Itinerari attorno ai Carnevali Barbaricini-Nuoro

Immagine carnevale di mamoiada

Il carnevale di Nuoro – Karrasecare Nugoresu - Sagra del Carnevale

Unica celebrazione profana tra quelle che animano la vita di Nuoro, la Sagra del Carnevale prevede ogni anno una serie di eventi che si svolgono nelle vie del centro e coinvolgono la popolazione ed i turisti.

Come in molti paesi della Barbagia che con i riti dedicati a Sant’Antonio danno inizio alle celebrazioni correlate con il Carnevale, anche a Nuoro la festa si apre la notte tra il 16 e il 17 gennaio con i falò in onore del Santo.

Oltre al Carnevale dei bambini che ha luogo il sabato e ai tradizionali balli in piazza, vengono organizzate diverse altre iniziative (come cacce al tesoro, eventi di spettacolo ecc.) che possono variare di edizione in edizione.  La manifestazione prevede poi una sfilata, di norma il sabato pomeriggio, per le vie del centro delle maschere tradizionali della Barbagia, tra cui ad esempio i Mamuthones e Issohadores di Mamoiada, i Sos Thurpos di Orotelli, i Tumbarinonos di Gavoi e i Su Bundu di Orani, con la partecipazione di numerosi gruppi folkloristici locali. La Sagra si conclude la domenica sera, con eventi di piazza come concerti, balli tradizionali e spettacoli pirotecnici.

 

 Nuoro

Capitale della Barbagia, Nuoro sorge su un altopiano dominato dal Monte Ortobene e circondato da vallate e catene montuose. La sua origine risale al periodo romano, quando le popolazioni sparse intorno ai nuraghi si rifugiarono in luoghi meno accessibili, incoraggiando quel mito di inviolabilità e isolamento dell'area barbaricina. Grazie alla sua centralità geografica, Nuoro acquistò gradualmente la preminenza territoriale sui paesi del circondario fino a diventare capoluogo di provincia nel 1926.

Centro della città è la piazza sistemata da Costantino Nivola e dedicata al poeta nuorese Sebastiano Satta, che animò la cultura cittadina insieme al politico Attilio Deffenu e alla scrittrice Grazia Deledda, nella cui casa natale è allestito il Museo Deleddiano, che conserva ancora intatte oltre le strutture, anche documenti ed oggetti appartenuti alla scrittrice premio Nobel. Nella piazza Satta, Nivola distribuì grandi blocchi di granito impreziositi da statuette entro nicchie (gli originali sono esposti al MAN), che raffigurano il poeta nuorese in diversi momenti della sua vita. Sulla piazza si affacci la casa del poeta.

Tappa d'obbligo è poi il Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde, le cui sale espositive ospitano capi di abbigliamento tradizionale, le maschere carnevalesche della Barbagia, gioielleria, tappeti, arazzi, pane e dolci. Per chi ama l'arte è invece consigliato il MAN, Museo d'Arte provincia Nuoro, con la sua collezione permanente dei migliori artisti sardi del XIX e XX secolo e importanti mostre temporanee. A oriente della città sorge poi il Monte Ortobene, vero e proprio monumento naturale, su cui s'innalza la statua del Cristo Redentore. Nell'ultima settimana di agosto si svolge anche la Sagra del Redentore, con la sfilata dei costumi tradizionali isolani e il corteo dei fedeli, che dalla città raggiungono in processione la vetta del colle dove viene celebrata la messa ai piedi della statua.

 

Biografia Costantino Nivola

Il padre era muratore e da lui Costantino apprese i primi rudimenti del mestiere. Nel 1926 iniziò a lavorare come apprendista presso Mario Delitalia, pittore e incisore, che stava lavorando alla decorazione dell'aula magna dell'Università di Sassari e dal 1931, grazie a una borsa di studio, frequentò a Monza l'Istituto Superiore di Industrie Artistiche, dove si diplomò come grafico pubblicitario nel 1936. L'anno successivo divenne direttore dell'ufficio grafico della Olivetti, per la quale realizzò le decorazioni del padiglione italiano presso l'Esposizione Universale di Parigi (Exposition Internationale de Arts et Techniques dans la Vie Moderne).Nel 1938 sposò la compagna di corso Ruth Guggenheim e fu costretto dalle persecuzioni antisemite ad abbandonare l'Italia, rifugiandosi prima a Parigi, dove lavorò come disegnatore, e poi come molti altri intellettuali e artisti europei, dopo l'invasione nazista della Francia, a New York. Qui dovette superare inizialmente molte difficoltà, finché nel 1941 fu nominato Art Director per la rivista "Interiors and Industrial Design", incarico che mantenne per sei anni. A New York trovò un ambiente culturale ricco di fermenti stimolanti e strinse amicizia con molti rappresentanti delle avanguardie artistiche del momento, in particolare con il grande architetto Le Corbusier, con cui spesso condivise lo studio e soprattutto alcune scelte stilistiche, e Saul Steinberg.Nel 1944 nacque il figlio Pietro e nel 1947 la figlia Chiara.Nel 1948 stabilì il suo studio in una casa acquistata a East Hampton, a Long Island, dove creò la tecnica della colata di cemento sulla sabbia modellata (sand casting) e conobbe Jackson Pollock. La casa venne ristrutturata nel 1951-52 utilizzando la nuova tecnica, in collaborazione con l'architetto Bernard Rudofsky. Ritornò in Sardegna per realizzare per conto della rivista "Fortune" dei disegni sulla campagna antimalarica della Fondazione Rockefeller. Si dedicò soprattutto alla alla plastica decorativa legata all'architettura, settore nel quale ricevette incarichi sempre più importanti. Insegnò disegno presso la "Graduate School of Design" dell'Università di Harvard e ricevette il "certificato di eccellenza" dell'"American Institute of Graphics".Nel 1962 insegnò presso il dipartimento d'arte della Columbia University e ottenne riconoscimenti a New York (medaglia d'argento della "Architectural League" e diploma della "Municipal Art Society"; nel 1967 medaglia d'oro e nel 1968 "Fine Arts Medal" dell'"American Institute of Architets"). L'attività di insegnamento continuò negli anni successivi ("Carpenter Center for the Visual Arts" presso l'Università di Harvard e Università di Berkeley) e fu inoltre membro dal 1972 della "American Academy and Institute of Arts and Letters" di New York, sebbene non avesse la cittadinanza americana. Fu diverse volte a Roma ospite dell'"Accademia americana". Nel 1975 divenne membro onorario della "Royal Academy of Fine Arts" dell'Aja.

 

Biografia Sebastiano Satta

Nato a Nuoro nel 1867, fra il 1887 e il 1888 il servizio militare a Bologna gli permette di entrare in contatto con la poesia carducciana che lo influenza notevolmente. Avviato dal padre agli studi di legge, si laurea in Giurisprudenza nel 1894 a Sassari, che in quel tempo era un centro di vita politica e culturale.

Tra il 1890 e il 1894 si prodiga in una intensa attività giornalistica. Collabora con "La Nuova Sardegna" e con Gastone Chiesi fonda un giornale, "L’isola", che ebbe però vita breve. In esso i due intellettuali propongono un "pezzo forte", un’intervista a tre banditi dell’epoca che poi viene ristampata dalla Tipografia Gallizzi per la sua grande popolarità. Nel 1893 pubblica le sue prime otto liriche in una raccolta intitolata "Nella terra dei nuraghes". Dello stesso anno sono i "Versi ribelli", otto liriche che riproducono le impressioni e gli stati d’animo di un Soldato Sardo esule in una terra lontana. In esse racconta la nostalgia, la disperata fame e sete dell’isola selvaggia, triste, sola e povera: il mal di Sardegna.

Nel 1894 inizia a Nuoro la sua carriera di avvocato, che svolge con grande senso di umanità e di giustizia, sempre dalla parte dei più deboli. Nella avvocatura, con la quale si procura una vasta popolarità, dimostra le sue doti di eloquenza che infiammavano i concittadini e di cui si serviva per denunciare con veemenza i mali della società e per esprimere la speranza di riscatto dei Sardi.

Nel 1906 si sposa con Clorinda Pattusi, da cui ha due figli: Raimonda, morta prematuramente, e Vindice. Nel 1908 viene colpito da apoplessia. Costretto a lasciare il foro a causa della paralisi che lo lascia quasi privo della parola ma lucidissimo, si dedica completamente alla poesia. Muore a Nuoro nel 1914.

Le sue opere più note sono le raccolte di poesie "Canti barbaricini" del 1910 e i "Canti del salto e della tanca", pubblicati postumi nel 1924. Nelle sue liriche egli dà voce a un intero popolo di cui esprime tutte le sofferenze; intuisce l’avvento della modernizzazione in atto nell’isola, ma coglie con nostalgia i caratteri più tipici e autentici della sardità.

 

I monumenti

 

Chiesa di Nostra Signora della Solitudine

Nella periferia nord orientale di Nuoro, alle falde del Monte Ortobene, si trova la piccola chiesa della Solitudine, edificata tra il 1950 e il 1957 su progetto del nuorese Giovanni Ciusa Romagna.

Costruita dove sorgeva una chiesetta del 1625 secondo lo stile tipico delle chiese campestri, presenta una semplice pianta rettangolare a navata unica e un abside semicircolare.

La facciata in granito è caratterizzata dal campanile a vela e da una monofora rettangolare posta al di sopra del portale in bronzo, opera dell’incisore sassarese Eugenio Tavolara.

L’interno presenta elementi di architettura paleocristiana - romana e di carattere romanico - regionale, con le pareti lisce e il pavimento in granito bianco, gli archi a tutto sesto e i sedili in granito, le finestrelle archivoltate che dall’alto illuminano la navata, la copertura a spioventi sorretta da capriate lignee che poggiano su mensole in granito verde e un’arcata trionfale a separare l’abside dalla navata.

Interessanti le formelle in bronzo che decorano le pareti, opera del Tavolara su progetto di Ciusa Romagna le quali, con figure stilizzate tipiche dell’arte popolare, rappresentano la Via Crucis. Sempre del Tavolara sono il bassorilievo che decora la parte inferiore dell’altare, come il crocifisso e i candelabri, realizzati su progetto di Ciusa Romagna. La chiesa custodisce nell’abside anche un  pannello dello scultore sassarese  Gavino Tilocca.

 

Chiesa di San Carlo

La chiesa di Santu Caralu (San Carlo) è un esempio di architettura rurale, dallo stile semplice e dall’interno disadorno. Risalente alla fine del XVII secolo, venne edificata nel rispetto dei canoni estetici tipici dell’architettura popolare sarda, utilizzando pietre ricoperte di intonaco rosa.

L’esterno è caratterizzato dagli evidenti contrafforti esterni della fiancata sinistra, dalla facciata lineare a portale unico con una monofora con arco a tutto sesto e un’iscrizione dedicata a Francesco Ciusa. Particolarmente decorativo il piccolo campanile, che sormonta la facciata, costituito da un arco a tutto sesto che incornicia la campana. L’interno, completamente intonacato di bianco, presenta una pianta rettangolare a navata unica, con il soffitto voltato a botte e archi ogivali, un transetto appena accennato e un arco in pietra che inquadra il presbiterio.

La chiesa custodisce la tomba di Francesco Ciusa, sormontata da una copia in bronzo della sua opera più conosciuta, “La madre dell’Ucciso”, e un tabernacolo in legno del Seicento.

 

Biografia Francesco Ciusa

Grande scultore. Nacque a Nuoro nel 1883, padre intagliatore del legno e incisore. La precoce attitudine per la scultura lo portò a studiare all'Accademia di Belle Arti di Firenze, sotto la guida di Trentacoste, che gli comunicò il gusto per la stilizzazione moderna, di De Carolis e Fattori.  Tornò in Sardegna nel 1904, stabilendosi a Sassari e poi a Nuoro. Nel 1907 vinse, appena ventenne, il primo premio alla Biennale di Venezia, con la scultura La madre dell'ucciso, autentico capolavoro dell'arte sarda moderna, il cui originale è conservato presso la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma. Caratterizzata da un modellato anticlassico, la statua evoca stilemi della tradizione locale e, nel dolore profondo, chiuso e immobile della madre, simbolizza in modo antiretorico la tragica condizione ed il sentimento di rassegnazione dell'isola natale tanto cara all'artista.  Il successo del Ciusa fu importante per tutti gli artisti sardi, cui furono in questo modo aperte le porte delle grandi mostre nazionali. Nel 1913 l'artista lavorò con Figari, Melis Marini e Delitala al completamento del Municipio di Cagliari. Nel 1923 prese a dedicarsi alla produzione di piccole ceramiche, aprendo la manifattura SPICA a Cagliari. Nel 1924 aprì una Scuola d'Arte a Oristano. Nel 1928 espose alla Biennale di Venezia la scultura L'anfora sarda, una delle sue ultime grandi opere: simbolica e surreale, rappresenta una donna che beve da una brocca e allatta un piccolo. Altre sculture aveva realizzato negli anni precedenti, tra queste: La filatrice (1909), Il dormiente, La cainita (1914), Il nomade (1909), La dolorante anima sarda (1911), Bontà (1911), La pietà (1925).
Nel marzo del 1937 cominciò a stendere la sua autobiografia, intrisa dei ricordi e delle visioni dell'età infantile e percorso ideale delle sue opere sullo sfondo di un mondo antico e intenso. Nel 1943 ebbe la cattedra di disegno presso la facoltà di ingegneria dell'università di Cagliari. Morì a Cagliari nel 1949.

Chiesa di San Salvatore

La chiesa di Su Serbadòre, della seconda metà del Seicento, nonostante abbia subito vari restauri poco rispettosi dello stile originario, mantiene la facciata semplice con un solo portale sormontato da un rosone in trachite rosa e, al centro del tetto a spioventi, il piccolo campanile a vela.

All’interno presenta una pianta rettangolare a navata unica, con tre archi ad ogiva in trachite e l’altare anch’esso in trachite. Nella semplicità dell’interno spicca lo sfarzo del presbiterio.

 

Antica Chiesa delle Grazie

L’antica chiesa delle Grazie che originariamente dominava il Rione Seuna, venne costruita nella seconda metà del Seicento per iniziativa e a spese di Nicolau Ruju Manca, un muratore piuttosto abbiente, probabilmente un capomastro imparentato con il ramo nobile della famiglia  Manca.

Del complesso originario del santuario, che comprendeva anche altri locali e le cumbessias, rimane oggi solo l’edificio della chiesa, caratterizzato all’esterno da un grande rosone in trachite, probabilmente proveniente dalla più antica chiesa di Nuoro, la pieve di Sant’ Emiliano, e da un portale rinascimentale con un timpano triangolare in cui è inserita l’iscrizione commemorativa della chiesa. Gli stipiti del portone invece presentano decorazioni zoomorfe che rimandano allo stile gotico - catalano. A fianco della chiesa si trova il massiccio campanile. La pianta dell’edificio, costruito con pietre di varia pezzatura e malta di calce, presenta uno schema ad aula mononavata con volta a botte, presbiterio quadrato sopraelevato e tre altari per ogni lato in sostituzione delle cappelle. Tipica dell’architettura gesuita è la doppia cornice dentellata che percorre tutta la navata.I lavori di restauro e consolidamento della chiesa, svolti nel 1982, hanno portato alla luce una serie di tempere murali settecentesche, probabilmente attribuibili alla bottega degli Are per lo stile sintetico e popolaresco, i pochi colori utilizzati (verde, rosso e ocra) e i cartigli con funzione didascalica, caratteristiche presenti anche nei cicli degli stessi autori ritrovati a Orani, Fonni e Tonara.

 

Cattedrale di Santa Maria della Neve

La costruzione della Cattedrale di Santa Maria della Neve venne iniziata, su progetto e sotto la direzione del frate e architetto Antonio Cano, nel 1836 ma terminò solo nel 1854 dopo la morte di Cano e la ripresa dei lavori sotto la direzione dell’architetto sassarese Vittorio Fogu.

La facciata, incorniciata da due campanili gemelli, presenta una decorazione di gusto palladiano con le sue quattro colonne dai capitelli ionici e il timpano triangolare.

All’interno, nonostante la struttura sia in realtà a navata unica con volta a botte, l’effetto è quello di una chiesa a tre navate dato che le tre cappelle disposte su ognuno dei due lati comunicano tra loro attraverso degli arconi. Il presbiterio sopraelevato è decorato dall’alternanza del marmo bianco e delle specchiature policrome, con festoni dorati.

La cattedrale custodisce al suo interno alcuni dipinti di un certo pregio: una pala di Bernardino Palazzi, una tela attribuita alla scuola di Luca Giordano che rappresenta la “Disputa di Gesù fra i dottori”, i pannelli della Via Crucis per metà opera di Carmelo Floris e per metà di Giovanni Ciusa Romagna, oltre ad un “Angelo che piange sul Cristo deposto”, opera di inizio Ottocento e ritenuta la più interessante.

 

 

I musei e la cultura di Nuoro

 

Museo Deleddiano

Il Museo Deleddiano ha sede nella casa natale della scrittrice nuorese Grazia Deledda (1871-1936).
L'attuale assetto espositivo, avviato nel 2000 e tuttora in corso, dopo il primo allestimento del 1983 basato sostanzialmente sui documenti donati dalla famiglia Madesani, mira a mettere in evidenza, attraverso l'ausilio dei materiali acquistati nel corso degli anni dall'Istituto, il legame tormentato della scrittrice con Nuoro e nel contempo le vicende personali e letterarie seguite al suo trasferimento a Roma. La visita si snoda attraverso i tre livelli dell'abitazione, segnati da una scala centrale, continuando nel cortile e nel giardino.

Nella prima sala si mostrano immagini e testi relativi all'ambiente sociale e culturale nuorese manoscritti originali e oggetti appartenuti alla scrittrice, tutti antecedenti al 1900, anno delle nozze, seguite dal trasferimento a Roma. La seconda sala e' dedicata alla vita familiare e culturale negli anni della permanenza a Roma, protrattasi fino al 1936, anno della morte. Su grandi pannelli e' possibile percorrere alcune delle tappe piu' significative della vita della scrittrice fino all'assegnazione del Premio Nobel. Due vetrine espongono oggetti personali e documenti originali. Una scelta espositiva diversa caratterizza la cucina e la dispensa ricostruite sulla base del romanzo autobiografico Cosima; in esse sono collocati arredi e suppellettili d'epoca e alimenti freschi che vengono sostituiti in relazione al variare delle stagioni e alle principali cadenze calendariali.  Carattere ricostruttivo ha anche l'allestimento della camera da letto della scrittrice e quello della camera dei fratelli collocate all'ultimo piano, di prossima apertura. Il completamento dell'allestimento prevede inoltre l'esposizione dei mobili dello studio romano realizzati tra il 1912 e il 1913 dalla Ditta Fratelli Clemente di Sassari, del diploma e della medaglia originali del premio Nobel, e di numerosi documenti inerenti agli artisti nuoresi tra Ottocento e Novecento. Dal piccolo cortile selciato , dove un grande pannello descrive la storia e le caratteristiche dell'abitazione, si accede all'ampio cortile , ombreggiato da due querce secolari, che nella stagione estiva ospita varie manifestazioni culturali.

 

 

Il parco letterario "Grazia Deledda"

 

Il progetto prevede la creazione di un itinerario innovativo all’interno di quella Sardegna che ha ispirato il premio Nobel. L’obiettivo è quello di creare un percorso culturale in antitesi rispetto alla dimensione balneare e stagionale del turismo isolano. Fanno parte del Parco letterario oltre NUORO i comuni di GALTELLÌ, BITTI, OROSEI e ORUNE e per la provincia di Sassari i comuni di Ittiri, Mara, Romana, Monteleone Rocca Doria e Villanova Monteleone.

Gli interventi effettuati riguardano la creazione di tre porte fisiche di accesso al parco, dove il turista inizia il suo percorso culturale. A NUORO si trova la prima porta, presso la Casa natale della scrittrice, l’altra porta è a GALTELLÌ, paese descritto in Canne al vento, l’opera per cui l’autrice vinse il premio Nobel, l’ultima porta si apre nell’affascinante borgo di MONTELEONE ROCCA DORIA. Il progetto per il Parco è stato finanziato dalla Commissione Europea e prevede varie ATTIVITÀ CULTURALI, che hanno tutte come minimo comune denominatore l’omaggio all’autrice e la conoscenza di altre figure significative della vita culturale sarda e nuorese. Altre iniziative sono la creazione di una banca dati per favorire la conoscenza della scrittrice e un gioco da tavolo basato sui romanzi di Grazia Deledda. Tra gli EVENTI realizzati dal Parco letterario si ricordano spettacoli di animazione legati al mondo letterario deleddiano e spettacoli etnici di vario genere (serate di poesia etnica, matrimoni in costume, ecc.). Nel 2001 con il Parco finalmente completato è stato presentato lo spettacolo teatrale l’Isola delle fate sulla vita e sull’opera della scrittrice.

 

 

Biografia Grazia Deledda

Grazia Deledda nacque a Nuoro il 27 settembre del 1871 da Giovanni e Francesca Cambosu. Il padre, che aveva studiato legge, non esercitava la professione ma si occupava di commercio e agricoltura; si interessava di poesia, cimentandosi in componimenti dialettali; aveva impiantato una piccola tipografia e stampava a sue spese un giornaletto. Grazia frequentò soltanto le scuole elementari, ripetendo anche un anno non per scarso profitto, ma per continuare in qualche modo un’attività educativa. Ebbe poi in casa un precettore da cui prese lezioni di lingue. Da autodidatta, quindi, portò avanti frequenti e disordinate letture di romanzi e poesie: Dumas, Ponson du Terrali, Balzac, Sue, Carolina Invernizio; più tardi i versisti, D’Annunzio e i grandi romanzieri russi. Un serie di disgrazie familiari segnarono gli anni dell’infanzia e dell’odelescenza trascorsi a Nuoro, insieme allo sviluppo di una precoce vocazione di scrittrice. Un fratello, Santus, era alcolizzato, un altro, Andrea fu arrestato per piccoli furti: il padre, non ne sopportò la vergogna e morì per crisi cardiaca. Alle sopraggiunte difficoltà economiche si assommarono altri lutti, dispiaceri familiari e umiliazioni per i pregiudizi che condannavano e irridevano il suo impegno letterario. Nel 1888 il racconto Sangue Sardo, inviato alla rivista romana Ultima moda fu accettato e l’autrice esordiente ricevette incoraggiamenti a continuare la collaborazione. Seguì infatti sullo stesso periodico un altro racconto Remigia Helder e l’anno successivo il primo romanzo Memorie di Fernanda. Altri suoi scritti furono giudicati positivamente dal De Gubernatis e dal Bonghi che nel 1895 firmerà la prefazione del romanzo familiare Anime oneste, edito dal Cogliati di Milano. La positiva recensione del Capuana a La via del male (1896) segnò l’inizio di una notorietà letteraria non più circoscritta alle riviste di moda. Ne derivò lo stimolo ad una frenetica e copiosa produzione di novelle (L’ospite), poesie (Paesaggi sardi) e romanzi (Il Tesoro, La giustizia, Il vecchio della Montagna), mentre si acuiva il desiderio di evadere dalla soffocante vita nuorese. Nel 1899 la Deledda soggiornò a Cagliari, ospite della direttrice di una rivista locale. In quell’occasione incontrò l’impiegato statale Palmiro Madesani che sposò l’anno successivo. Le fu quindi possibile lasciare la Sardegna per Roma, dove trascorse un esistenza tranquilla e ritirata, dedicandosi all’educazione dei figli e alla produzione letteraria cui attese con più pacata attenzione. Al primo romanzo elaborato a Roma, Elias Portolu , edito sulla nuova antologia nel 1900, seguirono con ritmo costante Cenere (1903), Nostalgie (1905), L’edera (1906), L’ombra del passato (1907), Colombi e sparvieri (1912), la raccolta di novelle Chiaroscuro dello stesso anno, Canne al vento (1913), Le colpe altrui (1914), Marianna Sirca (1915), Il fanciullo nascosto (novelle) del 1916, L’incendio nell’uliveto (1917), La madre (1919), Il segreto dell’uomo solitario (1921), Il Dio dei viventi (1922), La danza della collana (1924), La fuga in Egitto (1925). Ai riconoscimenti nazionali di critico come Cecchi, Pancrazi, Baldini si aggiunse nel 1926 il premio Nobel per la letteratura; l’assegnazione avvenne il 10 settebre del 1927. Seguirono altri romanzi, Annalisa Bilsini (1927), Il paese del vento (1931, L’argine (1934), La chiesa della solitudine (1935). Il 16 agosto del 1936 la Deledda morì a Roma, lasciando incompleto un romanzo autobiografico Cosima, relativo ai difficili anni della giovinezza. Il Baldini ne curò la pubblicazione sulla Nuova antologia col titolo Cosima, quasi Grazia.

 

 

 

 

 

Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde

Il Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde e' il maggiore museo etnografico della Sardegna. Unico istituto museale di diretta emanazione della Regione Sarda, rivolge la sua attivita' di documentazione e ricerca all'intero territorio regionale. Il complesso di edifici che lo ospita, costruito tra gli anni Cinquanta e i Sessanta sul colle di S. Onofrio, a Nuoro, su disegno dell'Arch. Antonio Simon Mossa, appare come un villaggio sardo immaginario, un’originale rappresentazione antologica dell’architettura tradizionale della Sardegna.

Le collezioni presenti nel museo comprendono circa 8.000 reperti, prevalentemente abiti, gioielli, manufatti tessili e lignei, armi, maschere, pani, strumenti della musica popolare, utensili e strumenti domestici e di lavoro della Sardegna tradizionale, risalenti in gran parte al periodo compreso tra la fine dell'Ottocento e il primo cinquantennio del Novecento. Fino al Dicembre del 2003 l'esposizione si articolava in 18 sale che costituivano gli interni del complesso architettonico. Il Museo e' attualmente oggetto di un grande progetto di restauro, riqualificazione e ampliamento. Al di la' della sua denominazione, che fa presagire la presenza di tematiche afferenti all'intero universo del mondo popolare sardo, di fatto la connotazione sostanziale del museo e' fino ad oggi rimasta quella di un museo del costume.Il nuovo Museo vuole invece configurarsi come luogo di rappresentazione generale della vita tradizionale dell'isola che rimanda a una rete di musei locali quali strutture specializzate per tematica o per territorio: temi e reperti del museo regionale divengono parte di un ideale catalogo dei segni dell'identità della Sardegna; un museo, dunque, piu' antropologico e meno etnografico, sebbene le collezioni che formano l'attuale patrimonio repertuale siano destinate a mantenere a una notevole visibilita'. I lavori inerenti a questo progetto hanno preso avvio nel Gennaio del 2004. Il Museo e' rimasto tuttavia aperto nelle parti non interessate all'intervento; pertanto l'attuale percorso si snoda attraverso tre aree: una grande sala che ospita gran parte delle tipologie delle raccolte, divise in sezioni, una saletta dedicata agli strumenti musicali ed una sezione dedicata al carnevale barbaricino costituita da tre sale. La prima sala, molto ampia, e' caratterizzata da una pedana centrale che riproduce il profilo delle coste della Sardegna, sulla quale sono collocati oltre 80 abiti tradizionali completi, montati su manichino, distribuiti in corrispondenza delle zone geografiche di provenienza. Su vetrine a parete poste lungo il lato destro della pedana sono esposti indumenti e amuleti infantili. Altre ospitano varie tipologie di gioielli, giocattoli e pupazzi. Sul lato sinistro della sala si susseguono quattro ambienti espositivi. Il primo ambiente e' dedicato al collezionismo etnografico della Sardegna nei primi decenni del Novecento ed in particolare ai materiali provenienti dalla Collezione Colombini, esposti seguendo lo stile ed il gusto del periodo. Il secondo ambiente e' dedicato alla religione e alla devozione popolare. Il terzo ambiente e' dedicato alla religiosita' popolare, alla superstizione e alle pratiche propiziatorie tra magia e religione.Il quarto ambiente presenta alcuni esempi di abbigliamento festivo.Attraverso una sala di collegamento dedicata agli strumenti della musica popolare sarda , si accede alle sale delle maschere del Carnevale della Barbagia: i Thurpos e l'Eritaju di Orotelli, i Boes e i Merdules di Ottana e i Mamuthones e Issohadores di Mamoiada: con le loro maschere facciali lignee, i campanacci e le pelli di pecora, costituiscono un esempio della persistenza di una serie di manifestazioni che affondano le radici nelle vicende lontane dei popoli del Mediterraneo.

 

 

Museo MAN

Il MAN si contraddistingue per l’apertura alle tendenze artistiche innovative e per lo spiccato radicamento al territorio nel quale nasce. Istituito nel 1999 per esporre una selezione di opere di proprietà della Provincia, del Comune, della Camera di Commercio e dell’ ETN, il MAN è diventato in breve tempo un valido centro di ricerca e un punto di riferimento per il contesto artistico-culturale del territorio d’appartenenza. Il museo ospita una collezione di oltre 400 opere d’arte sarda dal Novecento ad oggi, ed organizza mostre temporanee dedicate ad artisti e temi internazionali di taglio storico e contemporaneo. L’edificio che ospita il MAN (ex sede della Provincia) si trova nel centro storico di Nuoro ed è il risultato dell’unione e dell’adattamento di due corpi di fabbrica della seconda metà del XIX secolo. Due interventi di ristrutturazione hanno lasciato inalterata la struttura esterna modificando gli interni per adempiere alle nuove esigenze espositive. In accordo con i criteri museografici internazionali, l’organizzazione degli spazi è dichiaratamente moderna e priva di concessioni decorative con toni volutamente “bassi”, i più neutrali e asettici possibile.

 

 

Museo Archeologico Nazionale

Attivo dal 1978 si è formato dalla fusione delle raccolte paleontologiche con la collezione comunale di Nuoro, cui si sono aggiunti in seguito notevoli apporti  di materiale proveniente dalle campagne di scavo effettuate dalla Soprintendenza Archeologica nella Provincia di Nuoro, nonché raccolte private. L’attuale superficie, composta da cinque ambienti espositivi, offre una una panoramica esauriente delle vicende culturali delle popolazioni del nuorese dal Neolitico all’età altomedievale.

La sala I è dedicata al materiale paleontologico della grotta Corbedu. La sala II è dedicata al Neolitico medio e finale della Sardegna, con reperti ceramici e litici e ornamenti in conchiglia e osso. Le sale III e IV sono quasi interamente dedicate alla civiltà nuragica, con reperti ceramici e bronzei provenienti da scavi e collezioni private: matrici di fusione in steatite per armi e utensili vari, monili in bronzo, le due Tabellae defixionum in piombo con iscrizioni in corsivo latino, costituenti finora un “unicum” per la Sardegna. Nella V sala è ospitata la collezione comunale di Nuoro composta da bronzetti e navicelle votive di età nuragica, vasellame in bronzo di età romana imperiale, epigrafi funerarie e votive di età imperiale. Si possono trovare numerose ancore romane in piombo recuperate dai fondali della costa orientale della Sardegna. Il Museo raccoglie i reperti fossili provenienti dal giacimento del Monte Tattavista. Di particolare interesse ossa e crani di mammiferi dell’età palio-pleistocenica.

 

 

Itinerario verde

Monte Ortobene

A oriente della città sorge l'Ortobene, antico rilievo granitico non omogeneo, che costituisce un vero e proprio monumento naturale dalle molteplici forme. Pinnacoli e torrioni si susseguono a zone pianeggianti e conche di granito arenizzato, ripide gole e una grande varietà di rocce antropomorfe, zoomorfe, sferoidali o a nido d'ape, frutto della millenaria azione di agenti climatici, fisici, chimici e antropici.

E’ popolato da una fauna varia e abbondante. Fra gli uccelli, particolare interesse naturalistico riveste la presenza della ghiandaia, una sottospecie endemiche della Sardegna e della Corsica fra le quali, il picchio rosso maggiore, il picchio rosso minore, la cinciarella, l'Astore e lo sparviero.  Fra i rapaci, oltre quelli già citati, troviamo il gheppio, la poiana, il falco pellegrino, l'aquila reale. Nelle pendici più basse nidificano alcuni migratori come la tortora, il cuculo e le quaglie. Sull'Ortobene sono presenti diversi animali selvatici oltre i cinghiale, che è diffuso su tutto il territorio, troviamo la donnola, la martora, la volpe, la lepre e la pernice sarda.

 

Limitato a nord dal Rio Marreri e a sud dal fiume Cedrino dalle valli di Isporosile e di Maria Fruenza a occidente e dalle valli del Rio Loculi e di Funtana 'e lidone a oriente, è un rilievo poco elevato (il suo punto più alto, Cuccuru Nigheddu, non supera i 1000 m), ma per la sua collocazione costituisce una suggestiva terrazza da cui ammirare, in giornate limpide, le montagne e le splendide vallate circostanti costituiscono un ottimo punto di osservazione, ma è da Cuccuru Nigheddu che lo sguardo può spaziare a trecentosessanta gradi da Monte Albo e dalla piana di Siniscola al Monte Tuttavista, dal Corrasi e dal Supramonte di Orgosolo al Gennargentu, dal Monte Gonare all'altopiano di Bitti e a Orune.

Man mano che si procede verso valle si estende il bosco misto dove assieme al leccio troviamo il corbezzolo, il ginepro rosso, i cisti e, nei settori più bassi, la quercia da sughero, l'olivastro, il lentischio. La zona pedemontana che guarda alla città, da Michinnari a Capriles, è la zona dei poderi delimitati dai muretti a secco, con olivi, mandorli, quercia da sughero e pineta residua. Nei versanti meridionali predominano la macchia e la gariga. Fra i fiori si segnalano le orchidee spontanee di cui sono state censite 18 specie appartenenti a 9 generi diversi.

La vegetazione dell'Ortobene ha subito nel tempo significative modificazioni soprattutto ad opera dell'uomo che è intervenuto con tagli indiscriminati, pascoli e incendi. Delle consistenti foreste di lecci ancora presenti nell'Ottocento esistono oggi solo modesti lembi nelle zone di Solotti e Cuccuru Nigheddu. A Valverde e nella conca di Borbore si trova si trova un bosco misto di lecci e roverelle mentre è presente una forma di degradazione dell'antica lecceta a Farcana, Emilianu, Mamudinu, Isterulotta.

Scomparsi i grifoni, i cervi e i mufloni, presenti senz'altro in un passato non molto lontano come testimoniato dalla toponomastica e dal racconto di una battuta di caccia effettuata dall'ornitologo Ettore Arigoni degli Oddi nel 1901.