Itinerari attorno ai Festival: Abbabula di Sassari

Immagine da Abbabula Festival di SassariAbbabula- Le Ragazze terribili- Sassari

Storia del festival

Organizzato dell'associazione culturale "Le Ragazze Terribili", il "Festival Abbabula" si svolge a Sassari a partire dal 1996. La manifestazione, anno dopo anno, ha saputo conquistare migliori spazi per i concerti e un più che dignitoso curriculum artistico, con tanti artisti interessanti che si sono susseguiti sul palco nel corso di questi anni. Forte il legame con la città, sviluppato anche attraverso la collaborazione con alcune istituzioni sassaresi. Ad esempio, nell' edizione 2004 è da segnalare la collaborazione con l'Università: durante le sei giornate di Abbabula sono stati organizzati degli incontri tra gli artisti coinvolti in questa edizione del Festival e gli studenti del Corso di laurea in Scienze della Comunicazione della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Sassari.   "Abbabula" si presenta come un festival in crescita e dalle buone prospettive, che può puntare sulla risposta del pubblico per portare la musica d'autore (non solo italiana) a Sassari. La consolidata esperienza organizzativa accumulata da “Le Ragazze Terribili” appare, inoltre, in grado di assicurare continuità con la linea artistica delle passate stagioni e di rafforzare i buoni risultati di pubblico fin qui ottenuti.

 

Le Ragazze Terribili

Più di quindici anni fa andavano a tutte le rassegne underground e contattavano decine di gruppi della scena sarda. Poi fissavano le date, andavano in giro in macchina con il megafono ad annunciare i concerti e tappezzavano di volantini la città di Sassari.

E’ l’esordio della storia delle quattro “Ragazze Terribili” che, dopo avere dedicato il loro tempo libero a setacciare la penisola alla ricerca di perle musicali, hanno deciso di invertire la rotta. Portare i concerti a casa invece di inseguirli in giro per le città. Nasce nel dicembre del 1988 l’associazione che da diciassette anni accende la città con eventi e manifestazioni segnate dalla loro firma.

Nomi come De Andrè, Ligabue, Silvestri, Capossela, Cammariere, Casinò Royale, PGR. Una lista lunga che da qualche tempo si è allargata anche al cabaret.

Barbara Vargiu, Gabriella Sini, Rossana Polo e Ida Vargiu conservano un bel ricordo degli inizi: “La scena musicale di Sassari e Cagliari negli anni Ottanta era molto viva – raccontano -. Erano tempi diversi. Vedere un gruppo di ragazze in giro di notte non era semplice come adesso. Con gli artisti c’era un bellissimo rapporto”. Oggi “le Ragazze Terribili” associano il loro nome a manifestazioni come il Festival “Abbabula”, che dal 2000 è diventato un appuntamento fisso.

Un lavoro fatto con passione e di passione, che ha conquistato il pubblico. “All’inizio la difficoltà maggiore è stata guadagnare la fiducia degli spettatori – ammettono – il nostro sogno più ambizioso infatti era quello di portare le persone ai nostri spettacoli fidandosi delle nostre scelte artistiche”.

Alcuni dei grandi nomi che che si esibiti a Sassari sono stati una loro scommessa. E’ il caso di Sergio Cammariere, che arrivò in città nel 2002 ospite della sezione “emergenti” della quarta edizione del Festival Abbabula, un anno prima del suo exploit sanremese. “Un pubblico di cento paganti – ricordano - e quando lo riproponemmo l’anno successivo nel cartellone di Sassari Estate fece il tutto esaurito”. Un intuito per la musica di qualità coltivato nel tempo. Tra le centinaia di aneddoti basta sceglierne uno: “Quasi dieci anni fa abbiamo ricevuto una chiamata. Era un gruppo napoletano che ci chiedeva di rimediare una serata in zona, anche per centomila lire. Ci siamo informate: Salvatores li aveva chiamati per la colonna sonora del film che aveva appena finito di girare (n.d.r. il film era” Sud”). Abbiamo trovato un posto dove farli suonare”. Da allora quel gruppo ha fatto parecchia strada. Erano i 99 Posse”.

 

 

 

Sassari

Sassari, capoluogo di Capo di Sopra, si è sviluppata in seguito ad un aggregamento di villaggi distinti, come dimostra la nomenclatura di alcuni monumenti quali San Pietro di Silki, San Giacomo di Taniga, San Giovanni di Boscove. Il nome della città è citato per la prima volta in un antico registro risalente al 1131, ritrovato nel monastero di San Pietro in Silki, ubicato in periferia. È indubbio che la città goda di una interessante stratificazione storica che la vede protagonista di ampliamenti e piani urbanistici susseguitisi fino agli anni contemporanei. L'eleganza delle sue vie commerciali, il fascino del centro storico con case medioevali su viuzze tortuose, le suggestioni degli altari barocchi in legno dorato all'interno delle chiese: numerose sono le attrattive di Sassari, distesa su un tavolato che guarda verso l'Asinara. Il tessuto del centro urbano gravita intorno alla cattedrale di San Nicola, la cui facciata fittamente ornata domina su un'area di recente interessata da scavi archeologici.

 

I quartieri e i monumenti

 

Centro storico

Il nucleo originario della città di Sassari, un tempo delimitato dalle mura e porte risalenti al XII e XIV secolo, si sviluppa intorno al corso Vittorio Emanuele II, che insiste sul tracciato della medioevale Plata de Codinas. Il corso collega piazza Castello, a sud, e piazza Sant'Antonio a nord, attraversando il quartiere formato da viuzze strette e inerpicate. La piazza Castello prende il nome dall'antico castello aragonese edificato intorno al 1330 e per lungo tempo adibito a tribunale dell'Inquisizione poi demolito nel 1877. Oggi al suo posto si trova la caserma La Marmora, risalente alla fine dell'800, che ospita al suo interno il Museo storico della Brigata Sassari, dedicato ai protagonisti delle imprese marziali compiute dalla fanteria durante la prima guerra mondiale. Nel lato occidentale della piazza si erge la chiesa della Madonna del Rosario, impreziosita dal ricco altare barocco intagliato e dorato risalente alla seconda metà del 1600. Lungo il corso Vittorio Emanuele II, nell'area un tempo occupata dal municipio, si trova il Teatro Civico, costruito nel 1826 da Giuseppe Cominotti su modello del celebre Carignano di Torino.
Proseguendo verso nord, si incontra la chiesa di Sant'Andrea, la cui facciata seicentesca si ispira a modelli liguri.  La piazza Sant'Antonio, con cui si conclude il corso, ospita la chiesa di Sant'Antonio Abate, conclusa nel 1709, che conserva al suo interno il fastoso e ricco altare in legno intarsiato e dorato realizzato da Bartolomeo Augusto, e una tavola dipinta nella prima metà del Cinquecento raffigurante un Santo Diacono, attribuibile al Maestro di Castelsardo. A sinistra della piazza si trova un tratto delle antiche mura medioevali con torre merlata, mentre al centro si erge la colonna di Sant'Antonio realizzata nel 1954 da Eugenio Tavolara. Nei pressi di  Porta Macello si trova la Frumentaria.

 

Teatro Civico

Il complesso sorge nell'area precedentemente occupata dall'antico palazzo civico risalente al Medioevo. Le precarie condizioni dell'edificio nonché il nuovo impulso edilizio che la città conobbe durante il regno di Cario Felice decretarono la fine della vetusta costruzione, l'avvio dei lavori per l'erezione di un nuovo palazzo (1826) e di un adeguato Teatro civico (inaugurato nel 1829) in sostituzione degli ambienti adibiti a tale funzione nella stessa area. I condizionamenti che il nuovo edificio subì dal contesto edilizio circostante e il privilegio accordato alla struttura del teatro determinarono la scarsa funzionalità del Palazzo civico col conseguente trasferimento della sede prima nel palazzo d'Usini (1879), poi in quella attuale di Palazzo ducale (1900). Lo stesso teatro ai primi del Novecento decadde nelle funzioni e nelle strutture e solo a metà del secolo si provvide a un radicale intervento di restauro. Il Teatro civico fu costruito a partire dal 1826 e inaugurato nel 1829. Il progetto di Giuseppe Cominotti riflette il modello del teatro Carignano di Torino, con tre ordini di palchi e loggione. La facciata prospiciente il corso Vittorio Emanuele II è impostata secondo canoni neoclassico-puristi. Quattro lesene ioniche di ordine gigante scandiscono il prospetto, concluso da un frontone triangolare timpanato. Stessa impostazione si ritrova nel fianco prospiciente via Sebastiano Satta che nella parte mediana ospita l'accesso al teatro. Sullo stesso asse insiste a coronamento dell'edificio una lunetta cilindrica decorata a festoni e ghirlande. L'interno ha una planimetria a ferro di cavallo. A causa del cattivo stato di conservazione, nel 1947 vennero demoliti le originarie strutture lignee e il ricco apparato decorativo. Il teatro fu riaperto nel 1967, ma radicalmente restaurato a causa di un incendio che ne distrusse le originarie strutture in legno. Oggi è sede di concerti di musica da camera e di spettacoli teatrali, in particolare quelli in vernacolo sassarese.

 

 

Chiesa Madonna del Rosario

Il Teatro civico fu costruito a partire dal 1826 e inaugurato nel 1829. Il progetto di Giuseppe Cominotti riflette il modello del teatro Carignano di Torino, con tre ordini di palchi e loggione.  La facciata prospiciente il corso Vittorio Emanuele II è impostata secondo canoni neoclassico-puristi. Quattro lesene ioniche di ordine gigante scandiscono il prospetto, concluso da un frontone triangolare timpanato. Stessa impostazione si ritrova nel fianco prospiciente via Sebastiano Satta che nella parte mediana ospita l'accesso al teatro. Sullo stesso asse insiste a coronamento dell'edificio una lunetta cilindrica decorata a festoni e ghirlande. L'interno ha una planimetria a ferro di cavallo. A causa del cattivo stato di conservazione, nel 1947 vennero demoliti le originarie strutture lignee e il ricco apparato decorativo. Il teatro fu riaperto nel 1967, ma radicalmente restaurato a causa di un incendio che ne distrusse le originarie strutture in legno. Oggi è sede di concerti di musica da camera e di spettacoli teatrali, in particolare quelli in vernacolo sassarese.

 

 

Chiesa di Sant’Andrea

La chiesa di Sant'Andrea, sede della Confraternita del Santissimo Sacramento, fu eretta per volontà del medico di origine corsa Andrea Vico Guidoni, morto nel 1648. La fabbrica, cominciata dopo la morte del committente, si protrasse per oltre un cinquantennio, a causa delle diverse interruzioni per la peste che colpì la città nel 1652 e di una vertenza intercorsa fra il 1656 e il 1658 tra la confraternita e il capitolo turritano, che aveva incamerato i beni del Vico Guidoni destinati ai lavori, ultimati nell'ultimo decennio del Seicento. In mancanza di fonti documentarie si ritiene che la facciata, realizzata contestualmente all'impianto seicentesco, sia stata riformata negli ultimi anni del Settecento secondo un gusto rococò ad opera di maestranze legate all'architetto piemontese Giuseppe Viana. L'aula a navata unica è voltata a botte e scandita in tre campate diseguali da semipilastri dorici che, oltrepassando la cornice aggettante decorata a baccellature e ovoli classicistici, si prolungano nei sottarchi. Nelle pareti della seconda e terza campata sono state ricavate quattro nicchie entro cui si collocano altari in stucco di gusto barocco. L'abside, più bassa e stretta della navata, è a pianta quadrangolare. Nel XIX secolo è stata inserita nel catino absidale la decorazione in stucco a conchiglia e sono stati costruiti l'altare maggiore e la balaustra marmorei; quest'ultima, di forma semicircolare, nel delimitare la zona presbiteriale invade parte dell'ultima campata dell'aula. Nella parete destra del presbiterio è murata la lapide tombale del fondatore.
La facciata si articola in due ordini raccordati da ampie volute sormontate da piccoli campanili a vela con timpano triangolare. Una cornice marcapiano raddoppiata e fortemente aggettante con un fregio inferiore a triglifi e metope li separa. L'ordine inferiore è ripartito in tre specchi dai lesene tuscaniche doppie su basamento; nello specchio centrale si apre il portale, inquadrato da colonne doriche e sormontato da un architrave con fregio a triglifi su cui poggia il timpano spezzato a doppia inflessione, entro cui si inserisce una piccola edicola con nicchia architravata e centinata. Negli specchi laterali si dispongono tre aperture cieche sovrapposte: un portale quadrangolare con timpano spezzato a doppia inflessione concluso da una voluta e con un edicoletta centrale, una nicchia centinata e contornata, una finestrella quadrangolare la cui cornice forma ai lati quattro riquadri. Nel secondo ordine si ripropone il ritmo ternario con la serliana, sormontata da un timpano triangolare con due volute laterali che riproducono quelle della facciata mentre i rettangoli diamantati che ornano le lesene centrali sono una ripresa del motivo presente nelle pseudo edicole dei portali ciechi laterali. Conclude il prospetto il fastigio costituito da un timpano triangolare con vistose mensole che ne reggono la cornice.

 

Chiesa di Sant'Antonio Abate

La chiesa di Sant'Antonio abate fu costruita ex novo tra il 1700 e il 1707 per iniziativa e a spese del vescovo di Bosa, il servita sassarese Giorgio Sotgia Serra, come recita l'iscrizione sull'architrave del portale (OPVS ABSOLVTVM ANNO 1707). L'edificio ingloba in parte la precedente chiesa di Sant'Antonio, di forme gotico-catalane, utilizzandola come transetto entro il suo impianto a croce latina.
Il primo maestro impegnato nella costruzione fu il bosano Pedro Falqui, capomastro assai attivo in Sassari in fabbriche civili e religiose dal 1676. In un documento del 1698 si precisa che il Falqui doveva demolire e ricostruire la chiesa, risparmiando la cappella di Nostra Signora dei Servi e quella di San Felipe, in conformità a un disegno in suo possesso, dove si descrivono dettagliatamente le caratteristiche dell'edificio che, pur con una campata in meno, corrispondono a quelle della chiesa attuale, comprese le due persistenze tardogotiche alle estremità del transetto. Per una controversia col Sotgia Serra il Falqui venne sostituito nel giugno del 1700 con Matteo Del Rio, capomastro degli albaniles della città dal 1683, il quale portò a conclusione i lavori. Sebbene i capimastri fossero tutti locali e la struttura dell'edificio, pur nella maggiore ampiezza e complessità, utilizzasse elementi e una sintassi compositiva assai simili a quelli già impiegati in altre chiese della città (delle Cappuccine e di San Donato, ultimate rispettivamente nel 1692 e nel 1695), non è da escludere che l'elaborazione del progetto sia stata opera del padre servita maestro Francesco Locatelli, inviato a Sassari nel 1678 dal Sotgia Serra, che allora rivestiva il ruolo di Generale dell'Ordine dei Serviti. Il prospetto, in conci a vista, è ripartito in due ordini da un'alta cornice con fascia a rettangoli; la parte inferiore è scandita da sei lesene tuscaniche con al centro un portale inquadrato da colonne tortili, terminanti in figure grottesche, sormontato da un timpano curvilineo spezzato in cui si inserisce un fregio e, alla sommità, lo stemma del vescovo Sotgia Serra. Il secondo ordine presenta al centro una finestra a edicola sormontata da un timpano triangolare e affiancata da due finte aperture di eguale foggia ma di minori dimensioni; due ali inflesse lo rinserrano ai lati mentre un ampio frontone curvilineo - elemento barocco insieme al portale - ne delimita la sommità.
L'interno riprende con maggiore impegno e raffinatezza esecutiva il lessico dotto indicato in facciata, ma accentua la trabeazione che continua fino al presbiterio. L'impianto è a navata unica, divisa in tre campate rettangolari e una quadrata all'incrocio col transetto da lesene tuscaniche; le cappelle, tre per lato, hanno volta a botte; il transetto ingloba alle estremità due cappelle coperte con volte a crociera appartenenti al precedente edificio; il presbiterio quadrangolare con volta a botte è più basso e stretto dell'aula
.

 

Frumentaria

Il complesso è all'interno delle mura storiche della città, nelle vicinanze di Porta Macello, settore cittadino dove nel XVI e XVII secolo si concentravano numerosi servizi di utilità pubblica, quali il Macello, la Pescheria e la Casa del peso. La Frumentaria rappresenta una delle rare sopravvivenze dell'edilizia civile sassarese del Cinquecento. È il primo magazzino frumentario appositamente costruito in Sardegna per l'ammasso del grano acquistato a prezzo calmierato e conservato quale riserva in caso di guerra o carestia. Le fasi costruttive sono due, come i corpi che compongono lo stabile: dal 1597 al 1598 si edificò il primo corpo, ma con il rifacimento della copertura avvenuto già nel 1600; dal 1607 al 1608 il secondo. Pertanto il magazzino si articola in due edifici contigui a due piani, simili sia per dimensioni sia per la pianta rettangolare, separati da una parete divisoria comune risultante dall'unione delle due pareti addossate l'una all'altra. I tetti sono a doppia falda e il canale di gronda scorre internamente al muro divisorio, per poi scaricare con un doccione al centro della facciata. Nel prospetto su via delle Muraglie si aprivano quattro porte rettangolari, di cui quelle del secondo corpo, originali, hanno l'architrave poggiante su mensole e sono bordate da blocchi di pietra forte. Le finestre, dello stesso materiale, sono piccole e di forma irregolare quelle del piano inferiore, più grandi e regolari quelle del piano superiore. Sopra la porta a s. sono gli stemmi di Aragona e di Sassari, quest'ultimo eroso al punto d'esser quasi illeggibile. Lungo la fiancata di via Rosello si aprivano finestre rettangolari su entrambi i piani, più larghe che alte quelle del piano terreno. All'interno, nel piano inferiore, sono quattro ambienti, due per corpo, sviluppati lungo l'asse longitudinale, coperti con volta a botte e comunicanti attraverso archi a tutto sesto aperti nelle spesse pareti rinforzate a scarpa. Nelle volte dei magazzini centrali erano delle piccole aperture quadrate che consentivano il passaggio del grano raccolto nei magazzini superiori. Il corpo costruito nel Seicento si differenzia da quello cinquecentesco per la presenza di arconi trasversali lungo le volte a botte. L'utilizzo di questo tipo di copertura non era più stata adottata in Sardegna fino al 1580, anno della riedificazione in forme rinascimentali della chiesa di Sant'Agostino, su disegno dell'architetto Giorgio Palearo Fratino; a Sassari fu accolto come elemento di novità importato dai Gesuiti (coperture simili infatti furono realizzate nell'abside e nella sagrestia della chiesa di Gesù e Maria - oggi Santa Caterina - attorno al 1587). Attraverso una scala esterna e una porta con architrave retto da mensole con volute e intaglio a ovoli si accede ai locali del piano superiore, scanditi da arcate di ampiezza e altezza irregolari che sorreggono il tetto ligneo. Il palazzo della Frumentaria continuò a svolgere la funzione di deposito del grano fino alla chiusura nel 1833; successivamente fu utilizzato come caserma (1852), come falegnameria (dal 1880) e quindi come magazzino. Attualmente, dopo un recupero concluso nel 2000, i suoi ambienti sono adibiti a spazio espositivo.

Quartiere di Porcellana

Il quartiere residenziale di Porcellana si è originato a partire dagli anni '30 del Novecento per rispondere alle esigenze determinate in quegli anni dalla cospicua crescita demografica. Oltre agli istituti universitari, Porcellana ospita il viale Italia, divenuto l'arteria principia della città e, quasi di fronte all'Emiciclo Garibaldi, l'ampia area dei giardini pubblici, polmone verde di Sassari. Con una deviazione a sinistra lungo viale Italia è possibile raggiungere la chiesa di San Pietro di Silki, la cui fondazione risale al XII secolo. La facciata che si erge sull'atrio venne costruita nel 1675. Delle precedenti fasi costruttive rimangono la parte inferiore del campanile del XIII secolo. Di grande pregio l'altare maggiore in legno intagliato del XVII secolo. Dopo aver percorso l'intero tracciato di viale Italia si possono visitare i giardini pubblici. Una passeggiata fra i suoi vialetti può essere di grande interesse non solo per l'amenità naturalistica, ma anche per la presenza del Padiglione dell'artigianato Eugenio Tavolara. Questo pregevole edificio, che rappresenta uno degli episodi più significativi dell'edilizia moderna, venne costruito da Ubaldo Badas nel 1956 con lo scopo di esporre i prodotti dell'artigianato sardo e di valorizzarne l'immagine agli occhi del pubblico. Immerso nel verde, il palazzo presenta interessanti combinazioni di materiali e forme: volumi squadrati, interrotti da luminose vetrate, si incastrano fra loro per ospitare ampi spazi espositivi interni, disposti intorno al cortile centrale. Di grande pregio la scala interna decorata con rilievi in steatite della Cavalcata Sarda firmati dal famoso artista contemporaneo Eugenio Tavolara.
Il padiglione oggi conserva oggetti appartenenti alla tradizione artigianale sarda come gioielli, cestini, arazzi e tappeti; inoltre, alcuni spazi vengono adibiti a mostre temporanee ed eventi culturali.

 

Chiesa di San Pietro di Silki

La fondazione della chiesa e dell'abbazia delle Benedettine ad essa annessa, secondo quanto testimonia il "Libellus Judicum Turritanorum", andrebbe collocata tra il 1065 e il 1082, durante il giudicato di Mariano I de Lacon Gunale. Dell'edificio romanico rimangono solamente i primi due ordini inferiori del campanile, opera di maestranze attive nell'isola nel XIII secolo, e alcuni tratti dell'aula mononavata.
Verso la fine del XVI secolo iniziarono i lavori di ristrutturazione del complesso, ormai passato alla gestione dei Minori Francescani già dalla metà del secolo precedente. Si conclusero entro il 1641, stando alla data incisa sull'architrave della porta di ingresso al chiostro. Ma già prima furono realizzate delle modifiche alla chiesa, a cominciare dall'aggiunta nel 1473-75 della cappella della Madonna delle Grazie (la prima a N), secondo la tradizione eretta in seguito al ritrovamento miracoloso del simulacro della Vergine, durante una predica tenuta da fra Bernardino da Feltre nel piazzale antistante l'edificio. Verso la metà del '500 furono edificate le altre due cappelle laterali. La ristrutturazione seicentesca, responsabile dell'aspetto attuale dell'edificio, si concluse alla fine del secolo con il rifacimento della facciata, grazie ai lasciti del cagliaritano Antonio Mereu. Sull'unica navata della chiesa si affacciano tre cappelle laterali di diverse dimensioni, tutte sul lato O dell'edificio; sull'altro lato, infatti è addossato quello che era l'antico monastero, oggi adibito a ricovero per anziani. La cappella della Madonna delle Grazie è coperta da una volta a crociera dotata di gemma pendula su cui è scolpita una Madonna con Bambino; vi si accede mediante un arco ogivale sorretto da pilastri polistili, culminanti in capitelli scolpiti con figure sacre, di gusto gotico-catalano. Nel rifacimento del XVII secolo la si ampliò con un vano di forma rettangolare, coperto da volta a vela, e con un altro voltato a botte che ospita un altare marmoreo. Le altre due cappelle sullo stesso lato, a pianta rettangolare, hanno rispettivamente copertura a botte e a crociera. Una quarta cappella si apre nel presbiterio sul lato E dell'edificio, coperta da una volta lunettata, e ospita un altare ligneo seicentesco che contiene una delle statue della Vergine più antiche dell'isola. L'originaria copertura a capriate lignee dell'aula nel 1672 fu sostituita con una volta a botte lunettata. Una cantoria è ricavata sopra l'atrio d'ingresso.  La facciata della chiesa è divisa orizzontalmente in due ordini da una cornice e verticalmente da quattro paraste. Nelle tre sezioni così risultanti si aprono nella parte bassa tre arcate, di cui quella centrale con la cancellata di ingresso, e nella parte alta, corrispondente alla cantoria dell'interno, tre finestre rettangolari, due delle quali timpanate. Sopra l'arcata di ingresso trova posto lo stemma del Mereu, finanziatore del rifacimento della facciata, decorato con motivi fitomorfi di stampo tardomanieristico. Il coronamento è semicircolare, come nella chiesa sassarese di Gesù e Maria (oggi Santa Caterina).

 

Padiglione dell'artigianato Eugenio Tavolara

Il padiglione è immerso nel verde dei giardini pubblici in prossimità dell'Emiciclo Garibaldi.
Il padiglione, realizzato per l'I.S.O.L.A. nel 1956 con lo scopo di esporre e valorizzare i prodotti dell'artigianato sardo, è l'opera più significativa di Ubaldo Badas. Fu realizzata con il recupero delle possibilità espressive dei materiali, variamente usati e combinati negli accostamenti cromatici, nella disposizione delle tessere colorate, nelle ringhiere fantasiosamente decorate. Oggi l'edificio risulta notevolmente alterato sia nelle aperture in parte tamponate, sia negli spazi interni. I volumi della costruzione si presentano all'esterno in maniera molto articolata e movimentata e racchiudono gli ampi spazi espositivi interni: nel piano terra sono presenti i necessari pilastri, mentre una scala interna, decorata con i rilievi in steatite della ''Cavalcata sarda'' di Eugenio Tavolara, conduce allo spazio unico del livello superiore. Il nucleo centrale è il cortile dove si affacciano le luminose vetrate delle sale per esposizione sostenute da leggeri pilastri, mentre all'esterno la lunga parete accompagna una sorta di ''percorso d'acqua'' nella vasca valorizzata dai rilievi in ceramica colorata con figure di animali e di uomini, opera di Giuseppe Silecchia, autore anche della grande scultura in maiolica collocata nel patio.
Tra i mutamenti più importanti si segnala la chiusura della parete E, un tempo aperta da una lunga finestra rettangolare ed oggi invece caratterizzata da una ampia superficie cieca, e la scala esterna, che ora poggia sul battuto, ma in realtà era sospesa sull'acqua di una vasca più grande dell'attuale con un effetto di straordinaria leggerezza.

 

 

Quartiere Monte Rosello

La zona di Monte Rosello si sviluppa oltre piazza Mercato, all'inizio della via Pascoli, e si collega al primo nucleo di Sassari con un ponte denominato Ponte Littorio, inaugurato nel 1934 e oggi chiamato Ponte Rosello. Nelle sue immediate vicinanze sorge la celebre Fontana del Rosello, uno dei monumenti più significativi della storia dell'arte in Sardegna. Si tratta di un elegante monumento eretto da artisti genovesi nei primi anni del Seicento in uno stile improntato al Manierismo severo, un linguaggio artistico diffuso in Italia nella seconda metà del XVI secolo. Due corpi a cassone sovrapposti e animati da statue spiccano nella loro suggestiva bicromia marmorea nel verde del parco in cui è ubicata la fontana a pochi metri dall'antico lavatoio di Sassari. Proseguendo lungo la via Pascoli ed imboccando le vie Grazia Deledda, Manzoni e Prati, si può attraversare la pineta di Baddimanna fino a raggiungere il Monumento alla Brigata Sassari: un semplice edificio in granito e metallo costruito nel 1982. Imboccando la prosecuzione di via Manzoni, via Sulcis, e proseguendo nel viadotto dell'Eba Chiara, si può raggiungere la chiesa di San Francesco, risalente al XVII secolo.

 

 

Fontana del Rosello

Le più antiche notizie sulla fontana di Rosello risalgono al 1295. L'importanza per l'approvvigionamento idrico della città è testimoniata dai numerosi interventi di manutenzione e restauro che la municipalità le ha rivolto nel corso dei secoli.  Non si ha alcuna descrizione della configurazione medievale, fatta eccezione per la notizia che informa che l'acqua usciva da dodici cannelle di bronzo in forma di teste leonine. L'aspetto attuale è il risultato dei lavori di sistemazione avvenuti nel primo decennio del XVII secolo, che hanno dato al monumento le forme del Manierismo severo. Sebbene non vi siano elementi per collegare l'esecuzione dell'opera a un preciso nome o bottega, non è da escludere che alla sua realizzazione abbiano preso parte maestranze liguri, come di frequente accadeva per molti manufatti scultorei giunti o eseguiti in Sardegna nel XVII secolo. La fontana è composta da due corpi a cassone, di cui il superiore rientrato, con paramento in marmo bianco e partiture geometriche in marmo grigio; su tre lati al di sotto della cornice del cassone inferiore corre l'iscrizione dedicatoria che testimonia i lavori eseguiti tra il 1605 e il 1606 sotto il sovrano Filippo III, mentre il quarto lato è decorato a fogliame. Sugli angoli di ciascun cassone si innalzano le torri quadrangolari simbolo della città; un'ulteriore torre, circolare, più grande delle altre e con inciso lo stemma di Aragona, si trova sul lato del corpo inferiore rivolto all'abitato. L'acqua sgorga da otto mascheroni alla base della struttura - tre su ciascun lato maggiore e uno sui lati minori - e dalle statue agli angoli che rappresentano le stagioni. Queste, aggiunte nel 1828, sostituiscono le originali collocate nel 1603 e andate distrutte durante i moti antifeudali del 1795; di esse sopravvive solo quella raffigurante l'Estate, molto danneggiata e attualmente custodita all'interno del Palazzo Ducale. Anche le due arcate incrociate, alla cui sommità, su un plinto, stava la statua di San Gavino, sono andate perdute e ricostruite nel 1843, mentre la statua di San Gavino è una copia moderna dell'originale. Al di sotto della crociera una quinta statua, originaria, raffigura un dio fluviale sdraiato e testimonia dell'impostazione manieristica che caratterizzava tutto l'apparato scultoreo. La figura della fontana così configurata venne rappresentata per la prima volta dal pittore gesuita Giovanni Bilevelt nell'Incoronazione della Vergine, nell'altare del transetto d. della chiesa di Gesù e Maria (oggi Santa Caterina), dipinta entro il terzo decennio del Seicento.

 

Museo Sanna

Il Museo Sanna nasce dalla donazione delle collezioni archeologiche e storico-artistiche di Giovanni Antonio Sanna, incrementate con altre raccolte pubbliche e private. Venne istituito nel 1878 e riorganizzato a partire dagli anni trenta del secolo scorso La sezione archeologica è composta da sette sale. La prima è dedicata alla preistoria, dal Paleolitico inferiore (450.000 a.C.) alle culture preistoriche sarde fino all'avvento della civiltà nuragica (1800 a.C.,). Segue la sala dedicata all’importante tempio prenuragico di Monte d'Accodi. Si trova poi la sala delle tombe ipogeiche, le cosiddette "domus de janas", che espone corredi funerari di varie necropoli. La quarta sala è dedicata alla civiltà nuragica, con reperti ceramici e vari bronzetti. La quinta sala è denominata fenicio-punica, ma espone anche reperti etruschi e greci ritrovati nei siti punici della  Sardegna. La sala romana è dedicata particolarmente alla città di Turris Lybissonis, fondata dai romani sul sito dell'attuale Porto Torres; oltre ai reperti ceramici, armi ed altri utensili si possono ammirare bellissimi mosaici e sculture. L'ultima sala è quella  medievale. Il Museo annovera anche interessanti collezioni di dipinti antichi (dal XV al XIX secolo) e manufatti etnografici della tradizione sarda, purtroppo solo in parte esposti al pubblico.

 

 

Museo Storico della Brigata Sassari

Il Museo è situato al piano terreno della Caserma "La Marmora". Si tratta di una struttura realizzata alla fine dell'Ottocento, dove sorgeva un antico castello aragonese. È dedicato alla storia ed al ricordo della Brigata Sassari, unità tattica reclutata su base regionale ed esempio unico per compattezza, abnegazione e valore militare dimostrati durante le operazioni della prima guerra mondiale (1915-18). Guerra che costò alla Sardegna circa 13.000 caduti e che valse alla Brigata notevolissimi riconoscimenti. Tale valore trovò ragione nel sentimento di forte solidarietà ed orgoglio etnico stabilitosi all'interno delle truppe e nello strettissimo rapporto che si instaurò tra le stesse truppe e gli ufficiali, tra i quali emersero in modo particolare Emilio Lussu e Alfredo Graziani. All'interno del percorso museale, che espone carte, documenti, cimeli, reperti, uniformi e fotografie, è particolarmente suggestiva la ricostruzione su scala naturale di una trincea del tipo in uso durante le operazioni militari che videro impegnata la Brigata.

 

Percorsi Naturalistici via treno e mare

 

1) Da Sassari verso l’Arcipelago della Maddalena

 

Da Sassari a Perfugas

Si parte dal capoluogo dalla bella stazione delle Ferrovie dello Stato di Sassari.  Partiti, si costeggiano il deposito e le officine FDS e la periferia nord di Sassari, accompagnati dalla intensa luce proveniente dal mare poco distante più a nord. Si sale tra oliveti e orti, attraverso colline superate con lunghi viadotti. Si passa per alcune fermate (Filigheddu, Achettas) e quindi si arriva alla bella stazione di Osilo, poco distante dal paese adagiato più in alto. Il treno prosegue nel paesaggio collinare dell'Anglona, antica regione dall'aspetto variabile al cambiare delle stagioni. Si procede per leggere salite, fino a raggiungere una delle quote più alte di tutto il percorso per poi riscendere verso il fiume Coghinas. La stazione successiva è quella di Nulvi, centro più importante della zona, nel cui territorio si trovano i reperti nuragici di Irru, a lato della linea. Il viaggio continua ed ecco la stazione di Martis, paese nel cui territorio si trova la foresta pietrificata di Carucana. Le stazioni successive sono quelle di Laerru e Perfugas, che custodisce il bellissimo retablo di San Giorgio.

 

 

Da Bortigiadas a Luras

Il treno continua la sua corsa verso i monti della Gallura tra graniti e sugherete. In successione si trovano viadotti e gallerie. Una delle più spettacolari è quella di Bortigiadas, circa 500 metri scavata nella montagna. Una volta giunti alla stazione del paese si può fare una visita in centro al meseo mineralogico. Proseguendo si giunge alla stazione di Aggius per poi raggiungere la più alta quota del percorso presso la stazione di Tempio, realizzata nel 1930 in sostituzione della più antica del 1888. Da vedere, nella sala d'attesa, i quadri del pittore Biasi e il museo nell'antica officina, dove è riproposta l'atmosfera ferroviaria di fine '800. Da qui il viaggio proseguirà in costante discesa fino al mare. Superata la stazione di Nuchis, frazione di Tempio, si arriva in quella di Luras, da dove, fino al 1958, un altro tronco portava attraverso il Limbara, fino alla stazione di Monti.

 

 

Da Calangianus a Palau

Dal paese di Luras si giunge a Calangianus, centro rinomato per la produzione del sughero. Lasciata la stazione il treno prosegue costeggiando una curiosa casa ricavata da un blocco di granito.
Dopo le altre fermate di San Leonardo e di Riu Piatu, si lambisce il Lago del Liscia e si arriva alla graziosa stazione di Sant'Antonio, il cui paese rimane poco sopra. Passati per una galleria, il paesaggio cambia di nuovo: in sequenza, si passa per le fermate di Oddastru, Capichera (vicina all'area archeologica di Li Muri), Caldosa e quindi si arriva alla stazione di Arzachena, poco distante dal centro principale della Costa Smeralda. Il mare è vicino, ancora un paio di tornanti ed ecco che si apre uno straordinario panorama: il mare e la costa della Gallura. Si giunge alla stazione di Palau dopo circa un chilometro ed un insolito scambio (l'asta di manovra), si arriva alla seconda stazione, sul molo di fronte all'imbarco dei traghetti per le isole di Maddalena e Caprera.

 

 

2) I fondali marini di Bosa, Stintino, Alghero

 

Bosa

I fondali rocciosi della costa bosana, costellati di picchi basaltici, sono contraddistinti da numerose secche, pericolose per la navigazione, ma ricche di vita e di piacevoli sorprese per chi si immerga in queste acque.  La secca di Kal’e Morus, in particolare, si presenta come un ampio tavolato percorso da numerose crepe, che termina con un gradino di 10 metri degradante verso un fondale sabbioso. È qui possibile compiere un’immersione sui 35 metri alla scoperta di organismi che normalmente prediligono profondità maggiori, come la rana pescatrice, ma anche aragoste o vaste colonie di rossi coralli, tra le poche sopravvissute alla pesca intensiva del passato. Lungo questa costa è anche possibile visitare numerose grotte, come quelle di Capo Marrargiu. La Grotta dei Pellicani, in particolare, è degna di nota e assolutamente meritevole di visita dai subacquei più esperti. Essa è suddivisa in una prima parte subacquea, un lungo tunnel di circa ottanta metri, che conduce alla parte aerea della formazione carsica, un’ampia sala di circa 20 metri con spettacolari colate calcistiche determinate dal percolamento di acqua dolce dall’esterno.

 

Parco Biomarino di Capo Marrargiu

Il Parco Biomarino di Capo Marrargiu comprende il tratto di costa tra la foce del fiume Temo e l'isolotto di Sa Pagliosa. Procedendo da sud verso nord la costa si presenta, immediatamente, oltre la foce del Temo, alta ed incisa, a tratti, da insenature profonde e ben riparate. Alcune di queste costituiscono punti di approdo ideali, al riparo dai venti dominanti e con fondali che, data la loro natura assicurano un buon ancoraggio. L'accesso da terra non è sempre agevole nonostante l'estrema vicinanza della strada provinciale Bosa-Alghero. La costa in prossimità di Capo Marrargiu presenta un andamento particolarmente scosceso, con splendidi strapiombi alla cui base si aprono stupende grotte naturali. E' da segnalare la presenza, su questo tratto di costa, di avifauna molto ricca che comprende uccelli acquatici come il Gabbiano corso, il Martin Pescatore e il Cormorano, e rapaci come il Grifone, il Falco Pellegrino, l'Aquila Reale, il Nibbio reale. A monte della linea di costa il paesaggio è dominato dalla presenza dalla presenza di macchia mediterranea, caratterizzata da vegetazione arbustiva (lentisco, mirto,ecc.) e povera di elementi arborei. All'interno del Parco Biomarino ricade quasi per intero tutto l'areale mondiale del Limonium Bosanum, che è l'unica specie vegetale esclusiva del Marghine-Planargia. Uno dei tratti di costa degni di maggiore interesse naturalistico può essere individuato intorno a Capo Marrargiu, i cui fondali caratterizzati dalla presenza di canyons e grotte fino alla profondità di 50-60 metri, sono frequentati da una abbondante e ben differenziata fauna ittica (saraghi, gronghi, tonni, murene, ombrine, scorfani, pesce San Pietro, Cernie, razze, aragoste, etc.). Merita inoltre particolare attenzione la possibile presenza della Foca Monaca, specie minacciata di estinzione a livello mondiale. Il fondale attorno a Capo Marrargiu è ricco di corallo, da cui gli orafi bosani realizzano finissimi gioielli.

 

Alghero
La costa adiacente alla città di Alghero ricade in gran parte nell’Area Marina Protetta di Capo Caccia Isola Piana, comprendente l'insenatura di Porto Conte, denominata da Tolomeo Portus Ninpharum per la limpidezza delle sue acque, e il tratto di mare prospiciente la Punta del Giglio e Capo Caccia. Qui si nascondono alcune tra le grotte più belle del Mediterraneo, sia fuori dall’acqua, come la Grotta di Nettuno, che sottomarine, come la Grotta di Nereo. Scoperta nel 1957, è questa una delle grotte più spettacolari del Mediterraneo. Si estende per oltre 300 metri nell’area costiera compresa tra Capo Caccia e Punta Giglio, aprendosi in ambienti giganteschi scolpiti nel calcare dalla furia delle acque marine e dalla costanza delle acque dolci. All’esterno, la roccia è popolata dalle residue colonie di coralli rossi, che fanno da sfondo adeguato al passaggio di corvine, cernie e saraghi che popolano queste acque.

 

 

Area Marina Protetta di Capo Caccia

Rocce calcaree puntellate di grotte e anfratti che nascondono un mondo misterioso svettano su un mare turchese. L'area marina di Capo Caccia Isola Piana è raggiungibile percorrendo la strada litoranea che da Alghero passa per Fertilia e prosegue fino alla baia di Porto Conte: dopo il bivio, a sinistra, si può raggiungere un piazzale in cui è consentito il parcheggio. L'area marina comprende l'insenatura di Porto Conte, denominata da Tolomeo Portus Ninpharum per la limpidezza delle sue acque, e il tratto di mare prospiciente la Punta del Giglio e Capo Caccia. Superata la baia estesa di Mugoni, la zona costiera che si prospetta è una scultura di promontori modellati dai fenomeni carsici sopra come sotto le acque. Sul versante orientale di Capo Caccia si apre la Grotta Verde, chiusa ai visitatori ma esplorabile con permesso rilasciato dall'azienda di soggiorno di Alghero. Il nome della grotta si deve allo strato di muschi e licheni che ricopre le rocce dell'ingresso, e la sua fama è legata anche a testimonianze della civiltà preistorica in Sardegna che vi sono state rinvenute: sembra infatti che circa 7000 anni fa fosse utilizzata dagli antichi abitanti del Capo per accogliere i defunti e i loro corredi funebri.  La zona di Punta del Giglio e Capo Caccia è il paradiso delle grotte sottomarine. Qui la grotta di Nettuno, sotto lo sperone di Capo Caccia, raggiungibile via mare o attraverso i numerosi gradini della Escala del Cabirol che copre un dislivello di 110 metri, ospita ambienti resi suggestivi dalla presenza di stalattiti e stalagmiti. La grotta sottomarina di Nereo è invece una delle grotte subacquee più famose della Sardegna, con la sua articolata struttura con gallerie e cunicoli. Qui il corallo cresce in tutti gli anfratti, si ramifica in rosse colonie osservabili già a 5-6 metri di profondità. A nord, oltrepassata la mole calcarea di Capocaccia, si trova la Punta Cristallo, habitat del falco pellegrino e del grifone, dove lembi di roccia erosa alti fino a 326 metri restano sospesi maestosamente sul mare.

 

Stintino
Dal porto dell’incantevole paese di Stintino, nato nell’800 in seguito allo spostamento della popolazione dell’Asinara per la destinazione dell’isola a luogo di quarantena, partono numerose escursioni finalizzate a compiere immersioni subacquee. Tra queste, le più affascinanti sono quelle che si possono compiere nell’Area Marina Protetta dell’Isola dell’Asinara. I mari circostanti, infatti, sin dal XIX secolo sono stati preservati dalla pesca e in generale dalla frequentazione umana, per le varie destinazioni d’uso, tutte esclusive, dell’isola. Da quando nel 2002 è stato istituito il Parco, le specificità di flora e fauna sono protette in misura ancor maggiore e si dispiegano davanti agli occhi dei visitatori e dei subacquei.
Le acque dell’Asinara offrono ai visitatori numerose sorprese, tra le quali alcuni relitti di epoca romana. Uno di questi, visitabile contattando la Soprintendenza ai Beni Archeologici di Sassari e Nuoro o l’Ente Parco, è localizzato presso Cala Reale, a 8 metri di profondità, su un fondale sabbioso coperto da posidonia. Si tratta di una nave oneraria di epoca romana proveniente dalla Penisola Iberica, che trasportava nelle anfore (alcune delle quali rinvenute integre col tappo) pesce e conserve di pesce verso la costa laziale e Roma. La rotta tra il Mediterraneo occidentale e Roma passava infatti a quest’epoca lungo le coste dell’Asinara e della Sardegna settentrionale. Un’immersione a carattere naturalistico molto bella e facile può invece essere effettuata presso Punta Sabina, a ridosso dal maestrale, su una prateria di posidonia e di alghe popolata da corvine, cernie, gronghi, ma anche murene, polpi, saraghi e poi spugne, gorgonie bianche, nudibranchi.

 

Area Marina Protetta dell’Isola dell’Asinara

Collocata nel territorio del comune di Porto Torres (SS), l'Asinara è una delle più suggestive isole del Mediterraneo poiché ha mantenuto inalterato il proprio fascino naturalistico. La sua lunghissima destinazione a colonia penale ha, infatti, fatto sì che i suoi visitatori fossero numericamente limitati preservando, quindi, l'ambiente naturale. Dal 1997 è Parco Nazionale, meta consueta di brevi crociere lungo la costa. Chiamata dai Romani Aenaria Insula (Isola di Enea) ed Herculis Insula (di Ercole), oggi presenta un toponimo dalle incerte origini. Asinara potrebbe infatti derivare dal nome dell'asinello sardo, che qui si presenta albino e con gli occhi molto chiari; altra ipotesi è invece riferita al termine latino "sinuaria", che alluderebbe ad una costa modellata da dolci insenature. Nel lato orientale l'Asinara è infatti particolarmente ricca di spiagge e calette, come quelle di granito rosa, le Cale Scombro e Sant'Andrea. Nel versante occidentale, invece, alte coste presipitano sul mare: fra queste la più elevata è la Punta dello Scorno, il cui apice è segnalato da un faro. Il panorama è decisamente variegato e la presenza di un bosco di lecci nella Vallombrosa arricchisce la caratteristica vegetazione della macchia mediterranea, che presenta anche specie rare quali la Evax rotundata e la Nananthea perpusilla.