruolo fondamentale come porto per l'imbarco del materiale estratto sui grandi mercantili. Tutto il territorio sta riscontrando una notorietà crescente per via delle tonnare[1], industrie per l'antichissima pesca al tonno, che qui viene praticata ancora in maniera tradizionale. La discendenza genovese di Carloforte non si limita al dialetto dei suoi abitanti, questa è palese nell'architettura del suo lungomare e del suo centro storico che hanno mantenuto integri gli edifici originari. Lungo le coste, sui versanti meridionale ed orientale, si alternano spiagge bianche e rosa di inconfondibile bellezza, cale, insenature, grandiose scogliere a nord e ovest, grotte sul mare e anfratti rocciosi: una notevolissima varietà di paesaggi che rendono l'isola alquanto caratteristica.

 

 

Carloforte  

L'unico centro abitato dell'isola è Carloforte, fondata nel 1738, durante il regno di Carlo Emanuele III, da una colonia di pescatori liguri provenienti da Tabarka, un'isola al largo della Tunisia, colonia ligure di proprietà dei Lomellini, allora signori di Pegli, che allo scopo di sfruttare i ricchi banchi di corallo l'avevano popolata con pescatori quasi esclusivamente pegliesi. Nel primo periodo della colonizzazione l'abitato era raccolto all'interno della cerchia dei bastioni. Le uniche costruzioni in muratura erano il Castello, La Chiesa e la casa del Duca. Ancora oggi l'origine ligure dei suoi abitanti la si può riscontrare nell'urbanistica del paese, come si può notare visitando il suo centro storico, a cominciare dal lungomare Battellieri nel quale oltre al monumento dedicato a Carlo Emanuele III, possiamo ammirare i vecchi palazzi settecenteschi e ottocenteschi che nacquero nel periodo in cui Carloforte si espanse oltre le mura. 

 

 

I monumenti

 

Chiesa Parrocchiale di San Carlo

La facciata ha un coronamento a timpano ed è suddivisa in due ordini da una trabeazione aggettante, compartita da sobrie paraste che inquadrano il portale e il rosone. L'interno, a navata unica con tre cappelle per lato, è coperto da volta a botte ed è percorso da una robusta e aggettante trabeazione che corona l'ordine corinzio. L'elemento più vicino all'estetica barocca è l'originale campanile, sfalsato rispetto alla facciata. L'edificio costituisce un problema attributivo importante poiché il risultato finale è decisamente composito e darebbe un termine temporale alquanto anticipato per l'arrivo del Neoclassicismo in Sardegna ad opera degli stessi importatori del Rococò piemontese.  Un documento dell'Archivio di Stato di Cagliari accerta che nel 1738 l'ingegnere militare Augusto Della Vallea, che lavorava in quel momento al nuovo assetto urbano di Carloforte, costruì anche la chiesa. Non doveva trattarsi certamente dell'attuale parrocchiale in quanto in un disegno del 1741, indicante la planimetria generale con l'indice delle case principali, si legge nell'elenco dei lotti al punto 11: ''sito in cui deve farsi la chiesa''. Quindi a questa data la chiesa di San Carlo ancora non esisteva ed è difficile stabilire a quale edificio si facesse riferimento nel dispaccio del 1738: se a una cappella provvisoria o, più probabilmente, alla chiesa dei Novelli Innocenti. Sarebbe da scartare anche l'ipotesi di una realizzazione successiva su disegni lasciati dal Della Vallea perché ciò significherebbe ammettere che una personalità come la sua, così permeata di cultura tardobarocca, abbia adottato per la facciata uno schema tanto aderente al modello neoclassico da rappresentare un'impensabile precorrimento stilistico, arduo a questa data.  Alcuni dati stilistici rimandano al Palazzo dell'Università di Cagliari offrendo fondati motivi per l'attribuzione al medesimo progettista, l'ingegnere Saverio Belgrano di Famolasco, che, durante il suo periodo di permanenza in Sardegna, tra il 1761 e il 1769, è presente a più riprese a Carloforte per opere di sistemazione urbanistica e di fortificazione.  La chiesa viene riaperta al culto nel 1775, sei anni dopo il rientro a Torino del Belgrano. Le incongruenze stilistiche indicano una possibile alterazione del progetto in assenza dell'autore e in realtà, attraverso documenti d'archivio, riguardanti l'attività in Sardegna di un altro ingegnere militare, Francesco Daristo, la parrocchiale di San Carlo è stata compresa tra le opere da lui realizzate con la data del 1773.

 

 

Chiesetta della Madonna dello Schiavo

A pochi passi di distanza dalla Chiesa di San Carlo, nella via XX Settembre, incastonata tra i fabbricati privati, si trova la piccolissima Chiesa della Madonna dello Schiavo. E' particolarmente cara ai carlofortini che, soprattutto la mattina, vedrete entrare per una rapida e intensa preghiera di devozione. La chiesa prende il nome dal simulacro in legno di tiglio sistemato nella nicchia sull'altare, trovato sulla spiaggia in Tunisia da Nicola Moretto, uno dei carlofortini ridotti in schiavitù. In realtà si tratta della "polena" di un veliero che fece probabilmente naufragio o che la perse nel corso di una tempesta. Una targa che ricorda la traslazione dei resti di uno degli ex schiavi tabarkini deceduto in Tunisia, è sistemata nella facciata di destra rispetto all’ingresso principale. Nella piccola cantoria sovrastante l’ingresso, si trova, quasi seminascosto, un organo in legno di scuola napoletana della seconda metà dell'800.

 

 

Chiesetta di San Pietro o dei Novelli Innocenti

L'attuale impianto tardobarocco sorge sulle rovine di una duecentesca chiesa dedicata ai Novelli Innocenti, a ricordo di un naufragio in cui perì una parte di quei fanciulli che, intorno al 1212, nel confuso movimento di preparazione alla quinta crociata, si avventurarono nella semileggendaria "Crociata dei fanciulli". Due dei sette vascelli partiti da Marsiglia vennero inghiottiti dal mare in tempesta, davanti alla costa S/O della Sardegna, nelle vicinanze dell'isola di San Pietro, nella quale papa Gregorio IX diede ordine che venisse eretta una chiesa in loro memoria. I ragazzi sistemati negli altri vascelli, giunti in Siria, furono venduti come schiavi. La chiesa, per quanto incerta possa essere la sua iniziale dedicazione, doveva esistere sull'isola fin da epoca medievale. Fu l'unico riferimento religioso per il nucleo iniziale di Liguri provenienti da Tabarca ai quali, nel 1736, era stata data la concessione del suolo da parte di Carlo Emanuele III, considerato il re fondatore. Il rifacimento della piccola chiesa si deve, con tutta probabilità, all'ingegnere militare piemontese Augusto della Vallea. In un documento dell'Archivio di Stato di Cagliari si legge che nel 1738 il Della Vallea stava lavorando al nuovo assetto urbano e che "costruì anche la chiesa". Non può trattarsi certamente della parrocchiale dedicata a San Carlo, in cui fu adottato per la facciata uno schema tanto aderente al modello classicistico quanto lontano dallo stile così personale del Della Vallea, permeato di cultura tardobarocca. La chiesa dei Novelli Innocenti manifesta nella sua esemplare semplicità un evidente carattere piemontese. Dagli alti muri bianchi della strada svetta il prospetto della chiesa forato da una finestra reniforme, riquadrata entro due forti lesene che attraversano verticalmente la modesta ma armoniosa facciata. Le lesene si  incrociano con una cornicetta marcapiano ben sagomata e con una cornice aggettante posta superiormente a mo' di cimasa. La facciata è coronata da un attico con timpano triangolare e da pinnacoletti alla maniera dello Juvarra, partito, questo, su cui il Della Vallea insiste, per esempio, nei disegni degli apparati per le onoranze funebri realizzati in occasione della morte del viceré Girolamo Falletti di Castagnola e di Barolo, morto a Cagliari il 5 luglio 1735. L'interno è ben proporzionato e ha di notevole la bella volta ribassata che copre l'aula unica.

 

 

Torre San Vittorio

Essa rappresenta l'ultimo fortino del complesso di mura eretto a difesa della città intorno al 1806. La Torre di  San Vittorio si trova in località Spalmatore, agevolmente raggiungibile percorrendo la strada che dal porto di Carloforte conduce alle saline. Costruito su un piccolo promontorio sabbioso nella seconda metà del Settecento, presenta una pianta complessa composta da una torre centrale di 12 m di diametro contornata da tre semi-torri. Verso la fine dell'Ottocento fu acquisito dalla Regia Università di Cagliari che nel 1911 lo trasformò in Osservatorio astronomico. È dotato di un telescopio per osservazioni anche a scopo didattico, nonché di moderne apparecchiature che permettono di contemplare e fotografare le meraviglie del cielo stellato.

 

La costa, le spiagge, le grotte dell’Isola di San Pietro

La costa settentrionale e occidentale è la più selvaggia ed incontaminata. E' caratterizzata dal susseguirsi di sporgenze e rientranze che cadono a picco sul mare, con altezze che arrivano anche a 150 metri.
Nel punto più alto della punta di Capo Sandalo si staglia il faro più occidentale d'Italia,
Partendo dalla Punta, dove troviamo gli antichi stabilimenti delle tonnare e proseguendo verso ponente incontriamo nell'ordine, Calalunga, le Tacche Bianche, il canale di Memerosso dove la costa incomincia ad assumere quell'aspetto caratteristico dovuto all'erosione. Particolarmente suggestive sono la grotta di Punta delle oche e la grotta di Nasca. Qui troviamo anche il Trogiu: una piscina naturale scavata dalla natura in mezzo agli scogli. Calavinagra è forse il fiordo più bello della costa nord-occidentale. Siamo arrivati così all'Oasi LIPU Carloforte, da dove si può ammirare il Falco della Regina volteggiare nel cielo. Sempre procedendo verso ovest incontriamo Calafico, e dopo il Faro di Capo Sandalo, il golfo del becco e gli scogli delle Spine.

L'unica spiaggia situata sulla costa occidentale è La Caletta, che è anche la più estesa. Procedendo verso sud la costa diventa nuovamente rocciosa. Qui troviamo alcuni luoghi caratteristici quali La Conca, un anfiteatro naturale degradante sul mare, con nelle immediate vicinanze, una piscina naturale. La costa della Mezzaluna è invece caratterizzata da una serie di grotte raggiungibili solo via mare. Sempre proseguendo verso sud si incontra la prima spiaggia della costa meridionale: la spiaggia delle Chinolle. Da lì in poi la costa diventa un intercalare di spiagge e scogliere. Incontriamo la spiaggia del Lucchese, La Bobba, in prossimità della quale emergono dal mare le Colonne, due  faraglioni di roccia rachitica, la spiaggia di Guidi, Puntanera, il Giunco, la spiaggia più estesa dell'Isola che prosegue per qualche chilometro fino ad arrivare quasi a Carloforte.

 

 

Grotta di Punta delle ocheSituata nella parte settentrionale dell'isola. E' così chiamata in quanto regno incontrastato dei gabbiani detti "oche" in dialetto carlofortino. Si apre nella roccia trachitica in un punto in cui la costa scende a picco sul mare con un salto di una ventina di metri.

 

 

Piscina Trogiu

A Carloforte il "trögiu" è una vasca usata per raccogliervi l'uva dopo averla tagliata. Lo stesso nome è stato dato a questa piscina naturale fra gli scogli di Nasca.  L'acqua del Trögiu ha dei colori bellissimi, ma dopo una tempesta di maestrale diventa così torbida da sembrare una pozzanghera

 

 

L’Oasi LIPU

L'Oasi si estende con una superficie di 236 ettari nella parte occidentale dell'isola con 6,6 Km di costa. La scogliera si presenta come una aspra piattaforma rocciosa a picco sul mare, alta fino a 130 metri, intagliata da profonde insenature (Cala Vinagra e Cala Fico) e solcata da canali che sfociano in mare. Le rocce, erose dal vento e dagli altri agenti atmosferici, sono caratterizzate da piccole cavità, nicchie e fessure che danno al paesaggio un aspetto selvaggio e ricco di fascino. Le continue modificazioni geologiche e climatiche dell'isola hanno favorito la costituzione di un ambiente del tutto unico, caratterizzato da una varietà floristica e faunistica comprendente numerose specie che si trovano soltanto su quest'isola e che hanno portato alla classificazione della zona come "Area di interesse internazionale"A ridosso della falesia, la vegetazione è rappresentata dalla gariga, caratterizzata da arbusti bassi, sparsi e resistenti al vento e all'aerosol marino, caratteristici della macchia mediterranea. Si tratta di specie adattate a condizioni ambientali estreme, tra le quali il Finocchietto marino e due importanti endemismi sardo-corsi quali il Limonio greco e il Seseli di Padre Bocconi il cui intenso aroma impregna l'ambiente di scogliera.  Spostandosi dalla costa verso le zone interne si possono osservare le specie piu tipiche della macchia mediterranea: il Mirto, il Rosmarino, la Fillirea, il Lentisco e le ginestre formano basse ed estese coperture. Una nota vivace di colore è data dalla fioritura di due piccole piante endemiche: l'Anagallis monelli dalla vivace corolla rossa e il Bellium crassifolium, una elegante margherita bianca. Nelle zone piu interne e riparate dal forte vento di maestrale, si possono osservare pinete residue di Pino d'aleppo, che in quest'isola rappresenta lo stadio più evoluto della vegetazione mediterranea.

 

 

Cala Fico

Sulla scogliera trovano posto per costruire i loro nidi i falchi della regina. Calafico si trova all'interno dell'Oasi Lipu.

 

 

Golfo del Becco

La falesia del golfo del Becco è tra le più suggestive. Questa zona è forse la più incontaminata dell'isola, popolata da cormorani, difficilmente raggiungibile via terra.

 

 

La Caletta o Cala Lo Spalmatore

Anfiteatro di sabbia bianchissima, a contrasto con le scure rocce vulcaniche, a Sud del quale si trova Punta Spalmatore, luogo che già in antichità veniva scelto per spalmare di pece le imbarcazioni.

 

 

La Conca

Una piscina naturale situata a sud dell'isola, tra gli scogli che cadono a picco, in contatto con il mare tramite uno stretto passaggio. Quando spira il maestrale, vento predominante, è uno dei luoghi riparati dove fare un bagno. Sconsigliata in caso di  vento forte di scirocco (da sud est) che rende le acque torbide.

 

 

Costa della Mezzaluna

La Mezzaluna è caratterizzata da una scogliera a picco sul mare disseminata di piccole e numerose grotte.

 

 

Spiaggia Il LuccheseDeriva il suo nome dal luogo d’origine dell’antico proprietario dei terreni intorno.

 

 

Spiaggia  Bobba

Racchiusa da due punte di roccia è una spiaggetta di sabbia bianchissima. Dal sentiero adiacente al parcheggio si raggiungono i faraglioni delle Colonne.

 

 

Spiaggia Guidi

Anche se poco estesa, la spiaggia di Guidi offre uno spettacolo di rara bellezza per il colore chiaro della sabbia finissima, alternata a rocce scure e per le sue acque limpide.  Il percorso per arrivare alla spiaggia, che dalla strada dista qualche centinaio di metri percorribili attraverso un sentiero, è accompagnato dalla presenza di campi, che in primavera verdeggiano trionfanti. Non si può che restare colpiti dalla presenza di numerose fresie selvatiche bianchissime, profumate e dalla fioritura delle piante grasse spontanee presenti qui come in altre parti dell'Isola di San Pietro.  L'esplorazione del fondale, che alterna zone sabbiose a macchie di poseidonia, si presenta variegato e multicolore e degrada dolcemente, permettendo l'avvistamento di vari tipi di pesci.

 

 

Spiaggia di Punta Nera

La Punta prende il nome dal colore scuro delle scogliere. Lungo la costa, dal mare, si vede anche una bella grotta naturale.

 

 

Spiaggia del Giunco

E’ la spiaggia più estesa dell’isola.

3) Isola di Sant’ Antioco

L’isola di Sant’Antioco è la più grande dell’arcipelago sulcitano. E’ collocata a sud della Sardegna, alla quale è collegata dall’istmo artificiale, che, ideato dai cartaginesi, viene completato dai romani. Sant’ Antioco è uno dei centri abitati più importanti dell’isola e, insieme a Calasetta ha origini piuttosto remote. Infatti, il paesino viene edificato dai fenici nel 750 a. C., prendendo il nome di Sulci. Successivamente, in seguito alla conquista da parte dei romani, durante l’impero di Claudio, diventa un municipium, acquistando un ruolo sempre più importante nel settore delle attività commerciali. Segni tuttora visibili delle civiltà antiche che si sono avvicendate a Sant’Antioco, sono l’acropoli punica con le sue mura, che i romani utilizzano come sede di un tempio; poi, ancora, la necropoli punica, che nasconde numerose tombe sotterranee, e la necropoli romana.

 

I monumenti e i siti archeologici

 

Parrocchiale di S. Antioco

Nell'abitato, sul fianco s. di una piazza sul punto più alto del paese, sorge la chiesa dedicata a Sant'Antioco, di cui è visibile solo il prospetto principale, realizzato fra il XVII e il XVIII secolo, poiché alle restanti parti si addossano edifici di vario genere. L'impianto originario della chiesa era quello di una chiesa alto-medioevale cruciforme, come si deduce anche dai materiali scultorei ora collocati, oltre che in diverse collezioni private, nell'ingresso laterale e nella cripta del santuario. Il santuario era a pianta centrale, con quattro bracci voltati a botte e corpo centrale cupolato. L'intradosso della cupola emisferica interseca il filo interno del quadrato d'imposta, al quale si raccorda tramite quattro scuffie a quarto di sfera; i peducci delle scuffie sono scolpiti con motivi a zampa di leone e a guscio di tartaruga. Nella cupola si aprono quattro finestre.  La pianta è oggi longitudinale, con aula approssimativamente a tre navate e altrettante campate, transetto largo quanto l'aula e abside affiancata a N da un'abside minore, relativa a un vano quadrangolare che prospetta, con due arcate, sul capocroce e sul braccio s. del transetto. Questa planimetria risulta dall'aggiunta delle navate laterali e dei due vani absidali. Le absidi hanno l'estradosso del catino rientrante sul filo dell'imposta. La chiesa è stata oggetto di numerosi interventi edilizi. Nel Sei-Settecento sono state aggiunte la prima campata e la facciata. Le parti rifatte sono costruite allo stesso modo di quelle pertinenti all'impianto, in cantoni di arenaria e grandi conci bugnati di basalto, che costituivano materiale di spoglio della cinta muraria dell'antica Sulci.

 

 

Il Forte Sabaudo

Documentato come sede diocesana fin dal V secolo, fu abbandonato nel corso del Medioevo, quando il vescovo si trasferì a Tratalias e poi a Iglesias, e ripopolato soltanto nel XVIII, per volontà dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.  Il forte "nuovo" fu disegnato e progettato nell'agosto del 1812 dal Capitano del Corpo della Reale Artiglieria Ambrogio Capson e fu edificato a spese della popolazione che provvide ai carri per il trasporto dei materiali occorrenti e alla loro posa in opera. Era dotato di deposito, dispensa, polveriera, cisterna, dormitorio, corpo di guardia, carcere, cortile, cannoniere, armeria e garitta (tamburo o barbacane). Il suo organico era composto da 12 cannonieri del Corpo Reale d'Artiglieria e possedeva un armamento che constava di 3 cannoni da 12 libbre, 2 cannoni da campagna da 4 libbre, 1 spingardo, 12 fucili e varie sciabole. Fu utilizzato per la difesa fino al 1815.  La fortificazione è caratterizzata da un insieme di corpi quadrangolari sovrapposti agli spigoli, a livelli differenti. Una serie di feritoie, strombate all'esterno, corre per tutto il perimetro. Una garitta con feritoie, oggi murate, proteggeva l'ingresso che era stato progettato con ponte levatoio. Sull'arco d'accesso al forte si scorgono ancora i due fori nei quali avrebbero dovuto scorrere le catene del ponte mai costruito. L'angolo più alto, a S/E, fungeva da torretta; al di sotto si trovano due ambienti voltati a botte, uno il corpo di guardia e l'altro la garitta. Le cannoniere, disposte su due livelli, sono orientate a E, a N/E e a S, lato in cui si apre l'ingresso.
Il forte fu espugnato durante l'ultima incursione barbaresca sulle coste del Meridione sardo, perpetrata da pirati tunisini nell'ottobre del 1815.

 

 

Museo archeologico

Il museo, inaugurato nel 2005 e adiacente all'area del tofet, espone reperti archeologici provenienti sia dal centro abitato di Sant'Antioco sia da altre località del Sulcis. Corredata da pannelli didattici, l'esposizione illustra le varie fasi dell'insediamento nel sito sin dalle prime tracce di frequentazione in età preistorica. L'antica città fenicio punica di Sulky, riproposta in un plastico ricostruttivo, è rappresentata attraverso i ricchissimi materiali provenienti dagli scavi condotti in vari settori dell’abitato: oggetti d'uso, elementi architettonici, corredi funerari punici e romani. Notevoli le ceramiche, sia quelle d'uso quali coppe, piatti, anfore, lucerne, sia quelle rituali, essenzialmente brocchette con orlo a fungo o bilobato. Di pregevole fattura i gioielli, spesso aurei, quali anelli digitali e crinali, orecchini e collane; numerosi gli amuleti in osso, metallo, pasta vitrea e pietra. Particolare risalto è dato alla tomba punica di via Belvedere: si tratta infatti della più antica tomba punica rinvenuta a Sant'Antioco. Il tofet è rappresentato da un pannello stratigrafico e dall'esposizione delle stele e delle urne cinerarie.  Di grande interesse sono le riproduzioni di navi da guerra e da trasporto fenicie e puniche

 

 

Museo etnografico

Il Museo etnografico si trova nel centro del paese, lungo il percorso che collega la basilica di Sant'Antioco al Museo archeologico e all'area del tofet.  Sono esposti gli oggetti che testimoniano gli usi e i costumi dell'isola, soprattutto in relazione alla lavorazione della palma nana e del bisso, e alle modalità di colorazione naturale dei tessuti.  La lavorazione del bisso costituisce un'importante peculiarità. È filamento prodotto dalla nacchera, scientificamente denominata "Pinna nobilis", dalla quale si ricava un prezioso filato utilizzato per guanti, sciarpe e altri capi di abbigliamento pregiati. Sono documentate le difficili tecniche di lavorazione del bisso e le attrezzature necessarie, che sono state esposte anche ad una mostra temporanea organizzata dal museo naturalistico di Basilea.  Nel museo sono raccolti gli strumenti per la panificazione (in particolare si illustra il pane votivo offerto al Santo Patrono Sant'Antioco), per la lavorazione del formaggio, per la coltivazione della vite e per la vinificazione, per il lavoro nei campi (aratro in legno e diversi tipi di attrezzi per il dissodamento del terreno), per le attività del falegname, del mastro bottaio e del maniscalco. Sono inoltre presenti nel cortile diversi tipi di carretti sardi: carro a buoi, carretto per asino e cavallo.

 

 

Necropoli punica

Risalente al VI – IV secolo a.C. la necropoli scavata nella roccia tufacea è utilizzata fino ai tempi dei romani. Attraverso il dromos, un corridoio, si accede ai due vani della camera sepolcrale, separati da un pilastro. Ai piedi del Monte di Cresia si trovano le tombe a camera unica, utilizzati in seguito come catacombe. Nei pressi della necropoli sono visibili alcune strutture murarie dell’antica città, dove sono state rinvenute le splendide statue gemelle, raffiguranti due leoni accosciati. Realizzate in pietra, molto probabilmente erano sistemate ai due lati della porta d’ingresso della città

 

 

Tophet fenicio-punico

Si presenta come una serie di cortili concentrici recintati da muri in pietra, al cui centro si elevava l’altare sei sacrifici, circondata da un’area nella quale venivano sepolti i vasi di terracotta contenenti le ceneri delle vittime. I primi scavi del 1842 interpretarono l’area sacra come necropoli a cremazione. Nel 1959 la ripresa dell’indagine archeologica vi riconobbe il tofet. La parte più sacra del tofet è a nord, ai piedi del roccione trachitico, incorporata in una piccola costruzione templare da ritenersi coperta a unica falda inclinata verso il cisternone ellittico ( a est) di cui resta il fondo rivestito da cocciopesto, costituente la conserva di acqua per la necessità di culto. Il sacrificio avveniva in una spaccatura della roccia, a ovest di questo saccello, dove sono visibili il cumulo di ceneri e di minuti frammenti ossei combusti.

 

 

Le Spiagge

 

Spiaggia grande

La spiaggia Grande è una tra le più suggestive della costa del Sulcis. Le sue acque trasparenti unite ad un paesaggio naturalistico dalle tonalità di verde più acceso, offriranno di sicuro ai turisti uno spettacolo naturale difficilmente altrove ammirabile. La Spiaggia Grande si presenta con un fondo di sabbia chiara molto sottile delimitata da rocce di tufo e granito, orlata da dune e ginepri.Le sue acque sono trasparenti e di un azzurro cangiante per i giochi di luce creati dal sole riflesso sul fondale.

 

 

Spiaggia Mangiabarche

La scogliera di Mangiabarche si trova nella località Punta Mangiabarche nell'Isola di Sant'Antioco e nel comune di Calasetta, ed è raggiungibile percorrendo una strada non asfaltata sulla quale si svolta dalla strada costiera, prima delle spiagge di Calasetta. La spiaggia di Mangiabarche si presenta come una scogliera a strapiombo sul mare. Di fronte, utile per individuarla, un faro che mira ad evitare il fenomeno mangiabarche, cioè che le imbarcazioni finiscano contro le rocce affioranti dall'acqua.  Il mare è trasparente e di un azzurro cangiante per i giochi di luce creati dal sole riflesso sul fondale.

 

 

La Tonnara

La spiaggia della Tonnara si presenta con un fondo di scogli e rocce.  Alle sue spalle, si trova l’edificio nel quale si lavorava il tonno (da qui il nome) fin circa una sessantina di anni fa. Le sue acque sono trasparenti e di un azzurro cangiante per i giochi di luce creati dal sole riflesso sul fondale.

 

Capo Sperone

Capo Sperone è una scogliera all'estrema punta meridionale dell'isola di Sant'Antioco, da cui è possibile godere di un panorama mozzafiato verso le piccole isole della Vacca e del Vitellino e, più lontano, del Toro, antichi vulcani emersi dalle acque. Dalla cala o dal mare è possibile raggiungere altre piccole baie, tutte molto suggestive. Le sue acque sono trasparenti e di un azzurro cangiante per i giochi di luce creati dal sole riflesso sul fondale: altro effetto cromatico viene offerto dalla vegetazione, soprattutto dalle ampie distese di peonie rosa.

 

 

Cala Sapone

La spiaggia di Cala Sapone, sulla costa occidentale dell'isola di Sant' Antioco, si presenta con un fondo di sabbia a grani grossi mista a conchiglie e frammenti di corallo, con scogli e piatte rocce bianche. Dalla spiaggia o dal mare è possibile raggiungere altre piccole baie, tutte molto suggestive come la Cala della Signora, piattaforma di scogli piatti raggiungibile a piedi o a nuoto da Cala Sapone.  Le sue acque sono trasparenti e di un azzurro cangiante per i giochi di luce creati dal sole riflesso sul fondale.

 

 

Cala Lunga

La spiaggia di Cala Lunga si presenta con un fondo di sabbia a grani grossi mista a conchiglie e frammenti di corallo con scogli e rocce che la delimitano; dalla spiaggia o dal mare è possibile raggiungere altre piccole baie, tutte molto suggestive, come la Cala dei Tuffi, piscina naturale con pareti rocciose.
Le sue acque sono trasparenti e di un verde cangiante per i giochi di luce creati dal sole riflesso sul fondale.

 

 

Cala Vingra

La spiaggia di Cala Vinagra si presenta con una scogliera a strapiombo sul mare.  Le sue acque sono di un azzurro cangiante per i giochi di luce creati dal sole riflesso sulle acque.  Si presenta come una caletta molto ben riparata e divisa da quelle vicine.

 

 

 

[1] La mattanza è la fase finale della pesca del tonno che si pratica con le tonnare, un complesso di reti che si cala in mare verso i primi di maggio e vi resta fino al mese di giugno. E' suddivisa in camere che sono disposte in fila e comunicano tra di loro per mezzo di porte, costituite anch'esse da pezzi di rete. Il tonno ripetendo di anno in anno sempre lo stesso percorso finisce per trovarsi dentro le camere. Quando il rais ( il capo della tonnara ) ritiene che il numero di tonni presente sia sufficiente, e se le condizioni meteorologiche sono favorevoli, i tonni vengono "indotti" ad entrare nella camera della morte dove restano intrappolati. I tonnarotti, che stanno sulle barche disposte lungo i quattro lati della camera, al comando del rais tirano su la rete. I tonni man mano che gli viene a mancare l'acqua si dibattono, urtano violentemente tra loro, si feriscono. Quando sono ormai sfiniti li aspettano i "crocchi", i micidiali uncini dei tonnarotti montati su delle aste, che servono per agganciare i pesci e issarli sulle barche.
La mattanza è uno spettacolo sanguinoso e crudele, il mare si tinge di rosso, sembra un campo di battaglia.