Itinerari attorno ai Carnevali Barbaricini - Lula

Il carnevale di Lula

Image preview

 La maschera protagonista del Carnevale di Lula è  Su Battileddu (la vittima) vestito di pelli di pecora o montone, ha il volto ricoperto di fuliggine e di sangue, sul petto porta alcuni sos marrazzos (campanacci), sulla testa un fazzoletto nero del costume femminile tiene un copricapo con corna caprine, bovine o di cervo attorno alle quali ha sa ‘entre ortata (parte dello stomaco di caprone). Nell’addome seminascosto dai campanacci porta su chentu puzone (quarto stomaco di ruminante pieno di sangue misto ad acqua).

Su Battileddu  è seguito nel suo cammino dai Battileddos Gattias, uomini travestiti da vedove che indossano gambali maschili. Queste maschere intonano canti funebri e cullano una bambola di pezza che porgono alle ragazze tra la folla chiedendo di allattarla mentre piangono la vittima del Carnevale con sos attitos (lamentazioni funebri). Durante la sfilata le Gattias, sedute in cerchio e dopo avere “obbligato” qualcuno del pubblico ad unirsi al gruppo, fanno il gioco del “pizzica ma non ridere” (pitzilica e non rie), passandosi l’un l’altro un  pizzico senza ridere per non pagare il pegno che solitamente consiste nel versare da bere.

Il corteo è seguito anche da Sos Battileddos Massajos, ovvero coloro i quali sorvegliano il bestiame, vestiti da contadini sono i “custodi della vittima”. Hanno il viso coperto di fuliggine e portano pungoli e sas socas (funi di cuoio) con le quali legano la vittima per percuoterla ripetutamente, strattonarla, trascinarla, fino a farla morire.

Due Battileddos Massajos vengono aggiogati come buoi e tirano il carro durante la rappresentazione. Su Battileddu, considerato pazzo, è tenuto legato e fermo dai Sos Battileddos Massajos, mentre gli spettatori tentano di pungere su chentu puzone per far uscire il sangue con il quale s’imbrattano il volto, quando la vittima cade per terra qualcuno grida “l’an mortu, Deus meu, l’an irgangatu!” (l’hanno ucciso, Dio mio, lo hanno sgozzato) ma basta un bicchiere di vino per rianimarlo. Le vedove inscenano il funerale con gesti e lamenti scurrili.

 

Studi sulla maschera

Riguardo l’origine della maschera vi sono molte teorie. Per alcune di queste deriverebbe da riti agrari precristiani che rappresentavano la passione e la morte del dio Dioniso. Secondo l’etnologa e studiosa di tradizioni popolari Dolores Turchi, la nascita della maschera sembrerebbe legata ai riti agrari arcaici collegati alla fecondazione della terra con il sangue. La maschera di su Battileddu fu quasi abbandonata nel Novecento attorno agli anni Trenta fino al 1946 quando, forse a causa della miseria e dei lutti provocati alla guerra, cadde nell’oblio. In seguito alla valorizzazione delle antiche maschere locali sarde anche Lula ha ripreso la sua nel 2001 che per le sue peculiarità è oggetto di interesse scientifico e antropologico da parte di vari studiosi italiani e stranieri. Il nome dell’antica maschera, Battileddu, probabilmente trae origine da battile che in sardo vuol dire inutile, straccio e se rivolto a persona vuol dire buono a nulla; ma il termine primario era forse bathileios che in greco significa ricco di messi, ed è uno dei tanti nomi attribuiti a Dioniso. Originariamente, infatti, la maschera rappresentava colui il quale avrebbe reso fertili i campi. In origine Su Battileddu doveva essere una persona folle, per questo considerata vicina a Dio e offerta in sacrificio, uso interrotto dall’arrivo dei Romani nell’isola i quali impedirono la prosecuzione della consuetudine dei sacrifici umani. Secondo un altra ipotesi la rappresentazione del Carnevale probabilmente raffigura anche la lotta tra il bene e il male, identificati secondo la leggenda con Voe Tomasu e Trullio (padrone dei cinghiali). Solo quando Voe Tomasu, il bene, si fa rivestire le corna d’acciaio riesce a sconfiggere Trullio il male e come trofeo colloca lo stomaco di Trullio attorno alle proprie corna.

 

Lula

Il nome del paese di Lula (Lugula o Luvula in sardo) deriverebbe da lucus, sostantivo di origine etrusca che significa bosco sacro.

Nel centro della Baronia settentrionale, ai piedi del massiccio calcareo del monte Albo, si erge l’abitato. Questo territorio è caratterizzato dalla presenza di una ricchissima vegetazione costituita da boschi di lecci, ginepri, lentischi, corbezzoli e olivastri; tra i fiori vanno segnalati il limonio e il pero corvino, specie rare e  presenti solo in queste zone. Per quanto riguarda la fauna è possibile incontrare mufloni, volpi, martore, cinghiali, lepri, conigli, pernici, tortore e l’aquila reale. Nelle grotte del monte Albo vive il geotritone sardo, anfibio appartenente alla specie endemica tipico di queste zone. Anche se in passato il paese divenne noto per le attività estrattive (piombo e argento), attualmente l’economia prevalente è quella agro-pastorale.

Il territorio fu abitato fin dal neolitico, a testimoniarlo la presenza di numerose tracce delle civiltà passate, come le domus de janas di Sa Conchetta 'e Su Priteru, il nuraghe Littu Ertiches, le grotte de Sos Omines Agrestes (gli uomini selvatici) e Conca de Capra e le antiche miniere, oggi chiuse, utilizzate già dai nuragici e dai romani.

Durante il medioevo Lula appartenne alla curatoria (suddivisione amministrativa del territorio della Sardegna giudicale)  di Orosei nel giudicato di Gallura.

 

I monumenti

Santuario d S. Francesco di Lula

Questo santuario campestre sarebbe stato fondato nel XVII secolo da alcuni banditi nuoresi e per questo motivo San Francesco d’Assisi, qui chiamato San Francesco di Lula, è considerato il protettore dei banditi e dei balentes (i coraggiosi). La chiesa attuale risalente al 1795 è un rifacimento di quella del Seicento. Attorno al santuario c’è un villaggio costituito da cumbessias, caratteristici ricoveri dei pellegrini dove i fedeli possono tutt’oggi pregare nei giorni di festa.

 

Miniera di Sos Enattos

La miniera di Sos Enattos, già adoperata dai Romani, fu riscoperta a metà Ottocento e nel 1905 passò alla compagnia mineraria franco-belga Societé Anonyme des Mines de Malfidano. Acquistata in seguito da privati, fu rilevata dalla Rimisa s.p.a. nel 1951. Oggi fa parte del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall'UNESCO. Sempre nel territorio di Lula è possibile visitare gli insediamenti minerari ormai abbandonati di Guzzurra e di Argentaria.