Itinerari attorno ai luoghi: i riti della Settimana Santa di Iglesias

La settimana santa di Iglesias

 Iglesias, i riti della Settimana Santa

I riti della Settimana Santa di Iglesias risalgono al Seicento e vengono organizzati dai Germani della Confraternita del Santo Monte.  Il Martedì Santo si svolge la Processione dei Misteri, durante la quale sette simulacri, simbolo della Passione di Cristo, vengono trasportati in processione per le vie cittadine. Il Mercoledì si svolge la Benedizione con la reliquia del "Lignum Crucis", mentre il Giovedì il simulacro della Madonna Addolorata viene trasportato in sette chiese dove viene allestito il Sepolcro. Il Venerdì sera ha luogo la solenne processione che rievoca il funerale di Gesù. Cristo è raffigurato senza vita in un simulacro in legno del XVII secolo. Le donne appartenenti all'Associazione del Santissimo indossano tuniche nere, mentre gli uomini, Germani della Confraternita del Santo Monte, vestono una lunga tunica bianca e voluminosi cappucci. Nel corteo del funerale sono presenti anche "is Baballotis", bambini e adulti vestiti con abiti bianchi. Due bambini interpretano i personaggi di San Giovanni e la Maddalena, mentre Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo sono rappresentati da due "varonis" e portano martello e tenaglie.

Un po’ di storia

Le celebrazioni della Settimana Santa ad Iglesias, come nel resto della Sardegna, risalgono alla fine del Seicento e risentono profondamente della dominazione spagnola nel Paese. A partire dal nome della città – Iglesias – che significa “Chiese”, passando attraverso le volte gotiche della Cattedrale di Santa Chiara, fino ad arrivare al suo sodalizio più antico, l'Arciconfraternita del Santo Monte, organizzatore degli appuntamenti religiosi, l'influsso spagnolo è ovunque vivo.

In particolare il Santo Monte è regolato da antiche consuetudini per lo più rimaste immutate nel corso dei secoli. La confraternita del Santo Monte nasce nel Cinquecento e nel 1616, per bolla di papa Paolo V, viene elevata ad Arciconfraternita.

La gerarchia interna è costituita da un Conservatore, un Vice Conservatore, un Tesoriere, un Segretario e un Sacrista Maggiore che, sotto la direzione dei Confratelli, sovrintendono alle attività del sodalizio; oggi l'assistenza ai bisognosi, nel passato le opere in favore dell'Ospedale di S. Michele (fino al 1500) e l'assistenza ai condannati a morte (fino al 1850).  I Germani indossano un abito bianco, inamidato, decorato con fiocchi neri, il cappuccio (sa visiera) copre il volto durante le processioni ma viene sollevato all’interno delle chiese.

Dalla stessa tradizione iberica proviene l'iconografia della Vergine Dolente, protagonista delle celebrazioni che interessano tutta la settimana precedente il giorno di Pasqua.

A elementi di origine precristiana ed in particolare al mito fenicio di Adone, risale la tradizione di seminare, all'interno della chiese e sui balconi delle case, Is Nenniris ossia vasi pieni di terra piantati a legumi che, lasciati crescere al buio, sono di un colore quasi bianco, simbolo della resurrezione dopo la morte.

Il vero significato del rito è tuttavia profondamente legato al cristianesimo e si rivela come sacra rappresentazione della Passione e Morte di Gesù. Nel corteo del funerale, Cristo è raffigurato senza vita in un simulacro in legno del XVII secolo.

Tradizionale è anche la presenza di Is Baballotis, bambini e adulti che indossano vesti bianche con cappuccio e in mano tengono sa varita (dallo spagnolo vara, bastone) un’asta di legno con una piccola croce sulla cima. Probabilmente eredità pagana è la presenza di due giovinetti, vestiti con ricchi abiti di foggia orientale, che interpretano i personaggi evangelici di San Giovanni e la Maddalena. Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo sono invece rappresentati da due varonis, nobili che stringono tra le mani martello e tenaglie.  Le uniche donne, ammesse a partecipare ai riti, indossano tuniche nere e sono appartenenti all'antica Associazione del Santissimo. 

Nella giornata del Venerdì Santo iglesiente, accanto alla processione del Monte, attraverso il quartiere di Sa Costera, tuttora osservata, si ricordano altri due momenti ormai scomparsi anche se non dimenticati; Su Scravamentu,  in essere fino alla fine dell'Ottocento, inizialmente vietato per tumulti ed in seguito non più ripristinato forse per la chiusura al culto della Chiesa di S. Francesco e le “Tre ore di agonia” osservato fino alla fine degli anni Quaranta e poi abbandonato al mutare della liturgia.

Iglesias ha saputo rendere suggestivamente unica la successione degli eventi che scandiscono la Settimana Santa. Si respira un'aria di grande devozione e partecipazione collettiva in cui l'assoluto silenzio è rotto solo dal particolare suono dei tamburi, delle raganelle e delle matraccas, strumenti formati da una tavola con anelli mentre le campane, espressione di gioia, riprendono a suonare il giorno di Pasqua. 

 

Martedi’ Santo

La processione viene aperta dall’Arciconfraternita del Monte la quale si occupa principalmente dei riti della Settimana Santa. I confratelli, anche chiamati Germani (dallo spagnolo Hermanos), indossano un abito bianco inamidato e ornato di fiocchi neri, sfilano in processione in ordine di anzianità, con sa visiera (il cappuccio) abbassata sugli occhi. Il martedì Santo prevede la processione dei Misteri con i sette simulacri che ricordano la Passione di Gesù Cristo: il primo rappresenta Gesù che prega nell’orto degli ulivi. Sulla portantina preparata la Domenica delle Palme, accanto alla statua, viene sistemato un ulivo con fiori ed essenze mediterranee (alloro, rosmarino, lavanda come da tradizione spagnola) che verranno benedette e distribuite ai fedeli il giorno successivo.

Gli altri misteri rappresentano la cattura, la flagellazione, l’Ecce Homo, la salita al Calvario, la Crocifissione, la Vergine Addolorata.

Questi simulacri vengono portati in spalla da is Baballottis (dal sardo campidanese baballotti, “animaletti”) che indossano una veste penitenziale bianca e il capo coperto da sa visiera che nasconde il volto, come gli antichi disciplinanti iglesienti. Sul simulacro che rappresenta Gesù in preghiera viene issato un ramo d’ulivo adornato con i fiori. A questa processione partecipano anche due bambini con l’abito dei baballottis per rappresentare San Giovanni e la Maddalena.

 

 

Mercoledi’ Santo

In questa giornata avviene la distribuzione dei ramoscelli d’ulivo e dei fiori che adornavano il simulacro del giorno precedente, dopo essere stati benedetti vengono distribuiti ai fedeli nella chiesa di San Michele.

 

 

Giovedì Santo

Si celebrano la Messa Crismale e la Messa in Coena Domini, a ricordo dell’Ultima Cena. Durante la sera, le cappelle riccamente addobbate, che prendono il nome di cappelle della Reposizione e in cui è presenta anche Su Nenniri, il piatto in cui è germogliato al buio del grano, vengono visitate dai fedeli per l’adorazione del Santissimo Sacramento. In questa giornata l’Arciconfraternita del Santo Monte è  accompagnata dalle altre Confraternite, quella di San Giuseppe e quella del Santissimo Sacramento. A questa processione, oltre agli adulti, partecipano anche i bambini con le vesti dei babillottis. Le diverse confraternite sfilano tutte con il cappuccio abbassato scortando il simulacro della Santa Vergine accompagnati dal suono dei tamburi e delle matraccas, ossia dei congegni di legno che ruotano intorno ad una rotella dentata provocando un rumore simile ad un gracidio.

 

 

 

Venerdì Santo

Alle nove del mattino si svolge la processione al Monte, ripercorrendo l’itinerario delle chiese coinvolte nei riti della Settimana Santa e, per un tratto, si percorre una strada per ricordare l’ascesa al Calvario nel quartiere Sa Costera. Dentro la chiesetta di San Michele, in un rito privato tra confratelli chiamati gli Obrieri del Descenso, viene compiuto il rito di S’Iscravamentu (la deposizione dalla croce). La statua di Gesù viene deposta su una lettiga colorata di blu notte con incisioni in oro.

In serata, intorno alle venti, si procede con la processione del Descenso che rappresenta il funerale di Gesù.  Is Vexillas aprono questa processione accompagnati da San Giovanni e dalla Maddalena, raffigurati da due bambini che indossano abiti di foggia orientale, accompagnati dagli Orbieri del Descenso, seguono Is Varonis (Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo) vestiti con ampi mantelli di velluto marrone  portano in mano tenaglie e martelli. Sotto il baldacchino bianco giace il corpo della statua di Gesù morto, mentre in fondo al corteo sfilano i confratelli dell’Arciconfraternita del Monte con il simulacro dell’Addolorata.

 

 

Sabato Santo

Durante questa giornata i fedeli si recano ad adorare il corpo di Gesù morto deposto nella chiesa di San Michele.

 

 

Pasqua

Durante la notte del sabato, al canto del Gloria, entra in cattedrale il Cristo Risorto. La domenica mattina, ad opera della confraternita di San Giuseppe, si svolgono due processioni: una parte dalla chiesa di San Giuseppe con il simulacro della Madonna e i ragazzi che impersonano la Maddalena e San Giovanni, l’altra dalla cattedrale con Gesù risorto.

Le due processioni seguono itinerari diversi fino al momento in cui avverrà Su Incontru, nello spazio da Via Gramsci alla Piazza Sella. I due gruppi si inchinano per 3 volte mano a mano che si avvicinano, per formare una processione unica che si avvia verso la cattedrale dove si svolgerà una messa.

 

 

Martedì dopo Pasqua

In serata, dopo la Messa Capitolare in cattedrale, avviene la processione di s’inserru: una processione unica che poi si sdoppia con tre inchini e tre saluti man mano che i simulacri di Gesù Risorto e della Madonna si allontanano per essere accompagnati rispettivamente nella chiesa di San Francesco e nella chiesa di Giuseppe.

 

 

 Iglesias

Città pisana, anticamente era conosciuta come Villa Ecclesiae e successivamente chiamata Villa di Chiesa. Probabilmente il nome deriva dalle numerose chiese erette nel Medioevo, che ancora oggi caratterizzano il tessuto urbano della città. Le origini di Iglesias risalgono al XIII secolo e sono strettamente legate alle vicende del Comune di Pisa, il quale nel 1257, dopo aver vinto la battaglia di Santa Igia, si impadronì del territorio appartenente, all'epoca, al Giudicato di Cagliari. In un secondo tempo, il territorio di Iglesias venne suddiviso in tre zone, ripartite rispettivamente alle famiglie dei Capraia, dei Visconti e dei Donoratico della Gherardesca.

I Pisani avviarono una serie di lavori, il cui progetto prevedeva l'innalzamento di una muraglia quadrangolare, intervallata da venti torri e aperta da quattro porte (Sant'Antonio, Barlao poi Nuova, Maestra poi di S. Sebastiano, Castello); la costruzione di un acquedotto e la realizzazione di uno Statuto.

Nel 1324 Iglesias passò sotto il dominio della corona Aragonese e nel corso del Quattrocento ottenne il titolo di Città Reale.

La città è abitata da circa 30.000 persone. E’ situata nella Sardegna sud – occidentale, nel vasto territorio Sulcis – Iglesiente comprendente le ampie e fertili vallate del Cixerri e la pianura dei Campidani, storiche regioni che si estendono in una forma vagamente triangolare, perfettamente individuata nella morfologia e nel disegno generale dell'Isola. La natura si presenta  incontaminata nei rilievi montuosi e nelle splendide valli, con fiumi che danno luogo anche a spettacolari cascate. Particolarmente suggestivo è il complesso naturalistico del Marganai. Iglesias è capoluogo, con Carbonia, della provincia di Carbonia – Iglesias nonché sede vescovile (Diocesi di Iglesias). E' centro minerario, commerciale ed industriale di antica origine, abitato già nel periodo punico – romano molto probabilmente per la ricchezza del sottosuolo.

Oggi le miniere iglesienti, in via di risanamento e valorizzazione, avendo concluso il loro ciclo,  costituiscono più che altro grande interesse per l'archeologia industriale e la città è alla continua ricerca di nuove soluzioni volte ad incrementare il suo sviluppo e l'imprenditorialità.

La popolazione attiva è occupata nei servizi, nell'agricoltura ed allevamento, nell'artigianato e nella ristorazione. Iglesias è città turistica grazie alle attrazioni di epoca medievale. Basti pensare al centro storico, racchiuso entro le mura caratterizzate da ventidue torri, all'innumerevole presenza di chiese, ai palazzi, ai caratteristici vicoli e al Castello di Salvaterra.

Infine, va menzionato il Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, nato con lo scopo di salvaguardare il patrimonio tecnico-scientifico, storico - culturale e paesaggistico - ambientale delle zone ricche di risorse geologiche e minerarie della regione Sardegna. Questo parco si estende nella parte sud-occidentale della Sardegna, in una zona ricca di giacimenti metalliferi, piombo, zinco, rame, argento, stagno e ferro.

 

I monumenti

 

Cattedrale di Santa Chiara

Dedicata a Santa Chiara, la chiesa fu costruita tra il 1285 e il 1288, per volontà del Conte Ugolino della Gherardesca, signore di Villa di Chiesa, ed ubicata in posizione centrale rispetto alla cinta muraria dell’antica città medioevale. Indicazioni precise sulla data di edificazione ci sono fornite da due iscrizioni, un tempo poste ai lati delle porte principali e oggi rimosse per garantirne la conservazione. Queste menzionano i podestà Guidone de Sentate e Pietro Canino, che governarono in città quando la chiesa venne costruita. La prima epigrafe, scritta in latino, è datata tra il 24 settembre 1284 e il 24 marzo 1285; la seconda scritta in volgare toscano, presenta come unico riferimento cronologico la menzione del Conte Ugolino come ancora insignito della carica di podestà di Pisa, da lui mantenuta fino al maggio 1288.

Il Breve di Villa di Chiesa ed altre fonti documentano un collegamento fra la chiesa e l’Opere Ecclesiae Sanctae Clare, un’istituzione laica che, all’epoca, svolgeva in città funzioni di tipo amministrativo e che promuoveva la costruzione, l’abbellimento e la manutenzione dell’edificio; nel Breve si trovano anche indicazioni sulla elezione, i requisiti e le funzioni dell’operaio posto a capo di tale istituzione.Dal 1400 circa la chiesa parrocchiale di Santa Chiara divenne, di fatto, la residenza dei vescovi sulcitani, del capitolo e del clero che ne fecero loro abituale dimora; nel 1503, con la bolla “Aequum reputamus” di Giulio II, essa venne elevata a cattedrale, con la traslazione della sede episcopale da Tratalias ad Iglesias.La presenza del vescovo in città, tuttavia, non durò a lungo perché, nel 1513 l’Arcivescovo di Cagliari divenne anche vescovo di Iglesias e tale rimase fino al 1763, anno in cui la Diocesi riottenne il vescovo residenziale. Dal punto di vista architettonico diversi sono gli stili e le influenze artistiche che hanno contribuito alla sua realizzazione, così come numerosi sono stati i rimaneggiamenti subiti dall’edificio prima di arrivare allo stato attuale.La facciata risulta divisa in due ordini da una cornice sagomata, è romanica nella parte inferiore con portale architravato sormontato da una lunetta con motivo classicheggiante. La parte superiore lascia invece posto al gotico: due archi a sesto acuto inquadrano un rosone e, tredici archetti trilobati che seguono le pendenze del tetto a capanna.Al lato destro dell’edificio si erge la torre campanaria. La pianta quadrangolare e il coronamento a terrazza rinviano a modelli catalani e fanno pensare ad una edificazione, o ad un completamento nel secolo XIV; intonacata e dotata di una cuspide nel 1862, fu riportata alle forme originarie da un restauro degli anni Cinquanta; attualmente conserva una campana fusa da Andrea Pisano nel 1337 dedicata a Pietro III d’Arborea.La pianta della chiesa è a croce latina, mononavata, divisa in quattro campate da archi a sesto acuto con cappelle laterali ricavate tra i contrafforti.

La zona presbiteriale, a pianta quadrangolare, è rialzata rispetto alla navata e vi si accede per mezzo di una scalinata in marmo. I vani che costituiscono il transetto, hanno copertura con cupola ottagonale.E’ possibile ipotizzare che l’edificio abbia avuto inizialmente una pianta ad aula con copertura lignea con terminazione absidale: nella seconda campata, sulla destra, sono rimaste infatti le mensole che reggevano le capriate.Con l’arrivo degli Aragonesi la chiesa subisce una serie di ristrutturazioni che ne modificano progressivamente l’impianto. Nella seconda metà del XVI secolo, infatti, sotto la guida di Melchiorre Sanna, direttore del lavori realizzati nello stesso periodo nella chiesa di Santa Maria di Valverde, le capriate lignee vengono sostituite dalle volte stellari e, per contrastare le spinte le pareti laterali vengono sfondate e rinforzate con cappelle di pianta quadrangolare, rialzate rispetto al pavimento della navata e coperte anch’esse da volte stellari.L’abside si trasforma in vano di pianta quadrata adibito a presbiterio.Testimonianza di tutti questi restauri si ha nelle chiavi di volta, che recano incise le date dei lavori eseguiti tra il 1576 e il 1588.All’ingresso, sulla destra, un angelo reggi-acquasantiera in marmo dei primi del Seicento.Nel vano sinistro del transetto la parete di fondo è occupata dal retablo ligneo dorato dedicato a Sant’Antioco, patrono della Diocesi, databile al 1712-14, in base a due lasciti conservati nell’Archivio Storico Diocesano: uno del Canonico Cardia y Garau “para el retablo nuevo che se hace” (1712), l’altro per la sua doratura da parte della “monja de casa” Maria Cogotti (1714).Sempre nello stesso vano, sul lato destro, si trova una lastra marmorea con epigrafe a ricordo dell’opera del vescovo Pietro, risalente all’VIII secolo, trovata nelle catacombe di Sant’Antioco. Sulla sinistra un’altra lastra indica l’elezione di Mons. Luigi Satta a vescovo nel 1763, anno in cui venne ripristinata la Diocesi di Iglesias.Nel vano destro un altare in marmi policromi, datato 1769, donazione di Mons. Tommasio Maria Natta, arcivescovo di Cagliari e vescovo di Iglesias fino al 1763.

 

 

Chiesa del Collegio

Ai Gesuiti, presenti ad Iglesias fin dal 1578, si deve la costruzione della chiesa intitolata alla Vergine Purissima e del Collegio ad essa collegato. Si tratta di un bell’esempio, unico in città, del severo manierismo dell’architettura tipica della Controriforma la cui facciata, estremamente semplice, incarna perfettamente gli ideali di rigore e sintesi propri della Compagnia di Gesù. L’unico elemento di vivacità è il contrasto fra il bianco dell’intonaco e le decorazioni in trachite rossa delle cornici che fanno da ornamento al portale in legno sormontato da un timpano curvilineo spezzato. Al centro si trova lo stemma selle Compagnia di Gesù, mentre sotto, nell’architrave che inquadra il portale, uno stemma nobiliare, forse quello della famiglia Serra: sopra una finestra rettangolare anch’essa inquadrata da cornici sagomate in trachite rossa.

Sulla sinistra sorge il campanile di pianta quadrangolare, con bifora nella parte terminale. L’interno è caratterizzato da un’unica ampia navata, voltata a botte a tutto sesto, con sei cappelle laterali, tre per lato, anch’esse voltate a botte e rialzate rispetto al corpo dell’aula, con altari e decorazioni baroccheggianti. La zona presbiteriale, leggermente sopraelevata rispetto al piano del calpestio della navata, accoglie un sontuoso altare barocco in marmo con decorazioni policrome, colonne tortili su capitelli corinzi e putti, posti in alto sui lati, come coronamento.

La balaustra d’accesso al presbiterio, anch’essa in marmi policromi, reca la data del 1722. Alla fine del XVII secolo risale la realizzazione della cantoria, costruita sul modello di quella della chiesa di San Michele di Cagliari, mentre al Novecento risalgono gli ultimi interventi decorativi: i dipinti della seconda e terza cappella sinistra realizzati tra il 1906 e il 1908 dal pittore Luigi Cambini e da collaboratori. Quando nel 1774 i Gesuiti lasciarono la città, la chiesa rimase in stato di completo abbandono fino al 1808, quando il re Vittorio Emanuele I la cedeva al Vescovo di Iglesias. 

 

 

Nostra Signora delle Grazie

Originariamente era dedicata al martire cagliaritano, San Saturno, così come risulta anche dal Breve di Villa di Chiesa. Tuttavia il ricordo dell’antico nome rimase vivo per molto tempo, e non solo nella memoria e nella devozione dei fedeli, come dimostra la documentazione conservata presso l’Archivio Storico Diocesano della Curia Vescovile di Iglesias. La facciata divisa in tre ordini documenta le tre principali fasi costruttive: al XIII secolo, in epoca pisana, risale il primo ordine, diviso in tre specchi da lesene in pietra squadrata, con decorazione ad archetti a tutto sesto, che ricorda la chiesa di Santa Maria di Valverde: la monofora a sesto acuto del secondo ordine è di epoca aragonese, mentre la parte superiore è di fattura settecentesca con un timpano spezzato e campanile a vela, coronamento baroccheggiante, che conferisce originalità all’edificio. L’interno, rimaneggiato e ampliato a più riprese, ha pianta ad aula, con due piccole cappelle laterali, una a sinistra e una a destra, e copertura con spioventi in legno. Cinque archi a sesto acuto in trachite rossa, che dividono le campate, spezzano l’unitarietà dell’aula basilicale. L’ampia zona presbiteriale è sormontata da un’ampia cupola a padiglione su tamburo ottagonale recante la data del 1708. Le decorazioni dell’arco a sesto acuto d’accesso al presbiterio sono in trachite rossa con motivi di rose e conchiglie come nella chiesa di San Domenico ad Iglesias. Sopra il portale di ingresso trova spazio la cantoria con balaustra in legno. All’ingresso sul lato sinistro, una grata con una piccola porta che serviva per la comunione delle monache Clarisse, il cui monastero, costruito per iniziativa del Canonico di Cagliari Marco Canavera ricordato nella lapide posta in facciata, era addossato sul lato sinistro dell’edificio. Nel presbiterio, sulla parete di fondo entro una nicchia, è conservato il simulacro ligneo di Nostra Signora delle Grazie, venerata dalla comunità iglesiente perché grazie alla sua intercessione la città fu liberata dal flagello delle locuste nel 1735, anno del Voto. Sempre nel presbiterio, il tabernacolo ligneo proveniente dalla parrocchiale di Mores, realizzato da fra Gaudenzio di Sassari.

 

 

San Domenico 

La chiesa neogotica di San Domenico sorge nell’area in cui, in epoca medioevale, era ubicata la chiesa della Santissima Trinità menzionata nel Breve di Villa di Chiesa. La sua costruzione fu voluta dal canonico iglesiente Michele Fenza, che ne favorì la costruzione mediante un lascito del 1610 a favore della creazione di un convento di frati Domenicani, con l’impegno di impartire gratuitamente l’istruzione ai bambini poveri. La tradizione popolare racconta che gli stessi bambini contribuirono al trasporto del materiale per l’erezione della chiesa, da qui il nome di “Cresia de is piccioccheddus” (chiesa dei ragazzi). L’edificio, ricostruito ed intitolato a San Domenico, nel suo evidente aspetto neogotico, riflette la fase di ritorno della cultura medioevale attuatasi con la Controriforma, tra la fine del ‘500 e i primi del ‘600. La facciata presenta un portale inquadrato da colonne corinzie ed architrave, sormontato da un arco trilobato in cui si apre una piccola finestra, ai lati altre due colonnine sostengono un piccolo timpano. L’interno ha pianta ad aula mononavata, divisa in quattro campate da archi a sesto acuto in blocchi di trachite rossa con cappelle laterali, due per lato, coperte con volta a botte, tranne la seconda a sinistra, quella dedicata all’Assunta, coperta con cupola a padiglione. Da rilevare in questa chiesa l’assenza del presbiterio, che fu completamente demolito per la costruzione dell’attuale Via Eleonora; quello che un tempo era l’arco d’accesso infatti, è oggi interrotto dal muro di fondo, sul quale si trovano due monofore, a sesto acuto, con vetri policromi; in alto, al centro, una nicchia ospita il simulacro di San Domenico.

 

 

San Francesco

La costruzione attuale dell’edificio, il più bell’esempio dell’arte gotica della Diocesi, si colloca a partire dalla prima metà dell’400. La facciata realizzata interamente in trachite rossa, con tetto a capanna e spioventi sporgenti esemplifica l’austerità dello stile romanico: al centro un portale ligneo, inquadrato da esili colonnine sagomate, sormontato da un  arco a sesto acuto, in alto un rosone con cornici, sopra il quale è collocata una piccola statua raffigurante la “Alma Redemptoris Mater”; ai lati, due piccoli oculi. L’interno, presenta un pianta ad aula mononavata con cappelle laterali, scandita in sette campate da archi a sesto acuto che sorreggono la copertura lignea. L’abside, più stretto e più basso rispetto alla navata, coperto da volta ombrelliforme, risale al 1523, quando la chiesa venne innalzata e dotata di una nuova copertura che sostituisce le capriate. La quinta cappella, denominata “del Crocifisso”, è dedicata ai caduti del primo conflitto mondiale. Sulla parete di fondo un crocifisso in bronzo, realizzato dallo scultore sassarese Gavino Tilocca nel 1951. Nella stessa cappella è conservata la lastra tombale che ricorda la sepoltura nella chiesa del primo camerlengo catalano, Guglielmo De Rius, di Villa di Chiesa, morto nel 1328, e la statua in terracotta, databile intorno al XV secolo, che raffigura un frate seduto, l’unica rimasta delle sette del ciclo della Verna, raffiguranti scene della vita di San Francesco. Nel presbiterio una delle gemme pendule, raffigura un crocifisso che ricorda il celebre “Crocifisso di Nicodemo” del Duomo di Oristano; realizzato in trachite rossa, intorno al XV-XVI secolo, è attribuito a scultore di scuola iberica. Fra le opere più importanti il “Retablo della Vergine” di Antioco Mainas, pittore cagliaritano della bottega di Stampace, restituito alla chiesa solo recentemente e collocato sulla parete di fondo del vano aggiunto alla prima cappella di sinistra. Con la soppressione degli ordini religiosi la chiesa e il convento diventano di proprietà comunale; a fine dell’800 viene sconsacrata ed adibita agli usi più vani. Solo nel 1928, dopo un restauro, è stata riaperta al culto e dal 1935 i francescani hanno ripreso possesso della struttura.

 

 

San Salvatore

Pur ridotta a un rudere, la chiesa di San Salvatore trae la sua importanza dal fatto d'esser compresa nel ristretto gruppo di chiese cruciformi sarde inquadrabili nell'età bizantina. Per via della prossimità di forme con la chiesa di Santa Croce a Ittireddu, può collocarsi nel IX-XI secolo.  La pianta cruciforme si sviluppa per una lunghezza di 25 m. La navata principale interseca il transetto con un angolo solo apparentemente retto; in realtà, i corpi di fabbrica si incrociano con un angolo di cento gradi.  Nella facciata si apre un portale del tipo architravato semplice con architrave gravante sulla murature perimetrali. Il secondo accesso all'edificio è tramite un portale del tipo centinato a tutto sesto, nella testata del braccio destro del transetto. Un terzo accesso alla chiesa è stato di recente identificato lungo il lato s. del transetto.  Dalla parte opposta alla facciata la navata principale si chiude con un muro che mostra evidenti segni di ammorsatura di un'abside. La presenza dell'abside ha trovato definitiva conferma durante gli ultimi lavori di restauro quando è emerso il perimetro di fondazione, in perfetta corrispondenza con i conci di ammorsatura. Nella stessa occasione sono state riportate alla luce anche le fondazioni di altre due absidi, orientate come la principale ma posizionate ai lati del transetto. I bracci sono voltati a botte, mentre nel punto di incrocio si innalza un tiburio coperto da tetto a spioventi, ma originariamente concluso anch'esso con una volta a botte.  La tecnica edilizia è piuttosto curata, con uso di grandi blocchi ben squadrati negli angoli esterni dei bracci e di pietre di dimensioni inferiori nella tessitura dei paramenti murari. Dall'analisi della muratura, classificabile come"opus incertum", emerge anche il largo uso di mattoni in cotto di almeno due tipi: il più antico rispetta l'unità di misura bizantina, il cosidetto piede bizantino, l'altra risulta di origine e realizzazione autoctona. Molto è irrimediabilmente perduto, purtroppo anche le pitture murali che ornavano l'interno della chiesa.

 

 

Santa Maria di Valverde

La chiesa di Santa Maria di Valverde sorge nel XIII secolo, non molto distante da una delle vie d’accesso alla città pisana: “Porta Castello”. Così come per la sua contemporanea Santa Chiara, con la quale probabilmente condivide le maestranze, molte informazioni riguardanti questa chiesa ci sono fornite dal Breve di Villa di Chiesa. Lo statuto documenta che il servizio religioso dovesse essere svolto dagli stessi cappellani della chiesa cattedrale e che entrambe fossero fortemente subordinate alla municipalità, in quanto “costructe et hadificate per li homini di Villa di Chiesa” che, dunque, avevano diritto di controllo su di esse. Si ha notizia che nel 1539 i frati Cappuccini, entrati in possesso della chiesa, fondarono, vicino all’edificio, il loro convento. Si ha notizia che lo stesso Sant’Ignazio da Laconi ha dimorato in questo convento tra il 1730/40: è, infatti, nel pozzo del giardino, tuttora conservato nelle forme originali, che avvenne in quegli anni il miracolo delle chiavi del santo. Del primo impianto, con pianta ad aula e copertura a capriate lignee, rimangono oggi solo alcuni tratti murari del lato sinistro e la facciata che, molto simile a quella di Santa Chiara, risulta divisa in due ordini da una cornice sagomata. Nel primo ordine si trova un portale ligneo con arco di scarico a tutto sesto; nel secondo è presente, al centro, una bifora di vetri policromi e, più in alto, degli archi trilobati che seguono l’andamento del tetto a capanna. Dal 1592, maestranze di formazione aragonese, guidate da Melchiorre Sanna, modificarono notevolmente l’edificio. L’aula viene divisa in campate da archi a sesto acuto, il presbiterio viene coperto da una volta stellare (le cui gemme recano incisa la data di esecuzione dei lavori, il nome del curatore, Antioco Spada, e dell’esecutore, Melchiorre Sanna) e, lungo il lato destro, vengono aperte due cappelle, la prima delle quali ha copertura semiottagonale con vele negli angoli, che la raccordano alla pianta quadrata. I Francescani, allontanati nella seconda metà del XIX secolo, in seguito all’espulsione cittadina di tutti gli Ordini religiosi, riprendono possesso dell’edificio soltanto negli anni Cinquanta.

 

 

I musei

 

Museo Etnografico

Museo della civiltà agro-pastorale e dell'artigianato della città di Iglesias Il museo è ubicato nel cuore del centro storico, in un'antica e caratteristica cantina rinomata come altre, fino a qualche decennio fa, per la vinificazione e la vendita del prodotto.  Il locale, unico, è caratterizzato da due arcate di trachite, da una pavimentazione in mattoni, da due pittoresche finestrelle e da un ampio portone. Vi sono stati creati sei settori dedicati alle principali attività cui si dedicarono gli abitanti di Iglesias fino agli anni '50 del Novecento.  Il primo settore espone gli attrezzi del mondo pastorale, sempre presenti nella dimora tipica: su furriadroxiu. Il secondo settore riguarda la tessitura, con il telaio, l'arcolaio e lo strumento per cardare la lana; vicino al telaio siede un manichino con il caratteristico abito da massaia, mentre confeziona un gomitolo di lana. Il terzo ed il quarto settore evidenziano la tipicità della casa contadina iglesiente: su medau; sono presenti la mola granaria, gli strumenti usati per la lavorazione della terra, del pane, dei cereali in genere, e la cucina rurale. Il quinto settore illustra il mondo viti-vinicolo, con le botti, i torchi, le misure e il distillatore. Il sesto settore espone vari oggetti legati al lavoro del fabbro, del carradore e del falegname.  Al centro del locale si possono ammirare un antico carro a buoi, una cassa (sa caxa meurreddina o pintada) e una conca (su cossiu) con la tavola da bucato. Due grandi espositori mostrano oggetti vari, mentre alcune vetrine espongono esemplari di pane tradizionale votivo, strumenti musicali (sonus de canna), pifferi e vecchi giochi.  Alle pareti, dei pannelli approfondiscono le varie tematiche, dando interessanti notizie storiche, fotografie e proverbi tipici della vita quotidiana.

 

 

Museo MinerarioIl Museo è situato all'interno di una bella costruzione Liberty degli inizi del '900, sede dell'Istituto Minerario Asproni. Istituito nel 1871, il museo espone una delle più complete collezioni di minerali esistenti nell'isola. Salone I: Minerali nazionali ed internazionali; modelli dell'arte mineraria, di macchine e apparecchiature di laveria , metallurgia e arricchimento di minerali; fossili vegetali e animali. Salone II: Espone le rare e pregevoli collezioni sarde, contenute entro belle ed antiche vetrine e bacheche. E' presentato quanto di più caratteristico hanno espresso la geologia e l'attività industriale legata alla miniera in Sardegna: carbone fossile, marmo, anglesiti, fosgeniti, galene, smithsoniti, calamine, fossili dell'Iglesiente; resti di scheletri umani ad attrezzi di lavoro dall'età punica a quella aragonese; plastici e modelli riproducenti i metodi di coltivazione e varie altre strutture; la piccozza di Alberto della Marmora , utilizzata durante le escursioni effettuate nell'isola nella prima metà dell'Ottocento e la carta geologica della Sardegna da lui elaborata a compendio degli studi compiuti. 

 

Museo delle macchine da minieraNei millenni di sfruttamento dei giacimenti dell'Iglesiente, i minatori hanno utilizzato strumenti di scavo semplici che comportavano un duro ed estenuante lavoro fisico. Unica innovazione tecnica di rilievo fu l'avvento dell'esplosivo. Dopo il 1850, con l'industrializzazione, furono adottati mezzi tecnologicamente sempre più avanzati, che portarono alla meccanizzazione delle miniere. L'inventiva e la professionalità dei tecnici minerari determinarono la trasformazione di un lavoro basato sulla forza dell'uomo e su pochi attrezzi, in un sistema produttivo industriale all'avanguardia nel mondo.  A partire dal 1980, per la necessità di dare un forte impulso alle produzioni, sono state introdotte delle grandi macchine che hanno consentito la rapida coltivazione di grandi aree mineralizzate e il trattamento di quantitativi notevoli di tout-venant.  Le miniere di piombo e zinco e le officine minerarie sarde sono così divenute banco di prova e fucina per tante aziende costruttrici che volevano migliorare i rendimenti e le prestazioni delle proprie macchine. In qualche caso, come per l'autopala Montevecchio, il prototipo fu addirittura ideato e realizzato nelle officine di quella Società che poi trasferì il brevetto alla Società Atlas Copco.
Il museo documenta queste importanti tematiche, esponendo oltre 70 macchine a partire dal 1850 e varie attrezzature specifiche per i lavori minerari. Tra i modelli di macchine: Jumbo Tamrock Minimatic H207M, Vagone Hagglunds HRS 12, Vagone per il trasporto del personale, Autopala Atlas-Copco Cavo 310, Locomotore Parkano PUL 12°, Carro di perforazione Atlas-Copco Simba H252.

 

 

Museo Arte MinerariaIl museo, articolato in un androne centrale e due anditi, è ubicato nei sotterranei dell'Istituto Minerario "Asproni", pregevole edificio Liberty. I sotterranei, fin dal tempo della costruzione dell'edificio, furono adibiti a laboratori per le esercitazioni pratiche che accompagnavano le materie di insegnamento; vennero utilizzati durante la seconda guerra mondiale come rifugio antiaereo ed infermeria-sala operatoria in collegamento con il vecchio ospedale Santa Barbara. L'esposizione è finalizzata a documentare e illustrare  il mondo della miniera in Sardegna. Comprende un'importante raccolta di fotografie, attrezzature e macchine da laboratorio, nonché modellini e plastici in scala che hanno fatto la storia dell'arte mineraria. L'androne centrale ospita le attrezzature per il trasporto, gli esplosivi, la sonda, il compressore ed altro. Nell'andito di destra si trovano le attrezzature di perforazione e foto d'epoca. Nell'andito di sinistra è collocata la sezione modellistica con la preparazione dei minerali. Sono inoltre percorribili, dall'ingresso "Discenderia" dell'androne centrale, tratti ristrutturati e messi in sicurezza delle gallerie realizzate dagli stessi allievi, a partire dal 1934, secondo diverse tecniche. Le gallerie si diramano con traverse per circa 300 metri sotto e fuori dal perimetro dell'Istituto.

 

 

Giardino e Casa natura LinasiaIl giardino (mt 700 s.l.m., 9000 mq) è allestito presso l'area dei servizi AFDRS, nella foresta demaniale di Marganai-Parco Regionale Linas/Marganai. Nato con scopi scientifici, didattici ed educativi su un terreno modulato morfologicamente, raccoglie e rappresenta le tipiche associazioni geo-floristiche e fito-sociologiche del massiccio Linas-Marganai. Calcari del Paleozoico-Cambriano, graniti, quarziti e scisti metamorfici del Paleozoico, detriti del Quaternario sono associati ai quattro tipici paesaggi vegetali: la lecceta, la macchia termofila, le zone umide (vi è ricostruito un corso d'acqua lungo il quale è riconoscibile la vegetazione delle zone fresche e riparia), le garighe orofile. Particolarmente interessante la sezione della garigha per la presenza di rari endemismi e per la sistemazione delle specie rupestri direttamente sulla roccia. Tra i più notevoli endemismi l' Helichrysum montelinasanum, l'Armeria sulcitana, il Bellium bellidiodes.
Ampiamente corredato di commento scientifico, il giardino offre il massimo dell'interesse e della bellezza nei mesi di aprile e maggio, con la fioritura della maggior parte delle piante (negli altri mesi questa può essere osservata nella postazione informatica collocata all'interno della casa-natura). Nella casa-natura sono conservati reperti archeologici della zona, minerali provenienti dalle miniere dismesse del massiccio Linas-Marganai e l'erbario.

 

 

 Parchi, miniere e sito archeologico

 

Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna

Il Parco della Sardegna è stato dichiarato il primo Parco Geominerario Storico e Ambientale del mondo, esempio emblematico della nuova rete mondiale di Geositi/Geoparchi istituita nel corso della Conferenza Generale dell`UNESCO (Parigi, 24 ottobre - 12 novembre 1997). La dichiarazione ufficiale di riconoscimento è stata sottoscritta a Parigi il 30 luglio 1998 ed è stata formalizzata pubblicamente in occasione di un`apposita cerimonia (Cagliari, 30 sett. 1998) alla presenza delle massime autorità dell`UNESCO e del Governo italiano, nonché dei promotori del Parco: la Regione Autonoma della Sardegna e l`Ente Minerario Sardo(EMSA). La `Carta di Cagliari` sancisce i `Principi fondamentali per la salvaguardia del patrimonio tecnico-scientifico, storico-culturale e paesaggistico-ambientale connesso alle vicende umane che hanno interessato le risorse geologiche e minerarie della Sardegna` e recita che `I territori destinati a Parco sono riconosciuti di rilevante interesse internazionale, locale e regionale in quanto portatori di valori di carattere generale. Le realtà presenti nei territori del Parco devono essere conservate e valorizzate, al fine di promuovere il progresso economico, sociale e culturale delle popolazioni interessate ad assicurare la loro trasmissione alle future generazioni. Nei territori del Parco deve essere assicurato un nuovo modello di sviluppo sostenibile e compatibile con i valori da tutelare e conservare.

Il progetto del Parco geominerario della Sardegna è stato elaborato dall`EMSA (Ente Minerario Sardo). Esso prevede otto aree disseminate in tutta l`isola, e individuate tenendo conto delle testimonianze geominerarie, di quelle archeologiche e delle valenze naturalistiche. In questo modo si è tracciato un ideale percorso rappresentativo della storia mineraria della Sardegna, storia che dura ormai da 8.000 anni. La Conferenza Generale dell`UNESCO, tenutasi a Parigi dal 24 ottobre al 12 novembre 1997, ha accolto favorevolmente la proposta presentata il 23 settembre 1997 dalla Regione Sarda, tramite la Commissione Nazionale Italiana UNESCO ed il Governo Italiano, per il riconoscimento del valore internazionale del Parco Geomi-nerario, Storico ed Ambientale della Sardegna. L`Organizzazione delle Nazioni Unite per l`Educazione, la Scienza e la Cultura, nel giudicare `eccellente` la proposta della Regione Sarda, ha deciso di considerare il Parco Geominerario, Storico ed Ambientale della Sardegna primo esempio emblema-tico della nuova rete mondiale di Geositi / Geoparchi istituita nel corso della stessa Conferenza Generale. Il 30 luglio 1998, a conclusione delle valutazioni positive espresse da un gruppo internazionale di esperti, è stata sottoscritta a Parigi la dichiarazione ufficiale di riconoscimento, formalizzata pubblicamente in occasione di una apposita cerimonia (Cagliari, 30 settembre 1998) alla presenza delle massime autorità dell`UNESCO e del Governo italiano. Il Parco della Sardegna è stato, dunque, dichiarato il primo Parco Geo-minerario, Storico ed Ambientale del mondo. Trattandosi di un risultato di grande prestigio internazionale al quale la Regione Sarda attribuisce un valore strategico per favorire la riconversione e lo sviluppo economico e sociale delle aree minerarie dismesse, è stato dato impulso con la massima colorita a tutte le procedure necessario per la sua formale istituzione. A tal fine l`Assessore Regionale dell`Ambiente ha affidato l`elaborazione dello studio di fattibilità all`EMSA, che aveva già tempestivamente predisposto la proposta e la documentazione tecnico-scientifica che hanno consentito di ottenere il prestigioso riconoscimento dell`UNESCO, e di cui il presente volume rappresenta la sintesi. Per assicurare il massimo della competenza nell`elaborazione dello studio di fattibilità, l`EMSA ha istituito un Comitato scientifico con funzioni di indirizzo ed alta vigilanza, composto da autorevoli personalità a livello regionale, nazionale ed internazionale. Nell`ambito dello studio di fattibilità, è stato già effettuato uno studio giuridico che costituisce la base per la definizione di un articolato normativo che si prevede possa essere presto presentato al Parlamento su iniziativa del Governo, d`intesa con la Regione Autonoma della Sardegna. Ma il risultato più tangibile finora conseguito, ancor prima della formale istituzione del Parco, è rappresentato dall`Intesa di Programma sottoscritta in data 10 dicembre 1997 dalla Regione Sarda, con i Ministri dell`Ambiente, dei Beni Culturali e dell`Industria che, oltre all`impegno per attuare tutte le procedure necessario per informale istituzione del Parco, prevede l’avvio dei primi concreti interventi rappresentati da: attuazione di un progetto di lavori socialmente utili con l`impiego di 550 lavoratori distribuiti in tutte le aree del Parco per l`esecuzione di lavori propedeutici alla sua istituzione. Al progetto è stato dato avvio l`I settembre 1998; progettazione del Presidio Minerario nel quale dovranno essere inclusi i più rappresentativi cantieri minerari presenti all`interno delle aree del Parco, che dovranno essere mantenuti in normale stato di agibilità a scopi scientifici, formativi, didattici, culturali e turistici, e che dovranno rappresentare anche le prime strutture ecomuseali del futuro Parco. Il progetto è già stato predisposto adopera di un gruppo di lavoro appositamente costituito; istituzione di un Centro Intenzionale per la specializzazione di tecnici minerari e ambientali dei Paesi in via di sviluppo, per la cogestione è stato costituito il Consorzio FORGEA Intemational tra l`EMSA. e l`Università di Cagliari, che si prevede di attivare entro il corrente anno con l`avvio del primo corso sperimentale finanziato dall`ics dell`UNIDO. Allo scopo di fornire agli Enti locali territoriali interessati e all`opinione pubblica più in generale le necessario informazioni sul progetto ed attivare i primi confronti in vista dell`istituzione del Parco, sono state organizzate negli scorsi mesi dalle Amministrazioni Comunali, dalle Università e dalle Associazioni culturali decine di Assemblee in tutte le aree dello stesso Parco, nel corso delle quali la Giunta Regionale e l`EMSA hanno potuto illustrare i contenuti della proposta. È stato possibile in tal modo costruire un percorso partecipato che ha favorito il coinvolgimento delle comunità locali, il cui contributo è multato di grande importanza per la predisposizione dello studio di fattibilità.

 

Miniera di Malacalzetta

La miniera  piombo-zincifera di Malacalzetta, facente parte del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall'UNESCO, fu abbandonata nel 1986. Ancora oggi è possibile visitare i resti dei cameroni destinati agli operai, il villaggio dove sorgevano gli uffici, l'infermeria, la cantina e il circolo e resti della laveria sita in località Baueddu.

Per raggiungere la miniera bisogna percorrere la strada che collega Iglesias a Fluminimaggiore. Attraversare il villaggio San Benedetto e proseguire verso l'insediamento situato ai piedi della Punta Campu Spina.

 

 

Miniera di Masua

All'interno del complesso minerario di Masua sono visitabili "Porto Flavia" ed il "Museo delle macchine da miniera".  Per raggiungere la miniera di Masua bisogna percorrere la strada verso Funtanamare.

 

 

Miniera di Monteponi

La miniera metallifera di piombo, argento e zinco di Monteponi fu uno tra gli impianti più produttivi dell'Italia. Gli impianti più antichi sono rappresentati dai due pozzi principali, quello di Vittorio Emanuele II del 1869, e Quintino Sella del 1874. Il complesso comprende vari edifici di servizio, come  il vecchio ospedale, la chiesa, l'asilo, la scuola e le abitazioni per dirigenti, impiegati e operai.

All'interno del complesso è possibile visitare la galleria Villamarina. La miniera di Monteponi è raggiungibile percorrendo la SS 126.

 

 

Miniera di Nebida

La miniera piombo-zincifera di Nebida fa parte del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall'UNESCO. Il complesso comprende un villaggio di cui rimangono tracce della piazzetta originaria dove si trovavano l'infermeria, il circolo dei lavoratori, la palazzina della dirigenza. Di notevole interesse è la  laveria Lamarmora, risalente al 1897.

La miniera di Nebida si trova nel territorio comunale di Iglesias e si raggiunge deviando dalla SS 126 verso Funtanamare.

 

 

Miniera di San Benedetto

La miniera piombo-zincifera di San Benedetto fa parte del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall'UNESCO.  Il  complesso risalente ai primi del '900, include un villaggio le cui abitazioni sono disposte lungo la strada principale.

La miniera si trova nella valle del rio San Benedetto; per raggiungerla bisogna percorrere la SS 126 in direzione Fluminimaggiore.

 

 

Miniera di San Giovanni

La miniera piombo-zincifera fa parte del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall'UNESCO.  All'interno del complesso è possibile visitare la grotta di santa Barbara.

Come Arrivare: La miniera ,raggiungibile percorrendo la SS 126, si trova difronte all'abitato di bindua.

 

Tempio di Genna Cantoni

Il tempio punico è costruito con blocchi isodomi di calcarenite ed è presumibilmente orientato sull'asse N/S. Ha una pianta regolare di m 7 x 12. Il coronamento era costituito da una modanatura continua punica ''a gola egizia'' del tipo presente nei templi ''a semicolonne doriche'' e ''delle gole egizie'' di Tharros, e del tempio di Antas. Negli strati di crollo che circondano il tempio sono stati individuati anche alcuni elementi angolari. La copertura del sacello era in materiale ligneo, come farebbero supporre gli incastri individuati su alcuni blocchi e funzionali alla travatura del tetto. Avanzano anche frammenti dell'intonaco parietale e pavimentale che abbelliva gli interni. Gli scarsi reperti ceramici si riferiscono ad una fase di frequentazione del sito riportabile al II sec. a.C., mentre una moneta di Antonino Pio (86-161 d.C.), trovata presso i templi nuragici di Matzanni, sembra l'unica testimonianza che riporta alla fase imperiale romana. In considerazione dello stato attuale degli studi, non è possibile precisare con certezza la datazione del primitivo impianto del santuario. Le tecniche architettoniche e il significato storico-strategico di ottica cartaginese, indurrebbero però a ipotizzare l'edificazione del tempio nella prima metà del IV sec. a.C., in un periodo di poco posteriore alla costruzione del tempio di Antas e in una fase storica segnata dal consolidamento della presenza punica nella Sardegna centro-meridionale. Storia degli scavi Segnalata nel 1900 da Domenico Lovisato e, successivamente, da Antonio Taramelli, Giovanni Lilliu, Ferruccio Barreca e Sabatino Moscati, non è stata sottoposta a scavi archeologici sistematici o ad indagini mirate.